Il Capitano e noi. Varenne e l’antica alleanza tra l’uomo e il cavallo
La morte del più grande trottatore italiano riapre una storia cominciata millenni fa. Una relazione fatta di lavoro, guerra, viaggio, sport, fiducia e memoria: fino a quel misterioso punto d’incontro nel quale il cavallo impara a leggere l’uomo e l’uomo, finalmente, ad ascoltare il cavallo.
Roberto Bonuglia
8/18/20268 min read


Ci sono morti che chiudono una biografia. Altre, invece, spalancano una storia molto più grande di quella dell’individuo che se ne è andato. Quella di Varenne, morto il 18 agosto 2026 a trentun anni, appartiene certamente alla seconda categoria. «È con immenso dolore che diamo la notizia della morte del Capitano», hanno scritto dalla sua pagina ufficiale. Poche parole, quasi pudiche. La causa indicata dal veterinario è stata un infarto fulminante. Eppure, in poche ore, la notizia è uscita dal recinto degli appassionati di trotto ed è diventata qualcosa di diverso: il commiato da un animale entrato nella memoria collettiva italiana.
I numeri, come spesso accade, dicono molto e spiegano poco. Settantatré corse, sessantadue vittorie. Il Derby italiano, tre Lotterie di Agnano, due Prix d’Amérique, due Elitloppet, la Breeders Crown americana del 2001. Vittorie in sette Paesi e su due continenti. Una stagione, quella del 2001, praticamente irreale per dominio e continuità. Dati sufficienti a collocarlo nella storia del trotto mondiale, ma ancora insufficienti a spiegare perché davanti alla morte di un cavallo persone che non hanno mai posseduto una scuderia, guidato un sulky o frequentato assiduamente un ippodromo sentano comunque che qualcosa se ne sia andato.
Forse perché Varenne era un cavallo. E il cavallo, per l’uomo, non è mai stato soltanto un animale.
Per comprenderlo occorre allontanarsi dall’ippodromo e risalire molto indietro lungo i sentieri di Clio. La relazione tra Homo sapiens ed Equus caballus attraversa millenni di storia, al punto che perfino stabilire quando sia iniziata la sua forma propriamente domestica è oggi materia di discussione. Una recente revisione multidisciplinare, fondata su archeologia, paleogenetica e osteologia, ha contestato l’idea di identificare la domesticazione con l’improvvisa affermazione genetica della linea DOM2 intorno al 2200-2100 a.C. Gli indizi disponibili suggeriscono invece che gestione, mungitura e probabilmente utilizzo equestre di popolazioni equine differenti fossero presenti già molto prima e che la trasformazione sia stata graduale, diversificata e geograficamente estesa (Anthony et al., 2026).
La questione cronologica è tutt’altro che erudita. Con il cavallo l’uomo modificò la misura dello spazio. Il luogo lontano divenne raggiungibile, il tempo del viaggio si abbreviò, la circolazione di uomini, merci, notizie e culture assunse velocità prima sconosciute. La storia militare fu riscritta; altrettanto accadde a quella del lavoro, delle migrazioni, dei commerci e delle comunicazioni. Prima del motore, per secoli, una parte rilevantissima della velocità dell’uomo ebbe quattro zampe.
Ma sarebbe ancora una volta una storia incompleta se riducessimo il cavallo alla sua funzione. Aratro, carro, sella, cavalleria, posta, diligenza, sport: sono ciò che l’uomo ha fatto con il cavallo. Rimane da capire ciò che la frequentazione del cavallo ha fatto all’uomo.
È precisamente qui che l’antropologia contemporanea offre una categoria suggestiva. Studiando cavalieri e cavalli in differenti contesti culturali, Anita Maurstad, Dona Davis e Sarah Cowles hanno parlato di co-being, un «essere insieme» nel quale le due specie non rimangono perfettamente identiche dopo l’incontro. Si adattano, apprendono reciprocamente, modificano gesti e attese. Nella loro prospettiva la relazione uomo-cavallo è una pratica di «mutual becoming»: diventare, in qualche misura, ciò che si è proprio attraverso il rapporto con l’altro (Maurstad et al., 2013). Non fusione romantica, dunque. Relazione. E ogni relazione autentica lascia tracce.
