“M’hai spogliata finché nuda”: la scrittura come atto di verità

Ci sono libri che, più che essere letti, chiedono di essere attraversati. M’hai spogliata finché nuda, firmato da Ermelinda Cipriani, pseudonimo dietro cui si riconosce la voce matura di Laura Onofri, appartiene a questa categoria di opere liminali: testi che vivono sul confine tra ciò che si può dire e ciò che resta irriducibile al dire, tra autobiografia e finzione, tra eros della narrazione e agape della cura. È un romanzo che espone il lettore alla nudità di una voce prima ancora che alla nudità di una storia.

Roberto Bonuglia

12/11/20254 min read

Ci sono libri che, più che essere letti, chiedono di essere attraversati. M’hai spogliata finché nuda, firmato da Ermelinda Cipriani, pseudonimo dietro cui si riconosce la voce matura di Laura Onofri, appartiene a questa categoria di opere liminali: testi che vivono sul confine tra ciò che si può dire e ciò che resta irriducibile al dire, tra autobiografia e finzione, tra eros della narrazione e agape della cura. È un romanzo che espone il lettore alla nudità di una voce prima ancora che alla nudità di una storia.

La vicenda sentimentale tra Viola e G. potrebbe sembrare, a un primo sguardo, materia da romanzo psicologico: un rapporto intermittente, segnato da desideri divergenti, da presenze e assenze, da accelerazioni improvvise e ritirate altrettanto brusche. Tuttavia il libro non si lascia imbrigliare da un genere preciso. Se romanzo è, lo è soltanto per approssimazione, perché ciò che Cipriani mette in campo è qualcosa di più complesso: una scrittura che lavora sui materiali stessi dell’esistenza, ricombinandoli attraverso la memoria, la lingua, la metafora, la risonanza emotiva.

L’amore non è la trama: è il dispositivo narrativo che permette alla voce di interrogarsi, di scarnificarsi, di reinventarsi. In questo, M’hai spogliata finché nuda dialoga con una tradizione letteraria che va da Anaïs Nin alla Durastanti, da Barthes a Marguerite Duras: una tradizione in cui il desiderio non è il tema della scrittura ma la sua condizione di possibilità.

La voce di Viola: dove finisce il personaggio e inizia l'autrice?

Il punto più interessante del libro, sul piano strettamente letterario, è la costruzione della voce narrante. Viola non è semplicemente un personaggio; è una postura linguistica, una maschera porosa, un luogo di attraversamento. Non c’è mai un’identificazione totale con la biografia dell’autrice, ma neppure una sua netta separazione: è quella zona intermedia, seminascosta, in cui si collocano le opere più mature del romanzo contemporaneo.

Cipriani gioca a carte scoperte e allo stesso tempo no: mostra il laboratorio della scrittura (le schede editoriali, le agenzie, i manoscritti, i rifiuti, l’officina narrativa quotidiana), ma lo mostra sempre da dentro, come se la vita fosse un’appendice del testo e non viceversa.

Il risultato è una voce che si costruisce attraverso accumulo e sottrazione, come un tessuto che non nasconde le sue cuciture. E proprio in queste cuciture si genera un effetto di autenticità non imitativa: il libro non pretende di essere vero, ma pretende di essere vero a sé stesso.

Eros e Agape: non un tema, ma un campo di tensione

Uno dei fili sottili che attraversano il romanzo è il rapporto – mai dichiarato ma continuamente agito – tra Eros e Agape. L’Eros accende la relazione: è corporeità desiderante, immaginazione febbrile, tensione verso ciò che sfugge. È l’energia che spoglia, consuma, mette a rischio.

Ma man mano che il testo avanza, emerge una forma di Agape che non coincide con la carità o la benevolenza astratta della tradizione cristiana. È un’Agape più umile, più terrena, fatta di rinuncia, attesa, protezione dell’altro anche contro sé stessi. Viola ama G. non solo nel desiderio, ma nella fragilità. Lo ama per ciò che è e per ciò che non può essere.

