Dal Big Brother alla Brit Card
«Big Brother is watching you». Quando Orwell lo scriveva in 1984 stava costruendo un’allegoria, non un manuale operativo. Eppure, se si guarda a ciò che sta accadendo oggi nel Regno Unito e in Canada, la sensazione è che quel romanzo si sia trasformato in un’anticipazione scomoda: non più il futuro cupo di un regime totalitario dichiarato, ma il presente ovattato di democrazie che scivolano, quasi senza accorgersene, verso una forma di autoritarismo digitale in versione “occidentale” e “democratica”.
Roberto Bonuglia
12/9/20256 min read
Il laboratorio anglo-canadese del controllo digitale
«Big Brother is watching you». Quando Orwell lo scriveva in 1984 stava costruendo un’allegoria, non un manuale operativo. Eppure, se si guarda a ciò che sta accadendo oggi nel Regno Unito e in Canada, la sensazione è che quel romanzo si sia trasformato in un’anticipazione scomoda: non più il futuro cupo di un regime totalitario dichiarato, ma il presente ovattato di democrazie che scivolano, quasi senza accorgersene, verso una forma di autoritarismo digitale in versione “occidentale” e “democratica”.
Nel nome della sicurezza, della lotta all’odio, dell’efficienza amministrativa, Londra e Ottawa stanno sperimentando un modello in cui il cittadino diventa progressivamente un “profilo” da autenticare, monitorare, filtrare. Non è un incidente di percorso: è un disegno che tiene insieme legislazioni, infrastrutture tecnologiche, alleanze di intelligence e agende globali come l’Agenda 2030 dell’ONU, che nel suo Obiettivo 16.9 prevede un’identità legale per tutti entro il 2030, sempre più spesso declinata in chiave di identità digitale obbligatoria.
Dietro il linguaggio rassicurante di “inclusione” e “innovazione”, si sta costruendo una nuova grammatica del potere: meno visibile delle ideologie del Novecento, ma non meno pervasiva.
Il caso britannico: sicurezza come chiave universale
Il Regno Unito non è nuovo alla tentazione del controllo. Da anni i servizi di intelligence di GCHQ intercettano traffico globale di dati attraverso programmi come Tempora, emersi solo grazie alle rivelazioni di Edward Snowden. A questo si è aggiunto nel 2016 l’Investigatory Powers Act, soprannominato non a caso “Snooper’s Charter”: una carta dei diritti, sì, ma dei diritti di sorveglianza, che consente a diverse agenzie governative di accedere a cronologie di navigazione, email, messaggi, telefonate conservate per mesi, spesso senza un controllo giudiziario robusto.
Su questo impianto già intrusivo si è innestato, negli ultimi anni, un ulteriore salto di qualità: l’Online Safety Act. In apparenza una legge pensata per “proteggere” gli utenti – in particolare i minori – da contenuti illegali o “dannosi”. Nella pratica, un testo talmente ampio e vago da spostare il baricentro della libertà di espressione: non è più lo Stato a dover giustificare la censura, ma sono le piattaforme a dover dimostrare di aver “moderato abbastanza”, sotto la minaccia di multe miliardarie.
Risultato prevedibile: le aziende digitali, per evitare sanzioni, preferiranno eccedere nella rimozione dei contenuti, filtrando non solo l’odio e il crimine, ma anche il dissenso scomodo, le opinioni controcorrente, le ironie fuori dal coro. Il caso di Imgur, che ha preferito bloccare gli utenti britannici piuttosto che adeguarsi, è solo un assaggio degli effetti collaterali di questa strategia.
Il passo successivo è ancora più delicato: la richiesta di inserire “backdoor” e sistemi di scansione nei servizi di messaggistica crittografata, con la giustificazione di combattere abusi e terrorismo. La promessa è sempre la stessa: “colpire i cattivi”. Ma la storia dell’informatica insegna che ogni porta aperta per un governo è una porta aperta anche per criminali, hacker, attori ostili. L’idea di un controllo a monte delle conversazioni private, in nome di contenuti “potenzialmente dannosi”, sposta il confine dal reato all’intenzione, dalla responsabilità personale alla sorveglianza preventiva.