È un punto sul quale etologia e antropologia finiscono curiosamente per incontrarsi. La letteratura scientifica mostra da tempo che il rapporto uomo-cavallo viene costruito attraverso la successione delle interazioni e che qualità, frequenza, modalità del contatto e condizioni di gestione influenzano profondamente ciò che il cavallo impara ad attendersi dall’essere umano (Hausberger et al., 2008). Il cavallo, insomma, non incontra semplicemente «l’uomo» come categoria astratta. Incontra quell’uomo, con la sua voce, i suoi gesti, la sua prevedibilità, le esperienze che ha prodotto.
Esperienze che possono depositarsi nella memoria. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che interazioni positive producono ricordi durevoli e influenzano il comportamento successivo verso gli esseri umani (Sankey et al., 2010). Altri hanno suggerito qualcosa di ancora più affascinante: il cavallo può costruire una rappresentazione complessa di una persona familiare, associando voce, aspetto ed aspettative comportamentali (Sankey et al., 2011). In uno studio successivo, undici cavalle furono persino in grado di identificare in fotografia il volto del proprio custode e, significativamente, quello di una persona conosciuta ma non vista da sei mesi (Lansade et al., 2020).
Detto con la prudenza che la scienza impone: il cavallo ricorda gli uomini.
E sembra ricordare qualcosa del modo nel quale gli uomini gli sono stati accanto.
Qui si comprende perché chi frequenta davvero i cavalli sorrida, spesso, davanti all’idea che si tratti semplicemente di animali «addestrati». L’addestramento spiega una risposta appresa; non esaurisce una relazione. Le ricerche sulla cognizione interspecifica mostrano ormai che i cavalli distinguono individui, prestano attenzione a stati attentivi e segnali referenziali umani e integrano informazioni provenienti da diversi canali sensoriali (Jardat & Lansade, 2022). Già nel 2018 era stato dimostrato che sono in grado di collegare espressioni facciali e vocalizzazioni emotive umane, reagendo alla congruenza o incongruenza tra i segnali ricevuti (Nakamura et al., 2018).
La ricerca più recente è andata ancora oltre. Nel 2025 un esperimento condotto su quarantacinque cavalli ha rilevato variazioni fisiologiche e comportamentali differenti davanti a stimoli audiovisivi umani di paura, gioia e neutralità. Frequenza cardiaca, postura, temperatura oculare, movimento delle orecchie e lateralizzazione dello sguardo hanno fornito indizi di quello che gli autori definiscono contagio emozionale interspecifico (Jardat et al., 2025). Non significa trasformare il cavallo in una persona con criniera né attribuirgli sentimentalismi umani. Significa qualcosa di più serio: riconoscere che, dopo millenni di prossimità, questo animale possiede strumenti raffinati per intercettare ciò che accade nell’essere umano che gli sta davanti.
La scienza, insomma, sta dando lentamente forma sperimentale a un’intuizione che gli uomini di cavalli conoscono da sempre: davanti a un cavallo non siamo mai completamente opachi.
Forse è proprio questo uno dei motivi per i quali tale animale esercita una seduzione così particolare. Davanti a un cane l’uomo avverte spesso l’accoglienza; davanti al cavallo deve conquistare la fiducia. È un animale possente e, contemporaneamente, vulnerabile; capace di forza enorme e di una sensibilità finissima verso l’ambiente. È stato compagno di battaglie e animale da preda, strumento di lavoro e simbolo aristocratico, forza motrice e creatura estetica. Nella sua storia convivono la potenza e la paura. Per avvicinarvisi l’uomo deve governare qualcosa di sé.
