Paw Patrol. Quando la sorveglianza ha il muso di un cucciolo

Dietro Chase, Ryder e Adventure Bay c’è davvero una pedagogia del capitalismo tecnocratico? Dalla criminologia a Zuboff, passando per The Economist, la domanda è meno assurda di quanto sembri. Ma va posta senza trasformare sei cagnolini in agenti segreti del neoliberismo.

Roberto Bonuglia

8/25/20267 min read

L’altro capitalismo di Adventure Bay

C’è poi la questione economica. Kennedy ha rilevato ciò che difficilmente può essere contestato sul piano della struttura narrativa: i servizi pubblici di Adventure Bay vengono sostanzialmente surrogati da una organizzazione privata ipertecnologica. L’autorità politica, incarnata dalla sindaca Goodway, appare spesso buffa, inefficiente, incapace di governare perfino se stessa; Ryder dispone invece immediatamente di mezzi, competenze e capacità decisionale (Kennedy, 2021). La formula potrebbe essere questa: il pubblico chiama, il privato risolve. Da qui nasce la lettura neoliberale ripresa nel 2020 dalla CBC, amplificata da Forbes e portata nel 2021 dal Guardian fino alla provocatoria definizione di «authoritarian neoliberal propaganda». Nel 2023 persino un lungo contributo su Medium ha provato a leggere la serie attraverso Lacan e la figura di un potere post-patriarcale che non ordina brutalmente, ma motiva, gratifica e invita a godere.

Un esercizio certamente ardito. Ma esiste un fatto economico molto meno interpretabile. Paw Patrol è nato dentro un modello industriale nel quale contenuto e giocattolo vengono concepiti insieme. Già nei propri documenti societari Spin Master spiegava esplicitamente la volontà di trasformare il marchio in una franchise globale attraverso intrattenimento, licensing e merchandise. Nel 2025 Time ha ricostruito il fenomeno parlando di circa 100.000 prodotti licenziati e oltre 15 miliardi di dollari di vendite retail generate nel mondo. Qui non serve Lacan. Basta la contabilità.

Il bambino guarda il veicolo, impara il personaggio, riconosce il colore, ascolta la formula rituale e può poi riprodurre materialmente quel mondo acquistandolo. La narrazione diventa catalogo e il catalogo torna nella narrazione. Il medium non accompagna la merce. È parte della merce.

Però attenzione al cucciolo ideologico

A questo punto sarebbe facilissimo commettere proprio l’errore che il senso critico dovrebbe impedire. Dire: Paw Patrol insegna il capitalismo ai bambini. Oppure: li prepara alla sorveglianza. Non lo sappiamo. E la letteratura che prendiamo sul serio impone di dirlo. David Buckingham, uno dei più importanti studiosi internazionali dell’educazione ai media, ha criticato espressamente l’interpretazione di Kennedy. Il suo argomento è metodologicamente robusto: trovare un significato ideologico in un testo non dimostra che quel significato venga percepito allo stesso modo dal pubblico, men che meno da bambini di quattro anni. Fra testo, interpretazione e ricezione esiste una distanza enorme (Buckingham, 2023).

Ha ragione. Un bambino che guarda Chase probabilmente vede Chase. Non Friedrich Hayek. E quando Rubble entra in azione difficilmente medita sulla privatizzazione neoliberale delle infrastrutture. Il recente Economist ha spinto l’obiezione ancora oltre. Le interpretazioni ideologiche produrrebbero infatti risultati contraddittori: il cartone può essere letto contemporaneamente come capitalista, autoritario, ecologista, comunitario, individualista e perfino vagamente progressista. Secondo la testata, potrebbe essere più utile leggerlo attraverso il desiderio infantile di riparare il mondo degli adulti: bambini capaci di risolvere problemi che gli adulti non sanno più governare.

È una correzione importante. Ma non annulla il problema. Lo sposta. Perché una narrazione non ha bisogno di essere ricevuta come trattato politico per contribuire alla costruzione di un immaginario. Nessuno ha mai pensato che il bambino debba comprendere teoricamente il capitalismo per essere educato al consumo. Gli basta imparare che desiderare continuamente il prossimo oggetto costituisce una condizione naturale dell’esistenza. Analogamente, la questione della sorveglianza non consiste nel convincere un bambino che Bentham avesse ragione.

Consiste nel rendere normale un mondo continuamente visibile, tracciabile, tecnologicamente assistito e risolto attraverso dispositivi dei quali nessuno domanda chi controlli il controllore.