Su questo sfondo si collocano altre misure come il Data (Use and Access) Act, che facilita lo scambio di dati personali tra enti pubblici e soggetti privati con la retorica della “crescita” e dei “servizi personalizzati”, e i nuovi obblighi di cybersecurity che aprono varchi per un accesso sempre più diretto dello Stato alle infrastrutture digitali critiche.
La tessera mancante, quella che rende il mosaico più leggibile, è il progetto di digital ID, la cosiddetta “Brit Card”: un’identità digitale unica, collegata allo smartphone, presentata come strumento per combattere l’immigrazione irregolare e semplificare l’accesso ai servizi pubblici. Nella narrazione ufficiale è la chiave per “snellire la burocrazia”. Nella percezione di milioni di cittadini che hanno sottoscritto petizioni di protesta è, più semplicemente, un collare digitale che rende tracciabile ogni accesso, ogni transazione, ogni interazione con lo Stato.
Il problema non è la tecnologia in sé, ma il classico “function creep”: si parte dalla frontiera e ci si ritrova, in pochi anni, con un pass digitale necessario per lavorare, incassare lo stipendio, curarsi, spostarsi. Ciò che oggi è presentato come “opportunità” rischia di diventare domani condizione di esistenza civile.
Il caso canadese: dal tracciamento sanitario al “gulag digitale”
Attraversando l’Atlantico, il Canada mostra un percorso sorprendentemente simile. Durante la stagione pandemica, l’Agenzia di sanità pubblica ha ammesso di aver tracciato – in nome della salute collettiva – i movimenti di decine di milioni di dispositivi. Non un esperimento marginale, ma il segno di un cambio culturale: la vita digitale dei cittadini come materia prima da modellare a fini di “tutela” e “prevenzione”.
Su questo sfondo si innestano le proposte legislative più recenti. Il Bill C-2 rafforza i poteri di controllo sui dati in ingresso e in uscita dal Paese, con possibilità di condivisione estesa con gli Stati Uniti sulla base di accordi come il CLOUD Act. Il Bill C-8 spinge oltre: introduce obblighi di cybersecurity per i settori critici, ma al tempo stesso consente al governo ordini segreti verso le aziende, imponendo modifiche tecniche, installazione di backdoor, persino l’interruzione di servizi digitali per singole persone sospettate di rappresentare una “minaccia”.
Il quadro evocato da alcuni oppositori – quello di un “gulag digitale” in cui si può essere improvvisamente scollegati da internet, dai sistemi bancari, dagli strumenti di lavoro – non è fantascienza, ma una possibilità giuridicamente contemplata da norme che concentrano un potere enorme in mani esecutive, con controlli deboli e formule generiche. Se per accedere al proprio conto corrente, lavorare, partecipare alla vita civile occorre una identità digitale controllata dal governo, la sospensione di quella chiave diventa la nuova forma di esilio: non fisico, ma sociale.
Anche in Canada il tentativo di regolare i contenuti online – con disegni di legge come il Bill C-63 sugli “online harms” – ha mostrato la tendenza a confondere la protezione da reati gravissimi (come lo sfruttamento dei minori) con un controllo sempre più stretto su ciò che può essere detto, pubblicato, condiviso. La categoria del “danno” diventa elastica, suscettibile di includere opinioni sgradite, satire urticanti, critiche alle istituzioni.
In parallelo procede il progetto di Digital Identity Program: una piattaforma nazionale che promette “comodità” nell’accesso ai servizi pubblici, ma che si colloca nello stesso orizzonte dell’identità digitale britannica e degli obiettivi ONU in materia di identità legale universale. Ancora una volta, la semplificazione amministrativa diventa il cavallo di Troia per un’infrastruttura che rende ogni cittadino permanentemente autenticato, riconoscibile, tracciabile.