Per questo la storia dell’uomo e del cavallo possiede anche una zona d’ombra che sarebbe ipocrita dimenticare. L’alleanza non è stata sempre gentile. Lo abbiamo usato per combattere, trascinare, produrre, correre; lo abbiamo selezionato secondo le nostre necessità e sottoposto, in moltissime epoche, a condizioni che oggi giudicheremmo inaccettabili. Parlare di «simbiosi» non deve quindi servire a cancellare l’asimmetria: nella relazione interspecifica la responsabilità morale resta soprattutto nostra. Lo stesso studio del rapporto uomo-cavallo mostra quanto metodi di gestione e di addestramento possano costruire fiducia oppure produrre paura e problemi relazionali (Hausberger et al., 2008). Amare il cavallo significa anche accettare questo debito.
Ed è forse qui che Varenne torna davanti a noi.
Il trotto ha trasformato in sport una delle forme più antiche dell’intesa tra uomo e cavallo. Nel sulky l’uomo non sta neppure sulla groppa dell’animale: è dietro di lui. Ha redini, voce, esperienza, tattica. Ma davanti ha un essere vivente di mezza tonnellata che deve accettare di correre, regolare l’andatura, percepire le richieste, restare in equilibrio dentro la propria potenza. Nei grandi binomi è difficile stabilire dove termini la tecnica e dove inizi quella forma di intelligenza condivisa che nasce dalla frequentazione.
Varenne e Giampaolo Minnucci hanno offerto per anni questa impressione. La loro non era l’immagine dell’uomo che «muove» una macchina animale. Era quella, assai più antica, di due esseri differenti che imparano un ritmo comune. L’uomo indica, il cavallo interpreta. L’uomo conosce il percorso, il cavallo sente il terreno, gli avversari, la tensione della redine. Quando tutto riesce, per qualche minuto la distinzione sembra quasi perdere importanza. Resta il movimento.
Poi la corsa finisce.
Varenne aveva smesso di gareggiare da oltre vent’anni. Eppure era rimasto Varenne. Questa è forse la prova più semplice del fatto che un grande cavallo non coincide con le proprie prestazioni. Se fosse stato soltanto una macchina biologica costruita per vincere, terminata l’ultima corsa sarebbe terminato anche il nostro interesse. È accaduto l’opposto. Invecchiando, il «Capitano» era divenuto memoria vivente di ciò che era stato. Il campione si era lentamente separato dal cronometro. Restava il cavallo. E forse, a quel punto, lo si poteva vedere perfino meglio.
La sua morte ci ricorda allora qualcosa che riguarda noi molto più dell’ippica. Per migliaia di anni abbiamo affidato ai cavalli la nostra fame di distanza. Sulle loro schiene e dietro i loro passi abbiamo portato eserciti, lettere d’amore, mercanzie, sovrani, contadini, esploratori, medici, fuggiaschi. Hanno accompagnato l’uomo mentre costruiva imperi e mentre tornava a casa. Hanno conosciuto la nostra violenza e la nostra cura. Poi il motore li ha progressivamente espulsi dalla funzione quotidiana, ma non è riuscito a espellerli dall’immaginario.
Perché il cavallo ormai serviva a qualcosa di più difficile da sostituire: ricordava all’uomo una parte di se stesso.
Una parte corporea, silenziosa, paziente. Quella che conosce ancora il valore di un gesto ripetuto, della fiducia che non si compra, dell’attenzione necessaria per avvicinarsi a un altro essere vivente senza pretendere immediatamente di dominarlo. In un tempo nel quale quasi tutto deve essere veloce, disponibile e governabile attraverso uno schermo, il cavallo continua a chiedere presenza. Non accetta password. Non si scarica. Non ha un pulsante per essere spento. Occorre esserci.
Ed è qui, alla fine, che questo ricordo smette di appartenere soltanto a Varenne.
