Esodo istriano-dalmata: la ferita dello sradicamento e il lungo silenzio

L’esodo non nasce nel vuoto. È figlio di un confine che cambia pelle, di un potere che si rovescia e pretende non solo obbedienza politica, ma conversione identitaria.

Roberto Bonuglia

2/9/20264 min read

C’è una parola che, più di altre, fa paura perché non descrive un fatto: descrive una condizione. “Esodo” non è un episodio chiuso, un giorno sul calendario, un dato da manuale. È una vita che si sposta, una casa che smette di essere casa, una lingua che resta in gola quando fuori non serve più. E quando si parla dell’esodo istriano-dalmata, questo peso si sente subito: non siamo davanti a una semplice migrazione, ma a uno sradicamento collettivo che ha lasciato dietro di sé città svuotate, famiglie spezzate, memorie rese inservibili. E, soprattutto, un silenzio lungo decenni, come se quel dolore fosse “fuori tema”, come se non avesse diritto di cittadinanza nella narrazione pubblica dell’Italia del dopoguerra.

L’esodo non nasce nel vuoto. È figlio di un confine che cambia pelle, di un potere che si rovescia e pretende non solo obbedienza politica, ma conversione identitaria. Nel giro di pochi anni, in Istria, a Fiume e in Dalmazia, la presenza italiana — stratificata, complessa, talvolta contraddittoria come ogni storia di frontiera — si ritrova improvvisamente esposta a un nuovo ordine che non si limita a governare: vuole rifare l’uomo, rifare la società, rifare perfino la memoria. E quando un potere punta a rifare la memoria, non si accontenta di cambiare i cartelli stradali: entra nelle scuole, nei tribunali, nelle case, nei registri, nelle proprietà, nelle parole consentite e in quelle pericolose. La pressione può assumere molte forme, alcune brutali, altre “amministrative”, ma l’effetto è lo stesso: rendere la permanenza una condizione precaria, sospesa, rischiosa.

Il punto centrale — quello che spesso sfugge a chi riduce tutto a tifo ideologico — è che lo sradicamento non avviene solo perché “si ha paura”. Avviene perché la vita quotidiana viene resa impraticabile. Quando le appartenenze vengono trasformate in colpe, quando il lavoro dipende dalla fedeltà, quando l’accesso ai beni, alle case, alle opportunità passa attraverso un filtro politico, il confine smette di essere geografia e diventa una gabbia. Non serve nemmeno un atto unico, un decreto “definitivo”, una firma solenne: basta una somma di segnali, di umiliazioni, di allusioni, di minacce esplicite o implicite. A un certo punto la domanda non è più “resto o parto?”, ma “posso ancora vivere qui senza perdere tutto, pezzo dopo pezzo?”. Ed è lì che l’esodo prende forma: come scelta forzata mascherata da scelta libera.

Chi parte, spesso, non porta via soltanto valigie. Porta via l’idea di sé. Porta via fotografie e documenti, sì, ma soprattutto porta via un mondo fatto di consuetudini, dialetti, riti civili e religiosi, rapporti di vicinato, identità miste che solo le terre di confine sanno generare. Una casa lasciata non è solo un immobile: è un archivio di vita. E lo sradicamento, per definizione, produce una frattura: ti strappa dalla continuità. In un giorno qualunque ti ritrovi “altrove”, e quell’altrove non coincide con una patria accogliente, ma con un Paese stanco, ferito, povero, spesso incapace di capire cosa stia arrivando.

Ed è qui che entra in scena la seconda ferita, quella che molti non vogliono guardare perché non fa comodo a nessuno: l’accoglienza difficile, talvolta fredda, talvolta ostile. L’Italia del dopoguerra è una nazione che ricostruisce macerie e identità; e proprio per questo tende a semplificare. Le storie complesse disturbano. Le frontiere disturbano. Le biografie che non rientrano nelle categorie dominanti — vittima “giusta”, colpevole “giusto”, resistenziale “giusto”, fascista “giusto” — diventano sospette. E così gli esuli, invece di essere ascoltati, vengono spesso incasellati. Non come persone, ma come simboli. E quando un uomo diventa simbolo, smette di essere un uomo: diventa un pretesto, un problema, un fastidio, a volte perfino un “residuo” di un’Italia che si vorrebbe archiviare.

È qui che il silenzio si fa sistema. Non un silenzio naturale, quello del pudore o del dolore privato. Un silenzio pubblico, culturale, politico. Un silenzio che non nasce perché “nessuno ne sapeva nulla”, ma perché parlarne costringeva a guardare una zona grigia del dopoguerra che l’Italia non aveva voglia di attraversare. Costringeva a dire che la violenza non è un monopolio morale. Costringeva a riconoscere che il Novecento, soprattutto nelle sue periferie di confine, è stato capace di produrre tragedie fuori dai copioni ufficiali. E soprattutto costringeva a incrinare una narrazione comoda: quella in cui il bene e il male sono perfettamente separati, e la storia può essere raccontata come un tribunale già istruito.

In più, c’era — e c’è — un elemento di imbarazzo ideologico: ammettere fino in fondo la durezza di ciò che accadde nelle terre finite sotto la Jugoslavia di Tito significava aprire una crepa nella pedagogia politica del dopoguerra. Non perché occorra “pareggiare i conti” o costruire equivalenze meccaniche, ma perché la realtà, quando è reale, non si lascia usare docilmente. E molte realtà non furono usate: furono rimosse. L’esodo, in questo senso, non è stato soltanto una fuga da un territorio; è stato anche un esilio nel discorso pubblico. Per troppo tempo, chi portava quella storia veniva percepito come portatore di un fastidio: il fastidio di complicare.

Eppure, se guardiamo bene, l’esodo istriano-dalmata ci parla dell’Italia più di quanto l’Italia abbia voluto ammettere. Ci parla della fragilità del concetto di appartenenza quando è gestito dai poteri, non dalle persone. Ci parla di cosa succede quando l’identità viene trasformata in una tessera di accesso o in una colpa anagrafica. Ci parla della violenza “fredda” dell’amministrazione, quando la burocrazia diventa una macchina che seleziona chi può restare e chi deve sparire. Ci parla, infine, di una cosa che oggi dovremmo riconoscere al volo: che lo sradicamento non è sempre spettacolare; spesso è progressivo, quasi “normale”, e proprio per questo è più efficace. Ti svuota prima di cacciarti.

Questo è il punto che vale la pena consegnare a chi legge oggi, senza toni liturgici e senza retoriche prefabbricate: l’esodo non è un capitolo “di parte”. È un capitolo di realtà. E la realtà, quando la si vuole davvero capire, chiede una cosa sola: non essere addomesticata. Non essere ridotta a slogan, non essere infilata nel cassetto delle commemorazioni a senso unico. Essere guardata in faccia, con quel minimo di onestà che distingue la memoria viva dalla memoria recitata.

Se c’è una lezione che l’esodo istriano-dalmata lascia, è questa: una nazione si misura anche da come tratta le storie che non le convengono. E quelle storie, prima o poi, tornano. Non per vendetta, ma per giustizia. Non per riscrivere il passato con rancore, ma per impedire che il presente si costruisca sull’amnesia. Perché l’amnesia è sempre un lusso di chi non ha pagato il prezzo. Chi lo ha pagato, invece, lo porta addosso. E spesso, in silenzio, lo consegna ai figli come si consegna una chiave: non per aprire una porta comoda, ma per non restare fuori dalla verità.

Per saperne di più: R. Bonuglia, All’ombra della Vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel regno di Clio, Roma, Aracne, 2023.