10 febbraio: il Giorno del Ricordo e la fatica di una memoria adulta
Il 10 febbraio, spesso, pesa come pesano le cose irrisolte: non un anniversario, ma una prova. Non un momento di riconciliazione, ma un termometro. Perché il Giorno del Ricordo, più che raccontare soltanto foibe ed esodo, racconta – ogni anno – la nostra incapacità di stare nella storia senza trasformarla in un tribunale perenne o, peggio ancora, in una tifoseria.
Roberto Bonuglia
2/10/20265 min read


C’è una data che, in Italia, pesa in modo strano. Non pesa come dovrebbero pesare le date condivise, quelle che diventano un punto di raccolta, un gesto comune, una pausa sincera. Il 10 febbraio, spesso, pesa come pesano le cose irrisolte: non un anniversario, ma una prova. Non un momento di riconciliazione, ma un termometro. Perché il Giorno del Ricordo, più che raccontare soltanto foibe ed esodo, racconta – ogni anno – la nostra incapacità di stare nella storia senza trasformarla in un tribunale perenne o, peggio ancora, in una tifoseria.
Eppure l’idea originaria, nella sua semplicità, è limpida: ricordare ciò che per troppo tempo è stato rimosso o ridotto a nota a margine; riconoscere la sofferenza di migliaia di italiani delle terre adriatiche orientali; restituire voce a vite spezzate e a comunità sradicate; riaprire, senza vendetta e senza propaganda, una pagina del Novecento che l’Italia ha preferito non leggere. Il problema è che, appena si pronuncia la parola “ricordo”, in molti si irrigidiscono. Come se ricordare fosse sempre un atto politico contro qualcuno. Come se la memoria non potesse essere, prima di tutto, un gesto umano.
Qui sta la difficoltà: il 10 febbraio non chiede un rito. Chiede maturità. Chiede quel tipo di memoria che non cerca un capro espiatorio, non accetta scorciatoie, non si accontenta della narrazione a blocchi contrapposti. Chiede di riconoscere, insieme, due cose che spesso vengono separate per convenienza: la tragedia concreta delle persone e la complessità storica del confine adriatico. E una memoria adulta nasce solo quando le due cose camminano insieme: la pietà senza ideologia e la verità senza paura.
Perché l’infantilismo della memoria – quello che in Italia conosciamo fin troppo bene – funziona così: sceglie una sofferenza e la trasforma in bandiera, oppure nega una sofferenza perché teme l’uso che altri potrebbero farne. È un meccanismo perverso: non difende la storia, difende l’appartenenza. Non difende le vittime, difende il proprio campo. E in questo gioco, alla fine, a perdere sono sempre loro: le vittime reali, che diventano pedine; e la società, che perde la possibilità di costruire un linguaggio comune.
Il Giorno del Ricordo, infatti, non è nato per “pareggiare i conti” con altre memorie. Non è una moneta da spendere contro il Giorno della Memoria, contro la Resistenza, contro una parte politica. Questa logica – la logica del bilancino morale – è la più sterile di tutte. È un modo per non guardare davvero. È un modo per trasformare la storia in una contabilità. E la storia, quando diventa contabilità, smette di educare: addestra.
C’è un dettaglio che vale la pena tenere fermo, perché è il punto che più disturba i professionisti del dibattito: le foibe e l’esodo non sono un argomento “di destra” né un feticcio “di revisionisti”. Sono un fatto storico e umano. E proprio perché sono un fatto umano, non dovrebbero essere sequestrati né dagli uni né dagli altri. Se una comunità nazionale ha bisogno di etichette per riconoscere un dolore, quella comunità è già malata. Il 10 febbraio, in teoria, dovrebbe essere un tentativo di cura: rimettere dentro la memoria italiana ciò che era stato espulso per ragioni politiche, diplomatiche, culturali, perfino psicologiche.
Ma qui tocchiamo un nervo scoperto. Il problema non è solo che si è taciuto. Il problema è come si è taciuto. Il silenzio, nel dopoguerra, non è stato semplice dimenticanza: è stato spesso una scelta. Una scelta motivata da equilibri internazionali, da convenienze interne, da un clima culturale in cui certe cose “non si dicevano” perché avrebbero complicato lo schema dominante. E quando per decenni una storia resta fuori dalla narrazione legittima, succede qualcosa di inevitabile: appena rientra, rientra male. Rientra con rabbia, rientra come rivalsa, rientra come arma. Non perché la storia sia vendicativa, ma perché la rimozione produce deformazioni. È come comprimere un dolore in un corpo: prima o poi ritorna, e raramente ritorna in modo composto.
