Il corpo come database. Appunti sul destino commerciale dei nostri dati sanitari
C’è stato un tempo in cui il corpo era l’ultima frontiera dell’intimità. Non perché fosse invisibile, ma perché restava irriducibile: malato o sano, stanco o vitale, era qualcosa che si esperiva, non che si trasmetteva. Oggi quella frontiera è stata superata senza clamore, senza opposizione, quasi senza consapevolezza. Il corpo è diventato un flusso di dati. E quei dati hanno un valore.
Roberto Bonuglia
1/5/20263 min read
C’è stato un tempo in cui il corpo era l’ultima frontiera dell’intimità. Non perché fosse invisibile, ma perché restava irriducibile: malato o sano, stanco o vitale, era qualcosa che si esperiva, non che si trasmetteva. Oggi quella frontiera è stata superata senza clamore, senza opposizione, quasi senza consapevolezza. Il corpo è diventato un flusso di dati. E quei dati hanno un valore.
Battito cardiaco, qualità del sonno, passi giornalieri, livelli di stress, cicli ormonali, abitudini alimentari, performance fisica, persino micro-variazioni dell’umore: tutto viene misurato, registrato, archiviato. Lo facciamo volontariamente, anzi con entusiasmo. Indossiamo dispositivi che promettono benessere, prevenzione, longevità. Ci convinciamo di “conoscerci meglio”. Ma raramente ci chiediamo una cosa essenziale: chi conosce davvero noi, attraverso quei numeri?
Il punto non è la tecnologia in sé. Sarebbe ingenuo e sterile indulgere in una polemica luddista. Il problema è l’ecosistema in cui quella tecnologia opera. Perché i dati sanitari non sono semplicemente informazioni neutre: sono la mappa più dettagliata della nostra vulnerabilità. Raccontano ciò che siamo, ma soprattutto ciò che potremmo diventare. Predicono malattie, fragilità, declini. E ciò che può essere previsto può anche essere monetizzato.
Il passaggio decisivo avviene quando la cura lascia il posto al calcolo. Il dato che nasce come strumento di monitoraggio personale diventa, quasi automaticamente, un asset commerciale. Non serve immaginare complotti: basta osservare le logiche del mercato digitale. Le aziende non vendono più solo prodotti, vendono profili. E il profilo sanitario è il più prezioso di tutti, perché consente una segmentazione raffinata, quasi chirurgica.
Non si tratta solo di pubblicità di integratori, di assicurazioni “su misura”, di piani fitness personalizzati. Il rischio più profondo è un altro: che il dato biologico venga utilizzato per orientare scelte che crediamo libere. Offerte calibrate sulla nostra stanchezza, sul nostro livello di ansia, sulla nostra propensione al rischio. Una persona affaticata è più suggestionabile. Una persona preoccupata per la salute è più disposta a spendere. Una persona che si percepisce fragile è più facilmente governabile.
In questo senso, il confine tra prevenzione e sfruttamento è sottile. E spesso viene superato non con un atto esplicito, ma per accumulo. Un consenso accettato distrattamente. Un aggiornamento dei termini di servizio. Una nuova funzione “utile” che richiede accessi sempre più profondi. Così, pezzo dopo pezzo, la sovranità sul proprio corpo scivola altrove.
C’è poi un aspetto culturale, ancora più inquietante. La trasformazione del corpo in dashboard produce un mutamento dello sguardo su di sé. Non siamo più persone che vivono stati fisici ed emotivi, ma utenti che inseguono parametri. Dormire non basta: bisogna “ottimizzare” il sonno. Camminare non è sufficiente: bisogna raggiungere l’obiettivo giornaliero. Stare bene non è più un’esperienza, ma un punteggio. E ciò che è misurabile tende, prima o poi, a diventare normativo.
Il rischio non è solo commerciale. È antropologico. Quando la salute viene letta esclusivamente attraverso dati, ciò che esce dallo standard diventa anomalia. E l’anomalia, in un sistema orientato all’efficienza, è un costo. È facile immaginare un futuro – nemmeno troppo lontano – in cui l’accesso a servizi, sconti, opportunità lavorative o assicurative venga condizionato da profili sanitari costruiti silenziosamente nel tempo.
Tutto questo avviene mentre ci raccontiamo una storia rassicurante: quella dell’empowerment individuale. “Sei tu che controlli i tuoi dati”. “Sei tu che decidi”. Ma il potere non risiede nella raccolta, bensì nell’elaborazione. E soprattutto nella capacità di mettere in relazione informazioni che, prese singolarmente, sembrano innocue. Nessun singolo dato è pericoloso. È la loro somma a esserlo.
La questione, allora, non è tecnica ma politica, nel senso più profondo del termine. Riguarda il rapporto tra individuo e potere, tra intimità e mercato, tra libertà e previsione. Un potere che conosce in anticipo le nostre debolezze non ha bisogno di reprimere: può semplicemente orientare. E un individuo costantemente monitorato finisce per interiorizzare lo sguardo che lo osserva.
Forse è tempo di recuperare una domanda semplice, quasi antica: a chi appartiene il corpo? Non in senso biologico, ma simbolico. Appartiene ancora alla persona che lo abita, o è diventato una miniera di informazioni a disposizione di chi ha gli strumenti per estrarle e sfruttarle?
Difendere la libertà, oggi, significa anche questo: rivendicare il diritto a non essere interamente leggibili, prevedibili, profilabili. Accettare che una parte di noi resti opaca, non ottimizzata, non monetizzabile. Perché ciò che non può essere ridotto a dato è, spesso, l’ultimo spazio autentico della nostra umanità.
Roberto Bonuglia