Dal “senso critico” alla vigilanza digitale
Che cosa accomuna, al di là delle specificità, queste traiettorie anglo-canadesi? Non un complotto monolitico, ma una convergenza culturale: la progressiva sostituzione della libertà con la sicurezza come valore supremo; la fiducia cieca nei sistemi tecnici come soluzione di ogni problema; la convinzione che il cittadino sia, in fondo, un soggetto da gestire, automatizzare, “proteggere” anche contro se stesso.
L’argomento è sempre lo stesso: se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere. È la formula più perfetta per disinnescare il senso critico. Perché sposta la questione dal piano politico (quali poteri, con quali limiti, con quale controllo?) a quello morale (sei forse tu il problema?).
Nel mondo che si sta profilando, non vedremo probabilmente stivali che marciano sulle strade, ma algoritmi che valutano la “rischiosità” di un profilo; non libri bruciati in piazza, ma contenuti deindicizzati, account sospesi, pagine rese invisibili da un clic; non passaporti interni come in certe distopie novecentesche, ma QR code da esibire per dimostrare di essere in regola: con le tasse, con i vaccini, con i parametri di “affidabilità” stabiliti altrove.
È qui che la missione di un’Accademia del Senso Critico si gioca davvero. Non basta denunciare generiche “derive autoritarie”; occorre imparare a leggere i segni minuti di questo mutamento: le parole che cambiano di significato, i concetti di “odio”, “danno”, “disinformazione” usati come chiavi passepartout per restringere lo spazio del dicibile; la retorica del “non si può lasciare indietro nessuno” che, se non vigilata, può trasformarsi nell’idea che nessuno possa sfuggire al perimetro digitale disegnato da governi e grandi piattaforme.
In questo scenario, il senso critico non è semplicemente la capacità di analizzare argomenti pro e contro. È qualcosa di più radicale: la capacità di fermarsi un attimo prima di dire “è inevitabile”, di chiedere “chi decide i parametri?”, di domandarsi “che cosa succede se un domani questo strumento viene usato contro di me?”. È il rifiuto di delegare interamente la nostra identità – giuridica, economica, sociale – a un’infrastruttura che non controlliamo e che può spegnerci con un comando remoto.
Difendere la libertà nell’epoca delle identità digitali
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, né di sognare un ritorno nostalgico a un mondo analogico che non esiste più. Si tratta, al contrario, di adottare un atteggiamento adulto: capire che ogni innovazione porta con sé promesse e rischi; pretendere leggi comprensibili, limiti chiari, controlli effettivi; ricordare che “digitalizzare” un diritto non deve mai significare renderlo condizionato, revocabile, selettivo.
Una democrazia resta tale solo finché i cittadini hanno la possibilità concreta di vivere, lavorare, esprimersi, spostarsi senza dover passare ogni volta attraverso un filtro di autorizzazione permanente. Quando tutto – denaro, documenti, accessi, reputazione – viene ricondotto a un’unica chiave digitale controllata dall’alto, il margine di autonomia reale si restringe e la libertà degrada a concessione revocabile.
Per questo la discussione sui digital ID, sulle leggi “per la sicurezza online”, sui grandi sistemi di sorveglianza non è un tema per tecnici, ma il terreno decisivo su cui si misurerà la tenuta delle libertà occidentali nel XXI secolo.
Il compito che ci assumiamo, come Accademia del Senso Critico, è proprio questo: tenere aperto lo spazio delle domande, resistere alla seduzione del “tutto è già deciso”, ricordare che nessun algoritmo, nessun trattato, nessun piano strategico – nemmeno quando è presentato sotto la veste rassicurante degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile – può sostituirsi alla responsabilità delle comunità politiche e alla coscienza dei singoli.
Se c’è una lezione che dovremmo salvare dalle distopie del Novecento è semplice: le libertà non muoiono tutte insieme, muoiono per piccole concessioni. Una app alla volta, una firma “per semplificare” alla volta, una emergenza dopo l’altra. Il senso critico è la facoltà che ci permette di accorgercene in tempo. E di ricordare, a noi stessi e agli altri, che la sicurezza senza libertà non è sicurezza, è solo una prigione più confortevole.
Roberto Bonuglia