Dal Grande Fratello al bravo cucciolo

Marshall McLuhan aveva insegnato molto prima dei social network che il vero potere del medium non risiede soltanto nel contenuto trasmesso. Il medium modifica l’ambiente percettivo nel quale l’uomo vive. Ellul aveva compiuto un passo ulteriore: la tecnica tende a trasformarsi da insieme di strumenti in sistema, fino a fare dell’efficienza il criterio attraverso il quale giudicare la realtà. Zuboff chiude, per il nostro presente, il cerchio: quando quell’ambiente diviene digitale, l’efficienza si alimenta di dati e la conoscenza dei comportamenti diventa potere predittivo. Sono tre delle piste che percorro in Voci e visioni. 15 autori contro il sonnambulismo contemporaneo, il volume di prossima uscita nel quale il problema della sorveglianza viene ricollocato dentro una genealogia molto più ampia del dominio moderno. Chi avrà voglia di arrivarci prima degli altri sa già, dunque, quale libro tenere d’occhio. Ma Paw Patrol aggiunge una domanda che in quelle pagine resta, forse inevitabilmente, sullo sfondo.

Quando cominciamo a considerare naturale tutto questo?

Forse molto prima del primo account Google. Prima dello smartphone. Prima del consenso ai cookie. Prima ancora che il bambino sappia leggere la parola privacy. Non perché esista una stanza segreta nella quale sceneggiatori malvagi decidano di allevare piccoli sudditi del capitalismo della sorveglianza. Questa sarebbe una caricatura e consentirebbe di non affrontare il problema vero. Il potere culturale più efficace raramente necessita di una regia tanto grossolana. Funziona quando un certo ordine del mondo appare semplicemente ovvio.

Un sindaco incapace. Una struttura privata efficientissima. Un drone che vede tutto. Una centrale che coordina tutto. Tecnologia illimitata. Problema identificato. Soluzione immediata. Nessuna discussione sul costo, sul limite, sulla proprietà dell’infrastruttura, sulla responsabilità, sulla privacy. E alla fine tutti sorridono. Forse è questa la vera lezione interessante di Adventure Bay. Non che sei cuccioli stiano preparando il totalitarismo. Piuttosto che il capitalismo della sorveglianza ha raggiunto la propria maturità culturale quando la sorveglianza non deve più essere giustificata perché ha smesso persino di sembrare sorveglianza.

Ha un nome.

Chase.

E, diamine, è anche terribilmente simpatico.

Riferimenti bibliografici

Buckingham, D. (2023, July 30). PAW Patrol and neoliberal hegemony: Misreading the politics of toddlers’ TV. David Buckingham.

Bonuglia, R. (2026). Voci e visioni. 15 autori contro il sonnambulismo contemporaneo. Youcanprint.

Di Placido, D. (2020, February 24). The problem with “Paw Patrol”. Forbes.

Holloway, D. (2019). Surveillance capitalism and children’s data: The Internet of toys and things for children. Media International Australia, 170(1), 27–36. https://doi.org/10.1177/1329878X19828205

Kennedy, L. (2021). “Whenever there’s trouble, just yelp for help”: Crime, conservation, and corporatization in Paw Patrol. Crime, Media, Culture, 17(2), 255–270. https://doi.org/10.1177/1741659020903700

Psychotic’s Guide to Memes. (2023, May 25). Paw Patrol as a postpatriarchal, neo-liberal fantasy. Medium.

Salmon, C. (2021, August 11). Puppet pups: Is PAW Patrol authoritarian propaganda in disguise? The Guardian.

The Economist. (2026, August 7). The dark underbelly of “Paw Patrol”: Why a debate over a hit cartoon is more than culture-war madness. The Economist.

Whitington, P. (2026, August 23). Is Paw Patrol really a covert authoritarian operation? Irish Examiner.

Zuboff, S. (2019). Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri. LUISS University Press.

A volte il potere indossa un’uniforme. Altre volte porta un collare colorato. La seconda possibilità è certamente più simpatica… Veniamo subito al dunque: chi abbia avuto un bambino piccolo in casa nell’ultimo decennio difficilmente sarà riuscito a evitare Paw Patrol: cuccioli sorridenti, mezzi fantascientifici, problemi risolti in pochi minuti, una cittadina – Adventure Bay – nella quale ogni catastrofe trova puntualmente una risposta grazie a Ryder, bambino-manager di dieci anni, e alla sua efficientissima squadra di soccorso. Chase vigila, Marshall spegne incendi, Skye domina i cieli, Rubble costruisce, Rocky ricicla. Nessun problema è troppo grande. Nessun cucciolo troppo piccolo.

Fin qui, verrebbe da dire, siamo dentro l’innocua grammatica dell’intrattenimento prescolare. Eppure da alcuni anni Paw Patrol è diventato oggetto di un dibattito sorprendentemente serio. Il tema è tornato di attualità proprio nell’agosto 2026, quando The Economist ha dedicato al fenomeno un articolo dal titolo eloquente: The dark underbelly of “Paw Patrol”. Una testata poco sospettabile di pulsioni anticapitalistiche ha ritenuto dunque che dietro un cartone animato visto da milioni di bambini esistesse abbastanza materia culturale da meritare una riflessione sull’«authoritarian capitalism».

