La storia presenta il conto. Ma da quando? Una replica all’editoriale di Ernesto Galli della Loggia

Il 1992-1994 è certamente punto di non ritorno per la politica italiana e coincide con un passaggio decisivo dell’ordine internazionale. Trasformarlo nell’origine di processi tanto diversi rischia, però, di confondere l’accelerazione con la genesi.

Roberto Bonuglia

8/12/20266 min read

Si legge con interesse l’odierno editoriale di Ernesto Galli della Loggia, Democrazia la crisi è doppia sul Corriere della Sera con il quale l’autore prova a ricondurre la crisi italiana dentro quella più ampia della democrazia occidentale. Il tentativo è generoso e molti dei sintomi richiamati nell’analisi – sempre di livello – sono difficili da contestare: l’indebolimento dei partiti, la perdita di peso della politica, il declino della formazione umanistica, la rarefazione dei legami comunitari, l’avanzata di una società nella quale al cittadino resta sempre più spesso la parte del consumatore. Proprio per questo, tuttavia, sorprende l’avvio causale dell’argomentazione: «Tutto è iniziato con una coincidenza cronologica» nei primi anni Novanta, quando la Prima Repubblica crolla e l’Occidente entra «a vele spiegate» nella globalizzazione.

È davvero lì che tutto comincia?

Lo storico, più del commentatore, dovrebbe diffidare delle date che spiegano troppo. Il 1992-1994 è certamente punto di non ritorno per la politica italiana e coincide con un passaggio decisivo dell’ordine internazionale. Trasformarlo nell’origine di processi tanto diversi rischia, però, di confondere l’accelerazione con la genesi. La disgregazione culturale descritta, infatti, aveva già una storia quando la Cina non rappresentava ancora il competitore sistemico dell’Occidente e quando la parola globalizzazione non aveva assunto il significato quasi taumaturgico che avrebbe avuto negli anni Novanta (Bonuglia, 2022).

Basterebbe tornare a Pier Paolo Pasolini, come ha ben colto di recente Martino Mora (Mora, 2026). Nel 1974, parlando di «genocidio», individuava nella società dei consumi una forza di omologazione capace di penetrare assai più in profondità dei vecchi apparati autoritari, modificando desideri, linguaggi, comportamenti e modelli di vita (Pasolini, 1974, pp. 19-22). Ciò che oggi Galli della Loggia descrive quando osserva che all’individuo «sembra restare solo la dimensione del consumo che alimenta la sua solitudine» appartiene dunque a una diagnosi iniziata almeno mezzo secolo fa. La globalizzazione ne ha moltiplicato la potenza; non l’ha inventata.

Lo stesso vale sul piano politico. Chi scrive ha sostenuto altrove che una delle conseguenze più profonde della globalizzazione sia consistita nello spostamento progressivo della decisione fuori dai luoghi classici della rappresentanza, verso organismi sovranazionali, mercati finanziari e centri economici sottratti, in diversa misura, alla responsabilità elettorale (Bonuglia, 2022). Da questa prospettiva gli anni Novanta acquistano un significato differente: diventano il momento nel quale un processo già avviato trova condizioni geopolitiche eccezionalmente favorevoli. La fine del bipolarismo non crea la crisi della rappresentanza. Le permette di cambiare scala.

Sul caso italiano esiste poi un precedente storiografico che rende ancora più problematica la periodizzazione proposta. Nel 2000 Giovanni Aliberti, discutendo proprio alcune tesi di Galli della Loggia sull’identità nazionale, osservava come quell’interpretazione, pur condivisibile nell’assunto generale, semplificasse eccessivamente l’evoluzione dell’idea di patria perché non la collegava alla frattura, assai più antica, tra élite e società di massa (Aliberti, 2000). Il nodo veniva collocato ben prima dell’8 settembre 1943: nella difficoltà storica dello Stato unitario di trasformare un’identità elaborata da minoranze politiche e culturali in una coscienza civile realmente condivisa.