E in questo oscillare continuo tra Eros e Agape, la scrittura si fa soglia: il luogo in cui i due poli, invece di escludersi, diventano complementari. La parola diventa corpo quando manca il corpo; diventa cura quando il gesto non basta; diventa verità quando la relazione reale non può più consegnarne una.

Le immagini: un sistema simbolico coerente

Un lettore attento scoprirà che il romanzo non procede per linearità, ma per ritorni. Ci sono figure che ritornano come motivi musicali: Avalon, Arianna, Icaro, le aquile, la melagrana, il baobab.

Non sono abbellimenti poetici: sono parti di un sistema simbolico interno, quasi una mitologia personale, con cui la protagonista riorganizza l’esperienza vissuta. Ogni immagine è un gesto ermeneutico: un modo per trasformare il dolore in conoscenza, la mancanza in figura, il desiderio in racconto.

Questa capacità di costruire un universo simbolico coerente, senza mai scivolare nel decorativo, è uno dei tratti più maturi della scrittura di Cipriani. È una lingua che non cerca la metafora per abbellire, ma per ordinare ciò che l’esistenza lascia disordinato.

Una forma-romanzo che smonta se stessa

In più momenti la struttura del testo sembra voler sottrarre al romanzo la sua stessa forma codificata. Il libro alterna registri: diaristico, epistolare, narrativo, critico, perfino documentale. Questa eterogeneità non è frammentazione gratuita; è la forma adeguata a un contenuto che non può essere irrigidito in un’unica prospettiva.

Cipriani sembra dire al lettore che l’amore non ha una grammatica stabile; e allora neppure la sua narrazione può averla. Per questo M’hai spogliata finché nuda appartiene alla famiglia dei testi che lavorano sul bordo del romanzo, mettendo in discussione le categorie stesse del genere: romanzo? memoir? autofiction? diario? Tutto e nessuno.

È, più semplicemente, ciò che resta quando un’autrice decide di raccontare non ciò che è successo, ma ciò che la scrittura ha fatto a ciò che è successo.

L’editoria come personaggio

Altro elemento degno di attenzione è l’ingresso, assolutamente non ornamentale, del mondo editoriale come parte della narrazione. Non come scena esterna, ma come dispositivo interno.
Manoscritti da correggere, letture da fare di nascosto, fiere, schede di valutazione, giudizi che oscillano tra l’elogio sperticato e l’indifferenza burocratica.

L’editoria non è sfondo: è personaggio. È la macchina che accoglie e respinge, che conferma e nega, che espone e spoglia. In questo senso, l’esperienza amorosa e l’esperienza della scrittura procedono in parallelo: entrambe richiedono un’esplicitazione, una vulnerabilità, una nudità. E dunque entrambe feriscono.

Il gesto finale: non un epilogo, ma un atto di resistenza

Chi legge fino all’ultima pagina si accorge che il romanzo non cerca una chiusura. Non promette guarigioni, non garantisce esiti, non offre pacificazioni.
La sua forza sta proprio nel rifiutare l’idea che una storia d’amore debba “concludersi”.

Ciò che resta, invece, è un gesto: la scelta di scrivere.

Scrivere per non disperdere. Scrivere per capire. Scrivere per sopportare. Scrivere, infine, per spogliarsi di tutto ciò che non serve e tenere sul tavolo solo ciò che è vero.

M’hai spogliata finché nuda è un libro che chiede coraggio, sia a chi scrive sia a chi legge. Perché chiede di resistere alla tentazione di giudicare. Chiede di ascoltare la voce che non si protegge.
E soprattutto chiede di riconoscere che la verità – quella personale, non quella assoluta – nasce sempre da una sottrazione: togliere, spogliarsi, restare nudi.

È in questa nudità che il romanzo trova la sua compiutezza: non come confessione, ma come forma di conoscenza. Non come resa, ma come testimonianza. Non come amore perduto, ma come amore restituito alla parola.

Roberto Bonuglia

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