La questione, però, viene da più lontano.

Nel 2020 il criminologo canadese Liam Kennedy pubblicò su Crime, Media, Culture un vero articolo scientifico dedicato alla serie. La sua tesi era piuttosto ruvida: Adventure Bay rappresenterebbe un microcosmo nel quale lo Stato appare incapace di fornire servizi essenziali e finisce per affidarsi a una struttura privata che svolge contemporaneamente funzioni di polizia, sicurezza, soccorso, tutela ambientale e gestione delle emergenze. La politica è debole o farsesca; l’organizzazione privata è efficiente. E soprattutto possiede la tecnologia (Kennedy, 2021). Un particolare merita più attenzione di quanto la simpatia dei protagonisti suggerisca. Chase non è semplicemente il cane-poliziotto. Progressivamente diventa anche cane-spia. Utilizza visori notturni, strumenti investigativi e droni per rintracciare persone, animali, oggetti e sospetti. Kennedy osserva che lo spazio pubblico di Adventure Bay viene così sottoposto a una sorveglianza tecnologica continua esercitata da un’organizzazione privata. La tecnologia non appare mai problematica. Non genera ambivalenza morale. Non richiede autorizzazione. Funziona. E, poiché funziona, è buona. È precisamente qui che Paw Patrol smette di interessare soltanto il criminologo e comincia a interessare chi studia il potere contemporaneo.

Il controllo che non fa paura

La sorveglianza novecentesca aveva un grave problema estetico: era sgradevole. Telecamere, schedari, funzionari, interrogatori, polizia segreta. Orwell l’aveva resa visibile con il teleschermo. Il cittadino sapeva almeno di essere osservato e proprio per questo poteva percepire l’osservazione come violenza. La trasformazione digitale ha compiuto un passo ulteriore. In Voci e visioni ho provato a ricostruirlo passando da Orwell a Shoshana Zuboff: «Sorveglianza diventa sicurezza. Obbedienza diventa responsabilità». Il vecchio Grande Fratello guardava dall’alto; il piccolo fratello digitale lo portiamo volontariamente in tasca, lo tocchiamo, lo aggiorniamo e gli affidiamo informazioni che nessuna polizia politica del Novecento avrebbe potuto raccogliere con analoga precisione. Zuboff ha dato un nome a questa mutazione. Il capitalismo della sorveglianza non coincide con qualcuno che ci osserva. Trasforma l’esperienza umana in materia prima, ricava da essa dati comportamentali e utilizza questi ultimi per costruire previsioni e, progressivamente, intervenire sui comportamenti futuri (Zuboff, 2019). Come scrivo nel capitolo a lei dedicato, la sequenza decisiva è diventata: estrarre, prevedere, modificare.

Naturalmente Paw Patrol non raccoglie dati biometrici attraverso il televisore e Ryder non è Larry Page travestito da bambino. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Il problema culturale è un altro: quale immagine della tecnologia viene resa familiare? In Adventure Bay il dispositivo osserva perché protegge. Localizza perché salva. Sorvola perché soccorre. Classifica perché risolve. La domanda sul limite non compare perché non serve alla narrazione. La tecnologia coincide con la soluzione. È un’immagine elementare. E precisamente per questo interessante. La ricerca sull’infanzia digitale mostra infatti che la questione della sorveglianza ha ormai superato da tempo lo schermo. Donell Holloway ha documentato come bambini molto piccoli siano contemporaneamente consumatori e fonti di dati, inseriti attraverso giocattoli connessi, wearable, applicazioni, piattaforme e assistenti domestici dentro una economia capace di estrarre informazioni da voce, immagini, movimenti, localizzazione e persino parametri corporei (Holloway, 2019).

Il dato più significativo non sta nel complotto. Sta nell’abitudine.

Generazioni che apprendono a parlare con gli oggetti, essere localizzate dai dispositivi, chiedere alla piattaforma cosa guardare, affidare al wearable il proprio corpo e all’algoritmo il prossimo contenuto non hanno bisogno di essere convinte improvvisamente della bontà della sorveglianza. Crescono in un ambiente nel quale essere osservabili costituisce la condizione normale dell’accesso ai servizi. La gabbia, come osservo proprio nelle pagine dedicate a Zuboff, funziona meglio quando non somiglia più a una gabbia. Somiglia a una casa intelligente, a una consegna rapida, a una password conservata, a un suggerimento preciso. O, forse, a un drone pilotato da un simpatico pastore tedesco.

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