Intervento al Primo convegno annuale in ricordo del filosofo Francesco Lamendola

L'eredità lamendoliana tra tomismo e verità

Roberto Bonuglia

1/27/20268 min read

Intervento al Primo convegno annuale in ricordo del filosofo Francesco Lamendola

Bassano del Grappa 24 gennaio 2026


L'eredità lamendoliana tra tomismo e verità

di Roberto Bonuglia

Ricordare Francesco Lamendola in un convegno significa, prima ancora che compiere un dovere di amicizia e di gratitudine, assumersi una responsabilità: quella di non ridurlo a un “profilo”, a una formula commemorativa, a una figura addomesticata dalla retorica.

Lamendola è stato, fino all’ultimo, un pensatore di frontiera: non perché cercasse lo scandalo, ma perché si è ostinato a presidiare la soglia in cui la ragione o resta fedele a se stessa, oppure si degrada in linguaggio manipolato, in opinione indotta, in consenso amministrato. La scelta di partire dalle due Carte di Venezia è dunque particolarmente felice, perché esse non sono soltanto testi “programmatici”: sono, nel senso forte del termine, due diagnosi.

Sul sito della Unione Apostolica Fides et Ratio le Carte compaiono infatti come “articoli programmatici”: la Carta di Venezia 2021 si apre denunciando “un attacco senza precedenti… contro la struttura logica del discorso”, mentre la Carta di Venezia 2022 parla di una “crisi di civiltà… la più grave” che la modernità globalizzata renderebbe planetaria e simultanea.

È importante soffermarsi su questa coppia di enunciati iniziali, perché vi si vede subito lo stile di Lamendola: individuare il punto generatore, la causa profonda, ciò che viene prima delle conseguenze. Non parte dall’episodio, ma dal principio lesionato; non si ferma alla cronaca, ma risale alla grammatica del pensare.

Che cosa significa, per Lamendola, “attacco alla struttura logica del discorso”? Non è una lamentazione generica sul “declino dei tempi”. È un’accusa filosofica precisa: se la struttura del discorso razionale viene corrotta, allora la società non perde soltanto chiarezza argomentativa; perde il criterio stesso con cui distinguere il vero dal verosimile, il bene dal vantaggioso, il reale dall’immaginato.

Il risultato non è semplicemente confusione: è una disponibilità collettiva alla suggestione, all’adesione emotiva, alla parola d’ordine che sostituisce la prova. In altri termini, la crisi politica e culturale diventa possibile perché, prima, è stata disinnescata la disciplina del logos.

Qui emerge il legame profondo con la sua ispirazione tomistica. Nel tomismo, la ragione non è un lusso, né una “competenza” tra le altre: è una facoltà ordinata alla verità, e la verità non è un prodotto della volontà. La mente non crea il reale; lo incontra, lo riceve, lo giudica.

Quando Lamendola denuncia l’assalto alla logica del discorso, sta difendendo esattamente questo: la precedenza dell’essere sul dire, e dunque la necessità di un linguaggio che non si emancipi dal reale. Se la parola si separa dall’essere, il pensiero diventa un circuito chiuso; e quando un circuito è chiuso, basta aumentare la pressione comunicativa per imporre qualunque “evidenza” artificiale.

La Carta di Venezia 2022 compie un passo ulteriore: non si limita a registrare la lesione interna del discorso, ma allarga lo sguardo alla civiltà nel suo insieme, in un contesto in cui la globalizzazione rende l’errore non più locale, ma pervasivo e replicabile ovunque.

Anche qui, il punto non è l’avversione per la modernità in quanto tale; è la percezione che la modernità, quando perde fondamento metafisico e criterio morale, sviluppa una potenza tecnica che si rovescia contro l’uomo. La crisi di civiltà è “più grave” proprio perché dispone di mezzi enormemente superiori rispetto alle crisi del passato. Se si spezza il rapporto tra verità e libertà, la libertà stessa diventa uno strumento: non la forza di aderire al vero, ma la facoltà di scegliere ciò che conviene.

È in questa cornice che va collocata l’opera più ampia di Lamendola, la sua identità intellettuale concreta, non astratta. È stato docente per decenni, e insieme autore di una produzione impressionante: sul sito Fides et Ratio si parla di “più di 6.000” articoli disponibili in rete e di una “decina di libri”. Altre presentazioni ricordano la varietà dei suoi interessi e delle sue pubblicazioni: saggi storici, filosofici, narrativa, poesia; titoli come L’Unità dell’Essere e Metafisica del Terzo Mondo, accanto a studi storici sulla crisi romana del 68–69 d.C. e sul genocidio degli Herero (Il genocidio dimenticato: la "soluzione finale" del problema Herero nel sud-ovest africano 1904-05, 1988). Questo dato è essenziale: Lamendola non è stato un ideologo monotematico, ma un autore che ha attraversato i piani dell’umano – storia, metafisica, religione, cultura – cercando l’unità non come semplificazione, ma come ordine.

