Ci credevamo liberi. Appunti sul declino della libertà di stampa
Ci credevamo liberi. È forse questa la formula più onesta per descrivere il nostro tempo. Non perché la libertà sia scomparsa all’improvviso, ma perché si è ritirata senza fare rumore, lasciandoci l’illusione di possederla ancora. I dati, quando si ha il coraggio di leggerli senza filtri ideologici, raccontano una storia diversa, molto meno rassicurante.
Roberto Bonuglia
12/29/20253 min read
Ci credevamo liberi. È forse questa la formula più onesta per descrivere il nostro tempo. Non perché la libertà sia scomparsa all’improvviso, ma perché si è ritirata senza fare rumore, lasciandoci l’illusione di possederla ancora. I dati, quando si ha il coraggio di leggerli senza filtri ideologici, raccontano una storia diversa, molto meno rassicurante.
Secondo il rapporto V-Dem 2025, la democrazia liberale – quella che coniuga diritti, doveri, pluralismo e controllo del potere – non è più la norma, ma l’eccezione. Ventinove democrazie in tutto il mondo. Poco più di una manciata. Il 72% della popolazione globale vive in regimi che si possono definire, con un eufemismo ormai abusato, “autocrazie elettorali”: sistemi in cui si vota, ma si parla meno; si elegge, ma si controlla poco; si informa, ma con il contagocce. La democrazia sopravvive come guscio procedurale, mentre il contenuto si svuota.
È in questo quadro che va letto il tema della libertà di stampa. Non come una questione corporativa, non come il lamento di una categoria, ma come un indicatore strutturale dello stato di salute di una società. Tutti gli studi seri concordano su un punto: dove la stampa è libera, la democrazia respira; dove viene compressa, la democrazia si ammala. Il rapporto 2025 di Reporters Sans Frontières lo dice senza giri di parole: la libertà di espressione è in calo ovunque. Quarantaquattro Paesi hanno peggiorato la propria situazione rispetto all’anno precedente. Le elezioni non sono state trasparenti in almeno venticinque Stati. La libertà di associazione è sotto pressione quasi dappertutto.
L’Italia non fa eccezione. Anzi, rappresenta un caso emblematico di ciò che potremmo definire una “democrazia ostruita”. Così la classifica il Monitor tracking civic space, che individua nella recente legislazione sulla sicurezza un punto di svolta preoccupante. Decine di nuovi reati, pene inasprite per la disobbedienza civile non violenta, ampliamento dei poteri di polizia e della sorveglianza. Misure presentate come necessarie, tecniche, neutre. In realtà, un attacco diretto all’equilibrio tra autorità e libertà.
Tara Petrovic, analista del Civicus Monitor, lo dice con una chiarezza che dovrebbe inquietare più di molte invettive: l’Italia avrebbe potuto rafforzare chi tiene viva la società civile e ha scelto invece di colpirli. Giornalisti, attivisti, difensori dei diritti si trovano a operare in un contesto sempre meno aperto, più opaco, più intimidatorio. Non è ancora un regime autoritario, ma è qualcosa che gli somiglia sempre di più.
Il cosiddetto “declino democratico” non è un’etichetta astratta. È un processo concreto che accomuna Paesi molto diversi tra loro: Italia, Ungheria, Brasile, Sudafrica. E, fatto ancora più significativo, non riguarda più soltanto le periferie del mondo liberale. Anche Francia, Germania, Stati Uniti, Israele, Argentina sono stati riclassificati come Paesi a libertà limitata. Segno che il problema non è locale, ma sistemico.
Il 2025 è stato un anno simbolico, e tragico, per il giornalismo globale. Sessantasette giornalisti uccisi, quasi la metà nella Striscia di Gaza. Cinquecento imprigionati. Per il secondo anno consecutivo, ai giornalisti internaz rappresentanti della stampa internazionale è stato vietato l’accesso alla Palestina. A questo si aggiunge una dimensione più subdola e meno visibile: lo spionaggio. In Italia, diversi giornalisti sono stati intercettati tramite Graphite, uno spyware militare venduto esclusivamente ai governi. Non hacker improvvisati, ma strumenti di Stato.
Poi c’è la pressione giudiziaria. L’Italia è il Paese delle querele temerarie. Richieste di risarcimento spropositate, spesso infondate, usate come arma di intimidazione o di logoramento. Dal 2006 a oggi, secondo Ossigeno per l’informazione, se ne contano circa ottomila. Solo nel primo semestre del 2025, i giornalisti minacciati sono aumentati del 78%, pari a 361 casi. Numeri che raccontano un clima, prima ancora che singoli episodi.
E come se non bastasse, esiste un problema che nasce all’interno del sistema dell’informazione stesso. La quasi totale assenza di editori puri in Italia produce una commistione strutturale tra interessi economici, politici e informativi. Non sempre serve la censura esplicita. Spesso basta l’autocensura: un titolo corretto all’ultimo momento, un articolo limato per non disturbare, una copia mandata al macero prima dell’edicola. Accade. Più spesso di quanto si ammetta.
Il Democracy Index chiude il cerchio con un dato che dovrebbe far riflettere: solo l’8% della popolazione mondiale vive oggi in una democrazia pienamente funzionante. Norvegia, Nuova Zelanda, Svezia, Islanda. Piccole isole di libertà in un mare sempre più agitato. All’estremo opposto, i regimi autoritari rafforzano la morsa. Russia, Cina, El Salvador, Mali, Burkina Faso, Niger. Strumenti diversi, stessa logica: la paura come leva del controllo, la disinformazione come anestetico del dissenso.
In questo scenario, parlare di libertà di stampa non è nostalgia per un’età dell’oro che forse non è mai esistita. È un esercizio di lucidità. Perché la libertà non viene quasi mai abolita con un decreto. Viene erosa, normalizzata, amministrata. E quando ci si accorge di averla persa, di solito è troppo tardi per difenderla senza pagare un prezzo altissimo.
Ci credevamo liberi. Forse lo siamo ancora. Ma sempre meno. E soprattutto: sempre meno consapevoli di ciò che stiamo perdendo.
Roberto Bonuglia