È un’obiezione che conserva intatta la sua forza. Nel 1996 Galli della Loggia aveva posto al centro della propria riflessione la «morte della patria», indicando nella crisi del 1943-1945 un passaggio decisivo (Galli della Loggia, 1996). Oggi la cesura sembra spostarsi al 1992-1994. Nulla vieta, naturalmente, di individuare più fratture nella medesima storia. Occorre però collegarle e stabilirne il peso, altrimenti ogni nuovo trauma rischia di trasformarsi in un nuovo anno zero.

La fragilità dell’identità repubblicana era stata descritta, del resto, anche attraverso altre categorie. Gian Enrico Rusconi rilevava l’«incapacità di raccontare al grande pubblico quest’“inizio”, e quindi indirettamente la storia comune» (Rusconi, 1997, p. 47). Il problema, allora, non nasce quando scompaiono Dc, Psi e gli altri partiti della Prima Repubblica. Il loro crollo mette semmai a nudo una debolezza che quelle organizzazioni avevano amministrato, mediato e in parte coperto. La Repubblica dei partiti per dirla con Pietro Scoppola (1991) aveva costruito appartenenze robuste; assai meno sicuro è che fosse riuscita a trasformarle in una comune appartenenza nazionale.

Da qui nasce qualche perplessità anche sulla seconda parte dell’editoriale. Affermare che dopo il 1992 il vuoto lasciato dalla cultura «cattolico-liberal-socialista» sia stato occupato dalle due culture novecentesche «non democratiche», quella fascista e quella comunista, è una formula suggestiva, ma storiograficamente troppo compatta. La genealogia di una cultura politica conta, certo, ma non può essere trattata come un codice genetico immutabile.

Il Pci partecipò alla Costituente e attraversò per decenni la vita parlamentare repubblicana; il Msi ebbe una storia, una collocazione e un rapporto con l’ordine costituzionale assai differenti. Ricordarlo non significa equiparare vicende che equivalenti non furono, né cancellarne le rispettive responsabilità. Significa distinguere origine ideologica, pratica istituzionale e trasformazione politica. Senza tale cautela il Pd rischia di diventare semplicemente il Pci sopravvissuto e FdI – passando per l’esperienza di Alleanza Nazionale entro la cui genealogia politica evidentemente si colloca – il Msi sopravvissuto: una genealogia finirebbe così per prendere il posto della storia.

Ancora più discutibile appare la definizione di populismo e sovranismo come «forme bastarde e degradate» delle antiche culture “fascista” e “comunista”. Qui il lessico polemico rischia di precedere l’analisi. Il populismo attraversa orientamenti politici differenti (Tarchi, 2015); il sovranismo, prima di essere classificato, andrebbe almeno ricondotto alla domanda che lo rende possibile: dove risiede oggi la decisione politica?

Se una parte crescente della decisione effettiva migra verso sedi tecniche, finanziarie o sovranazionali - tecnocratiche, se si vogliono chiamare le cose con il loro nome -, la richiesta di riavvicinarla alla rappresentanza può certamente assumere forme demagogiche, rozze, perfino illiberali. Non per questo tutto ciò diventa genealogicamente “fascista”. Talvolta è una risposta sbagliata a una domanda reale. Liquidare la domanda attraverso l’origine attribuita alla risposta impedisce, paradossalmente, di comprendere entrambe.

Resta il tema più delicato: il cristianesimo. Galli della Loggia ha ragione nel ricordare quanto la tradizione cristiana abbia concorso alla formazione morale dell’Europa. Meno persuasiva appare la sua «cancellazione» assunta quale causa quasi lineare dell’inaridimento democratico. La democrazia europea è maturata attraverso un lungo e spesso conflittuale processo di distinzione fra autorità religiosa e potere civile, dentro il quale tradizione liberale, socialismo, Illuminismo, costituzionalismo e cattolicesimo politico hanno agito secondo direttrici differenti. E la Chiesa ha molte responsabilità in questo processo, soprattutto dal Concilio Vaticano II laddove si è «consumata la rottura con la vera dottrina ed è sorta una religione parallela al quella cattolica, il modernismo, contrabbandata però come la religione cattolica di prima e di sempre» (Lamendola, 2021) ad oggi (Mora, 2025).