E qui torna il “filo rosso” tomistico: l’unità è una conquista della ragione che riconosce gerarchie, gradi, analogie; non un collage di opinioni. Il suo L’Unità dell’Essere – già nel titolo – indica una direzione: la realtà non è un frammento senza centro, ma un cosmo intelligibile.

Questa intelligibilità, nel tomismo, non è un dogma sentimentale: è la conseguenza della partecipazione dell’ente all’essere, e dunque della possibilità per l’intelletto di conoscere. Se oggi, come Lamendola suggerisce, l’uomo è sottoposto a una pressione che lo spinge a parlare senza più intendere e a scegliere senza più distinguere, allora il gesto filosofico primario è tornare a fondare: ricondurre il discorso alla sua responsabilità verso il reale.

In un suo articolo del giugno 2019, significativamente intitolato “Briciole di filosofia per il nostro tempo”, Lamendola usa un’immagine che merita di essere ripresa in una commemorazione: parla di contemporanei “senza denti” e “deboli di stomaco”, per i quali non si può offrire “un cibo solido, come il tomismo”, ma occorre “spezzare… e sbriciolare” la ricerca della verità (Lamendola, 2019).

Non è sarcasmo: è pedagogia drammatica. È l’idea che, in un’epoca di debilitazione intellettuale, l’atto di carità non è semplificare la verità fino a farla diventare irriconoscibile, ma renderla nuovamente masticabile senza tradirla. Questa, a ben vedere, è una cifra del suo stile: non rinunciare al principio, ma cambiare il passo del discorso per non perdere l’interlocutore.

Ecco perché il suo lavoro storico-religioso e il suo tomismo non vanno letti come compartimenti separati. In Lamendola la storia non è mai neutra: è luogo di prova della verità sull’uomo. La religione non è mai “tema” tra gli altri: è questione decisiva, perché riguarda il fine dell’esistenza e dunque la misura dei mezzi. La metafisica, infine, non è ornamento accademico: è la condizione affinché le parole “bene”, “vero”, “giusto”, “libertà”, non diventino gusci vuoti.

Quando, nelle Carte di Venezia, egli insiste sull’aggressione al discorso razionale e sulla crisi di civiltà, sta in realtà dicendo che l’Occidente – e con esso l’uomo contemporaneo – rischia di smarrire la capacità di nominare correttamente le cose. E quando una civiltà non sa più nominare, non sa più giudicare, e quando non sa più giudicare, non sa più agire.

In un passaggio del Suo libro “L’Unità dell’essere” Lamendola scrisse, nel 1985: «E’ tempo di riscuotersi. Dobbiamo risollevarci dalla palude in cui, non senza nostra colpa, siamo ingloriosamente affondati. Non è un ritorno all’antico che auspichiamo, ma il recupero di una dimensione eterna del pensare al fine di fondare con rinnovata lucidità i valori dell’esistenza. Perché di valori c’è oggi un bisogno quasi disperato. E a tutti coloro che in questa battaglia son rimasti spettatori neutrali, ma specialmente agli intellettuali che con la loro acquiescenza e con la loro pusillanimità hanno collaborato al generale sbandamento delle coscienze, il domani chiederà severo: «E tu, dov’eri allora?».

Da questa prospettiva si comprende anche la postura “civile” del suo tomismo. Non un tomismo da manuale, fatto di citazioni rituali; piuttosto un tomismo come esercizio di igiene mentale e morale. La ragione, per Lamendola, non è contro la fede; e la fede non è contro la ragione. Sempre nell’articolo del 2019 prima citato parla esplicitamente di un “circuito virtuoso” in cui “la ragione illumina la fede e la fede incoraggia la ragione” (Lamendola, 2019). Anche qui, ciò che conta non è la formula, ma la conseguenza: se si rompe questo circuito, la ragione scivola nello scetticismo e la fede si riduce a emozione. Nel primo caso avremo cinismo; nel secondo avremo fanatismo. In entrambi i casi, la libertà interiore – che Lamendola considerava decisiva – viene divorata.