Ecco perché oggi il Giorno del Ricordo è ancora un campo minato. C’è chi lo vive come un risarcimento tardivo e quindi lo carica di una tensione identitaria, quasi fosse un riscatto. E c’è chi lo guarda con sospetto, perché teme che quel risarcimento venga usato come clava contro altre memorie. In mezzo, spesso, resta una cosa che dovrebbe essere centrale: la sobrietà del vero. La capacità di dire: è successo, è stato tragico, è stato ingiusto, e merita di essere ricordato senza condizioni.
Non si tratta di chiedere a tutti di avere la stessa lettura politica del Novecento. Sarebbe illusorio. Si tratta di chiedere una cosa più semplice e più rara: la lealtà verso la realtà. Che è fatta di persone concrete, non di categorie. È fatta di famiglie che spariscono dalla geografia domestica, di case lasciate, di paesi svuotati, di vite spezzate o strappate al loro contesto. È fatta di paura, di violenza, di vendette, di confusione, di frontiere che diventano coltelli. E, come sempre accade nei confini, è fatta anche di ambiguità: perché il confine è il luogo in cui le identità sono più vive, ma anche più vulnerabili.
Il problema, però, è che la memoria pubblica italiana fatica a tollerare l’ambiguità. Preferisce i copioni. E il copione tipico è questo: se una tragedia non si presta a essere incastonata nell’epica giusta, allora la si lascia ai margini. Finché qualcuno non la recupera in modo speculare, trasformandola in un’epica opposta. È lo stesso vizio, con il segno invertito. E il 10 febbraio si ritrova incastrato lì: tra chi lo vorrebbe neutralizzare e chi lo vorrebbe strumentalizzare.
Che cosa dovrebbe fare, allora, un Giorno del Ricordo degno di questo nome? Dovrebbe fare una cosa che in Italia si fa con difficoltà: distinguere tra conoscenza e propaganda. La propaganda ha bisogno di frasi definitive, di ruoli fissi, di colpe totali. La conoscenza, invece, si muove per stratificazioni: ricostruisce, verifica, mette insieme, accetta che la storia non sia un film a morale unica. Ma soprattutto, la conoscenza non teme la domanda più scomoda: perché abbiamo taciuto così a lungo? Non per condannare qualcuno “in blocco”, ma per capire come funzionano i meccanismi della rimozione. Perché quegli stessi meccanismi, quando cambiano oggetto, tornano.
E infatti, se il 10 febbraio ha un senso oggi, non è solo per il passato. È per il presente. Perché il modo in cui una società seleziona ciò che ricorda e ciò che dimentica dice molto sul tipo di società che è diventata. Una società che ricorda solo ciò che la conferma è una società fragile. Una società che accetta di ricordare anche ciò che la mette in crisi è una società più adulta. E la maturità, di questi tempi, è un bene raro.
Il Giorno del Ricordo, allora, dovrebbe essere questo: un esercizio di serietà. Non un pretesto per litigare, ma un’occasione per smettere di mentire – anche a noi stessi – sul fatto che la storia italiana non è tutta raccontabile con una sola chiave. E che le vittime, quando sono vittime, non chiedono di essere “utili” a una causa. Chiedono solo di non essere cancellate due volte: una volta dalla violenza, e una seconda volta dall’oblio.
Il 10 febbraio dovrebbe dirci questo, con una voce calma ma ferma: ci sono dolori che non si negoziano e non si barattano. Si riconoscono. E basta. E se davvero vogliamo difendere la libertà – quella vera, non quella declamata – allora dobbiamo partire da qui: dalla libertà di dire la realtà anche quando non coincide con la narrazione comoda. Perché una democrazia non si misura solo da quante cose permette di dire, ma anche da quante verità è capace di reggere senza impazzire.
Ecco perché il Giorno del Ricordo non è un rito. È un test. Ogni anno. E ogni anno, in fondo, la domanda è la stessa: vogliamo una memoria adulta o vogliamo continuare a usare il passato come arma per non capire il presente?
Per saperne di più: R. Bonuglia, All’ombra della Vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel regno di Clio, Roma, Aracne, 2023.