Queste righe sono dedicate a D.F., un amico che, con quella generosità che lo contraddistingue, mi ha insegnato l’amore per il cavallo e, soprattutto, per ciò che esso rappresenta da tempo immemore. Ci sono cose che nessun libro riesce a insegnare prima che qualcuno ce le faccia vedere. Lui mi ha aiutato a capire che avvicinarsi a un cavallo significa ridimensionare, almeno per qualche istante, la pretesa tutta umana di essere il centro della scena. Significa imparare misura, attenzione, rispetto. E scoprire che la forza può convivere con una straordinaria delicatezza.
Forse è anche per questo che oggi la morte di Varenne fa male.
Il Capitano non corre più. Ma dietro il silenzio lasciato dai suoi zoccoli resta una storia iniziata migliaia di anni prima che lui nascesse: quella di due specie che si sono osservate, temute, utilizzate, cercate e, qualche volta, comprese.
Una storia che parla del cavallo. E, inevitabilmente, parla di noi.
Bibliografia
Anthony, D. W., Trautmann, M., & Heyd, V. (2026). Horse genetics, archaeology, and the beginning of riding. Science Advances, 12(20), eady7336. https://doi.org/10.1126/sciadv.ady7336
Hausberger, M., Roche, H., Henry, S., & Visser, E. K. (2008). A review of the human-horse relationship. Applied Animal Behaviour Science, 109(1), 1–24. https://doi.org/10.1016/j.applanim.2007.04.015
Jardat, P., & Lansade, L. (2022). Cognition and the human–animal relationship: A review of the sociocognitive skills of domestic mammals toward humans. Animal Cognition, 25(2), 369–384. https://doi.org/10.1007/s10071-021-01557-6
Jardat, P., Yamamoto, S., Ringhofer, M., Tanguy-Guillo, N., Parias, C., Reigner, F., Calandreau, L., & Lansade, L. (2025). Emotional contagion of fear and joy from humans to horses using a combination of facial and vocal cues. Scientific Reports, 15, 17689. https://doi.org/10.1038/s41598-025-98794-3
Lansade, L., Colson, V., Parias, C., Trösch, M., Reigner, F., & Calandreau, L. (2020). Female horses spontaneously identify a photograph of their keeper, last seen six months previously. Scientific Reports, 10, 6302. https://doi.org/10.1038/s41598-020-62940-w
Maurstad, A., Davis, D., & Cowles, S. (2013). Co-being and intra-action in horse–human relationships: A multi-species ethnography of be(com)ing human and be(com)ing horse. Social Anthropology, 21(3), 322–335. https://doi.org/10.1111/1469-8676.12029
Nakamura, K., Takimoto-Inose, A., & Hasegawa, T. (2018). Cross-modal perception of human emotion in domestic horses (Equus caballus). Scientific Reports, 8, 8660. https://doi.org/10.1038/s41598-018-26892-6
Sankey, C., Henry, S., André, N., Richard-Yris, M.-A., & Hausberger, M. (2011). Do horses have a concept of person? PLOS ONE, 6(3), e18331. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0018331
Sankey, C., Richard-Yris, M.-A., Leroy, H., Henry, S., & Hausberger, M. (2010). Positive interactions lead to lasting positive memories in horses, Equus caballus. Animal Behaviour, 79(4), 869–875. https://doi.org/10.1016/j.anbehav.2009.12.037
Fonti specifiche per Varenne:
Estense.com. (2026, 18 agosto). È morto Varenne, il più grande trottatore di tutti i tempi. https://www.estense.com/
Italian Post Racing. (2026, 18 agosto). Ci ha lasciato Varenne, il figlio del vento. Addio ad una leggenda. https://italianpostracing.it/blog/
Harness Racing Museum & Hall of Fame. (n.d.). Varenne. https://harnessmuseum.com/content/varenne
Varenne Official. (n.d.). The stronger horse of all time. https://www.varenne.it/en/