Nel caso italiano la questione è ancora più evidente. La costruzione dello Stato nazionale passò attraverso la soluzione cavouriana della separazione fra sfera civile e religiosa e attraverso il durissimo confronto con il potere temporale della Chiesa. Aliberti aveva già colto proprio qui una tensione dell’interpretazione di Galli della Loggia: lamentare la «partitizzazione» dell’identità repubblicana e, nello stesso tempo, cercare nel rapporto con la religione una possibile rifondazione dell’identità politica significa fare i conti con una storia italiana nella quale l’autonomia dello Stato liberale si era costruita piaccia o meno precisamente distinguendo quei due piani (Aliberti, 2000).

Forse è proprio su questo terreno che l’articolo del Corriere merita di essere rovesciato senza essere respinto. Galli della Loggia ha ragione quando descrive una politica italiana ormai «senz’anima». Ma quell’anima non è svanita in un giorno e difficilmente potrà essere ritrovata scegliendo un solo colpevole o una tradizione da restaurare. La sua dispersione viene da più lontano: dalla frattura mai davvero composta tra élite e masse; dalla debole educazione alla cittadinanza; dalla trasformazione delle appartenenze politiche in identità reciprocamente escludenti; dall’omologazione consumistica già denunciata negli anni Sessanta e Settanta da Pasolini e pochi altri; dal progressivo svuotamento della rappresentanza; dall’economia progressivamente fattasi ideologia – quella «radice di tutti i mali» discussa altrove (Bonuglia, 2022) – e dalla sua crescente finanziarizzazione; da una cultura che ha smesso troppo spesso di trasmettere memoria per inseguire il presente.

La Seconda Repubblica, in questa prospettiva, non è l’origine del problema. È uno dei luoghi nei quali il problema è diventato visibile. La storia, insomma, presenta davvero il conto. Solo che il conto non comincia nel 1992. E, come accade con le fatture serie, prima di stabilire chi debba pagarlo converrebbe leggere tutte le voci.

Bibliografia

Aliberti, G. (2000), La resa di Cavour. Il carattere nazionale italiano tra mito e cronaca (1820-1976), Firenze, Le Monnier.

Bonuglia, R. (2022), Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio, Roma, Andrea Larsen Edizioni.

Galli della Loggia, E. (1996), La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza.

Galli della Loggia, E. (2026), «Occidente, Italia. La doppia crisi della democrazia. La storia sta presentando il conto al sistema politico italiano», Corriere della Sera, 12 agosto.

Lamendola, F. (2021), Il Concilio Vaticano “colpo maestro di Satana”, Fides et Ratio, 13 marzo.

Mora, M. (2026), Cadaveri viventi, Arianna Editrice, 20 luglio.

Mora, M. (2025), Il maggior flagello della Chiesa di Cristo, Il Blog di Aldo Maria Valli, 21 aprile.

Pasolini, P.P. (1974), «Ideologia e politica nell’Italia che cambia», Rinascita, n. 38, 27 settembre, pp. 19-22.

Rusconi, G.E. (1997), Patria e repubblica, Bologna, Il Mulino.

Scoppola, P. (1991), La Repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia, 1945-1990, Bologna, Il Mulino.

Tarchi, M. (2015), Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Bologna, Il Mulino.

Contatti

Unisciti a noi per esplorare la cultura oltre gli steccati del politicamente corretto

Seguici

Iscriviti

accademiadelsensocritico@gmail.com

© 2026. All rights reserved.