Quando la democrazia diventa “democratismo”: il totalitarismo con il sorriso
C’è un tipo di ingenuità che ha la durata di un’epoca. Ed è l’ingenuità di chi pensa che “democrazia” significhi automaticamente libertà. Come se bastasse l’esistenza di elezioni, di un parlamento, di una stampa formalmente pluralista, per mettere al riparo una società dal rischio di scivolare in una forma di controllo pervasivo.
Roberto Bonuglia
2/3/20265 min read
C’è un tipo di ingenuità che ha la durata di un’epoca. Ed è l’ingenuità di chi pensa che “democrazia” significhi automaticamente libertà. Come se bastasse l’esistenza di elezioni, di un parlamento, di una stampa formalmente pluralista, per mettere al riparo una società dal rischio di scivolare in una forma di controllo pervasivo. In realtà, la storia moderna ci insegna l’opposto: il potere non ha bisogno di mostrarsi feroce per essere assoluto. A volte gli basta essere normalizzato. E la normalizzazione, quando funziona, è persino più efficace della violenza.
Già negli anni Sessanta qualcuno ebbe l’ardire – e l’intelligenza – di porre una domanda che suonava provocatoria, quasi indecente: può una società democratica nascondere, sotto la sua maschera, un inganno? Può esistere un totalitarismo che non si presenta come totalitarismo? Il punto non era sostenere che “democrazia = dittatura”, slogan buono per chi ama le semplificazioni. Il punto era più sottile: capire come una costellazione di valori dichiarati “democratici” possa trasformarsi, poco a poco, in un sistema di coercizione. Non attraverso i manganelli, ma attraverso il consenso indotto; non attraverso il divieto frontale, ma attraverso la riduzione progressiva del dicibile e del pensabile.
E qui arriviamo al nostro presente, dove la parola “globalizzazione” non è solo un fenomeno economico, ma un intero clima mentale. Perché se la globalizzazione ha fatto qualcosa di davvero strutturale, non è stato soltanto spostare capitali e produzioni: è stato svuotare il terreno culturale su cui un popolo riconosce se stesso. È stata interrotta quella trasmissione tra generazioni che non è folklore, ma struttura: l’idea che esista un patrimonio comune, un linguaggio, una memoria, un’educazione al limite, persino un’idea di “umano” che precede la tecnica.
Quando questa tradizione si indebolisce, non resta un vuoto neutro. Resta un vuoto che viene riempito. E di solito viene riempito da ciò che è più efficiente, più rapido, più funzionale. La cultura si “socializza”, si semplifica, si riduce a consumo; le parole perdono spessore e diventano etichette; l’interiorità viene sostituita da una morale di superficie, spesso molto rumorosa, quasi sempre conformista. Non è una teoria da salotto: è un’esperienza quotidiana. La si vede nel modo in cui si discute, nel modo in cui si litiga, nel modo in cui si pretende di “risolvere” ogni cosa con un protocollo, una procedura, una piattaforma.
In questo scenario, la società non somiglia più a un luogo di tensioni vive, di interessi in conflitto, di libertà che si misurano e si temperano. Somiglia piuttosto a un firmamento già disegnato, dove ciascuno occupa il proprio punto luminoso, ma nessuno decide davvero la traiettoria. Il cittadino continua a sentirsi “partecipe”, e in effetti viene spesso chiamato a partecipare: vota, firma, commenta, s’indigna, condivide, aderisce. Ma questa partecipazione è quasi sempre scenografica. Un grande teatro dell’intervento, dentro cui i processi decisionali reali seguono percorsi opachi, tecnici, sovranazionali, spesso inaccessibili. La democrazia, così, resta come forma; ciò che cambia è la sostanza. E la sostanza diventa un’altra cosa: un democratismo, cioè un sistema che usa i simboli democratici per legittimare una gestione tecnocratica del reale.
Qui entra un punto a cui tengo particolarmente, perché viene sempre eluso: più il quadro istituzionale diventa perfetto nei suoi meccanismi, più diminuisce la partecipazione effettiva. È una legge non scritta della modernità. Più l’apparato è efficiente, più l’individuo è superfluo. Più la macchina gira senza attrito, più chi sta fuori diventa un intralcio. E se prova a intervenire dal basso, non viene smentito con argomenti: viene delegittimato. Gli si dice che è anacronistico, populista, complottista, inesperto, emotivo. In altre parole: gli si dice che non è “adatto”.
