Il senso critico contro il pensiero critico: difesa di un’intelligenza perduta
Il pensiero critico ragiona, ma il senso critico comprende. Il primo addestra, il secondo libera
Roberto Bonuglia
10/30/20253 min read
Viviamo in un tempo che ha fatto del “pensiero critico” una parola d’ordine. Tutti lo invocano, nessuno lo esercita davvero. È diventato il marchio di fabbrica della modernità: un’etichetta educativa, una competenza trasversale, una formula rassicurante che si ripete come un mantra nelle scuole, nei corsi universitari, nei programmi aziendali. “Pensare criticamente” significa, oggi, sapere analizzare, confrontare, valutare. Ma la critica ridotta a procedura non è più critica: è conformismo metodico, elegante ma sterile.
Il senso critico, invece, è un’altra cosa. Non si insegna, si matura. Non si misura, si riconosce. È una disposizione dell’anima prima che della mente: un modo di sentire la realtà, di sospettare la menzogna anche quando si veste di logica, di percepire la verità anche quando si nasconde dietro il rumore delle parole.
Il senso critico non si limita a ragionare sul mondo: lo attraversa. È intuizione, discernimento, consapevolezza. È quella forma di intelligenza che non separa ma unisce, che non classifica ma comprende.
Dal pensiero come metodo al pensiero come obbedienza
Il pensiero critico, così come lo intendiamo oggi, è figlio dell’Illuminismo e del suo sogno razionalista. Nasce come atto di emancipazione ma, nel tempo, si è trasformato in una nuova forma di addestramento.
Non pensa più per comprendere: pensa per conformarsi. Non cerca la verità: verifica la coerenza interna del sistema che la contiene. È la razionalità al servizio dell’ordine.
Nel mondo ipertecnologico e globalizzato — come ho mostrato in Dalla globalizzazione alla tecnocrazia — il pensiero critico è stato ridotto a una serie di protocolli cognitivi. Analizzare, argomentare, dedurre: esercizi utili, certo, ma vuoti se non sono accompagnati da un giudizio morale. Così, si formano individui perfettamente competenti, ma incapaci di interrogarsi.
Sanno tutto, ma non sanno più perché.
È la grande illusione del nostro tempo: credere che ragionare bene basti per essere liberi. Non è così. Si può essere lucidamente schiavi, razionalmente ciechi, metodicamente obbedienti.
Il senso critico: una ribellione silenziosa
Il senso critico non si impara nei manuali di epistemologia. Nasce nel dubbio, cresce nell’esperienza e si fortifica nel dolore. È quella voce interiore che ci impedisce di accettare una verità solo perché è ripetuta da tutti, o di seguire una regola solo perché la chiama “scienza”.
È l’intelligenza che ascolta prima di giudicare e giudica senza presunzione di infallibilità.
Mentre il pensiero critico separa e classifica, il senso critico riunisce ciò che la tecnica divide. Non pretende di avere sempre ragione, ma si rifiuta di essere ingannato.
È il dubbio che non paralizza, ma protegge. La diffidenza verso ogni verità imposta, anche quando porta il sigillo dell’autorità o il timbro dell’algoritmo.
È, in fondo, una forma di libertà interiore. Non quella rumorosa delle piazze, ma quella silenziosa di chi continua a pensare con la propria testa anche quando tutto lo spinge a smettere.
Il ritorno al limite
Il senso critico non è nemico della scienza, ma della sua idolatria. Non nega il progresso, ma lo misura sull’uomo. È consapevole che non tutto ciò che è possibile è anche giusto.
In un’epoca che scambia la connessione per conoscenza e la competenza per coscienza, il senso critico è un atto di resistenza. Non è contro la ragione: è la ragione che torna a interrogare se stessa.
Recuperarlo significa ridare dignità alla complessità umana, alla parte non quantificabile del sapere: il dubbio, la pietà, la memoria.
Il pensiero critico costruisce sistemi; il senso critico li attraversa, li mette alla prova, li abita senza diventarne prigioniero.
Il senso critico come autocontrollo spirituale
C’è, nel senso critico, una dimensione spirituale che la modernità ha dimenticato. È una forma di autocontrollo dell’anima, una temperanza che non si limita a trattenere l’impulso, ma orienta il giudizio.
Nella tradizione cristiana, l’autocontrollo è l’ultimo dei nove frutti dello Spirito Santo (Gal 5,22-23): il più silenzioso, ma anche il più decisivo. Non a caso viene dopo la pace, la bontà e la fedeltà, perché è la sintesi di tutte le virtù precedenti.
Avere senso critico, in questa prospettiva, significa esercitare quel dominio interiore che ci impedisce di cedere alle passioni collettive, alle mode del pensiero, alle derive dell’ideologia.
È la forza gentile di chi sa tacere quando gli altri gridano, riflettere quando gli altri reagiscono, discernere quando gli altri si abbandonano all’impulso dell’istante.
Il senso critico, allora, non è solo una postura intellettuale: è una pratica spirituale, un modo di restare integri in un mondo che chiede costantemente di semplificarsi.
Conclusione: la libertà del discernimento
In un tempo in cui la verità è un algoritmo e il consenso una virtù, il senso critico è l’ultima forma di libertà possibile.
Il pensiero critico ragiona: il senso critico comprende.
Il primo è una facoltà; il secondo, una coscienza.
Uno serve la struttura del sapere; l’altro difende la fragilità della verità.
Senza senso critico, il pensiero diventa meccanismo.
Senza pensiero, il senso si disperde.
Ma quando si incontrano — quando l’intelligenza e la coscienza tornano a camminare insieme — allora l’uomo non è più spettatore della realtà, ma suo interprete.
Ed è solo in quel momento che la conoscenza torna a essere, davvero, libertà.
Per approfondire
Bonuglia, R. (2022). Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio. Torino: Larsen Edizioni.
Bonuglia, R. (2023). All’ombra della Vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel Regno di Clio. Roma: Aracne.
Del Noce, A. (1978). Il suicidio della rivoluzione. Milano: Rusconi.
Guardini, R. (1950). La fine dell’epoca moderna. Brescia: Morcelliana.
La Sacra Bibbia, Lettera ai Galati 5,22-23.