Un passaggio che trovò conferma e sviluppo nella Carta di Venezia del 2022: «E, se per caso qualcuno non se ne fosse ancora accorto, il trans-umanesimo è già incominciato, qui, fra noi, sotto il nostro naso, e alcuni di noi sono di fatto già trans-umani o post-umani. Ma come convincere chi è vittima di una vera e propria dissonanza cognitiva; come far aprire gli occhi a chi è fermamente deciso a permanere nell’ipnosi? Del resto, le tecniche psichiatriche, chimiche e di controllo a distanza, anche basate sulle nanotecnologie da introdurre nel corpo umano, sono così avanzate, che senza dubbio molte persone non possono più uscire dall’ipnosi e dal condizionamento, né lo potrebbero, anche se lo volessero. E non lo vogliono».

Passaggio, questo, che Lamendola ribadì e sviluppò nella prefazione al mio “Dalla Globalizzazione alla Tecnocrazia” edito dalla Larsen Edizioni: «Questo […] è il senso del fare ricerca storica: non “accontentare” le aspettative di questa o quella ideologia e di questo o quel tipo di pubblico, ma ristabilire la verità attraverso la comprensione dei processi profondi e delle forze che talvolta si tengono nell’ombra, lasciando che agiscano in maniera visibile quelle tradizionali, con le quali il pubblico ha familiarizzato da sempre (per fare un esempio, il concetto di Stato sovrano), esse sono assurte al ruolo di veri protagonisti delle vicende internazionali, e possono farlo tanto più agevolmente, quanto più l’opinione pubblica, e gli stessi studiosi, sembrano non essersi neppure accorti della loro capillare, invadente presenza. Roberto Bonuglia con questo suo studio ci conduce per mano attraverso una serie di scenari distopici, sorprendenti per la loro vastità e complessità, e ci indica i punti precisi in cui guardare con particolare attenzione, senza farci distrarre dagli aspetti secondari: ad esempio, l’impressionante arricchimento dei soliti noti nel corso del trentennio che va dal 1990 a oggi (I peggiori anni della nostra vita) e lo speculare, drammatico impoverimento di strati di ceto medio, o di ex ceto medio, sempre più significativi. Così, dalla questione delle multinazionali del farmaco all’onnipotenza della grande finanza, capace ormai di condizionare non solo indirettamente, come faceva un tempo, ma anche direttamente, la vita politica degli Stati, anche attraverso quel cavallo di Troia che sono i grandi organismi sovranazionali, come l’ONU, e degli istituiti privati, ma auto-promossi alla dignità di centrali insindacabili ove si decide il futuro dell’umanità, come il Forum Economico di Davos il lettore si rende conto che nulla di ciò che credeva di sapere poggia ormai su basi solide, che l’intero quadro della realtà ci è stato sottratto e ricostruito sotto i nostri occhi, senza che ce ne avvedessimo. Adesso, però, le cose sono giunte a un punto tale che è quasi impossibile non vedere e non capire, a meno che si scelga – come sembra fare la maggioranza – la via della dissonanza cognitiva: piuttosto che riconoscere la dura realtà nella quale ci troviamo immersi, fingere che tutto prosegua più o meno come prima, e che insomma ci si possa arrangiare in qualche modo e sopravvivere alla meno peggio anche ai radicali mutamenti imposti dalla globalizzazione».

Vorrei allora proporre, come chiave conclusiva di questa commemorazione, un’immagine coerente con la Venezia evocata dalle Carte. Venezia è città di acqua e di pietra, di riflessi e di fondamenta. È, per così dire, un simbolo perfetto del problema lamendoliano: senza fondamenta la città sprofonda; senza riflessi la città perde luce.

La filosofia, nella sua visione, deve tenere insieme le due cose: fondare e illuminare. Fondare, cioè restituire al discorso una struttura logica capace di verità; illuminare, cioè mostrare che la verità non è un peso che schiaccia, ma ciò che rende possibile la libertà non manipolata.

Se oggi lo ricordiamo “partendo dalle Carte di Venezia”, non lo facciamo per trasformarle in manifesto, ma per riconoscere in esse un compito: riabilitare il pensiero come atto morale.

In un tempo in cui le parole si consumano e l’indignazione diventa una moneta, Lamendola ci lascia un’eredità esigente: tornare a distinguere, tornare a verificare, tornare a nominare. Non per nostalgia del passato, ma per amore dell’umano. Perché, in ultima analisi, ciò che egli ha difeso non è stato un sistema; è stato il diritto dell’uomo a non essere ingannato, a non essere addestrato, a non essere ridotto.

E se il tomismo, nel suo percorso, è stato la forma più alta di questa difesa, è perché in Tommaso d’Aquino la ragione non si piega al potere, e la fede non si piega alla moda: entrambe si piegano soltanto al vero. È un gesto semplice. Ed è, oggi, rivoluzionario.