Ed è qui che la figura dell’intellettuale – quella vera, non quella da talk show – diventa una cartina al tornasole. Perché l’intellettuale, nel senso classico, non era un decoratore del potere: era un uomo chiamato a vedere oltre la superficie e a pagare il prezzo della verità. Oggi accade spesso il contrario: l’intellettuale viene inglobato nell’organismo che dovrebbe criticare. Non è una conquista. È una cooptazione. E non è nemmeno necessario che sia cosciente: basta che l’intellettuale impari, per sopravvivere, a parlare il linguaggio del potere. A usare le sue categorie, i suoi tabù, le sue parole d’ordine. Così diventa “utile”, invitabile, premiabile. E nel frattempo smarrisce la missione più antica: indicare la crepa, non dipingere la parete.
Quando questo processo matura, succede una cosa paradossale e terribile: i concetti sostituiscono le cose. Si parla di “individuo” invece che di persona, di “identità” invece che di storia, di “diritti” come slogan invece che come responsabilità, di “società” come entità astratta invece che come tessuto reale di famiglie, lavoro, comunità, fede, tradizioni, conflitti. Il linguaggio diventa impersonale, stereotipato, ripetitivo. È un linguaggio che non descrive: prescrive. E quando il linguaggio prescrive, la libertà si restringe senza bisogno di un editto.
Qui l’Italia offre, se vogliamo, un laboratorio molto istruttivo. Perché noi abbiamo coltivato a lungo l’idea – rassicurante – che finito un regime, finisse anche la censura. Come se la censura fosse un costume legato a un’unica stagione storica. E invece la censura, quando cambia epoca, cambia faccia. Nel secondo dopoguerra il controllo della libertà d’espressione non si è spento: si è redistribuito. Si è trasformato in epurazione culturale, in interdizione, in scomunica laica. Si è infilato nei circuiti editoriali, nei giornali, nelle università, nei salotti. E col tempo ha assunto una forma ancora più sofisticata: l’autocensura. Quella che non ha bisogno di ordini, perché lavora sulle carriere, sulle reputazioni, sulle porte che si chiudono, sulle recensioni che non arrivano, sugli inviti che spariscono.
È qui che la “società di massa” mostra il suo volto più efficace. Non ti vieta apertamente di pensare: ti educa a non farlo. Ti abitua a ricevere messaggi in modo passivo e meccanico. Ti offre contenuti già interpretati, già impacchettati, già moralmente orientati. Ti persuadere, più che costringerti. E la persuasione è spesso più violenta della coercizione, perché è invisibile e perché, quando funziona, ti fa credere che la scelta sia tua.
Questo è il punto che vorrei fissare con chiarezza, in modo fruibile per un articolo di blog: il problema non è se viviamo in “democrazia” o in “dittatura”. Il problema è se stiamo scivolando in una forma di ordine prestabilito che rende la libertà un gesto rituale e non un’esperienza reale. Se la politica diventa amministrazione tecnica di ciò che “non si può discutere”, se le decisioni vengono depoliticizzate e affidate a organismi che non rispondono al popolo, se il dissenso viene trattato come disturbo, allora abbiamo già imboccato la strada del democratismo.
E il democratismo, per come lo intendo, è questo: un regime che si proclama democratico mentre riduce progressivamente gli spazi di libertà sostanziale. Un regime che non ti prende a schiaffi, ma ti educa a sorridere mentre ti siedi al posto assegnato. Un regime che non ti arresta per ciò che dici, ma ti convince che dire certe cose sia “inappropriato”, “pericoloso”, “irresponsabile”. Un regime che si nutre di emergenze continue e che usa ogni emergenza per spostare un po’ più in là il confine del controllo.
Se devo tirare una riga, la metto qui: una società è davvero democratica solo finché ammette un dissenso reale, non soltanto decorativo; finché accetta il conflitto come parte della vita e non come scandalo; finché non scambia l’ordine per il bene e la gestione per la verità. Quando invece l’ordine prestabilito diventa il criterio supremo, la democrazia smette di essere un luogo di libertà e diventa un dispositivo.
E allora non serve gridare al totalitarismo classico, perché sarebbe facile da respingere. Serve piuttosto riconoscere il totalitarismo nuovo, quello che avanza senza fretta ma senza tregua. Quello che non ti chiede di obbedire, ma di adeguarti. Quello che non ti vieta la parola, ma ti svuota le parole. Quello che non ti spegne la mente con la forza, ma con la comodità.
Se questo è vero – e a me pare che lo sia – allora il compito del senso critico non è una posa intellettuale. È un atto di igiene. È la capacità di vedere l’inganno proprio dove l’inganno è più elegante: dentro le forme rassicuranti della normalità.
Roberto Bonuglia
