Quando la legge diventa arma: lawfare, sovranità e nuovo disordine globale
C’è stato un tempo in cui l’appello allo “Stato di diritto” suonava come una garanzia. Oggi, sempre meno di rado, tutto ciò rischia di rivelarsi come il contrario: non il limite al potere, ma uno strumento di potere. È questo, in estrema sintesi, il nodo del dibattito sulla cosiddetta lawfare: l’uso della legge – dei tribunali, dei trattati, delle convenzioni – non per tutelare i diritti, ma per condurre battaglie politiche, ideologiche, geopolitiche. Una guerra combattuta con codici e sentenze invece che con carrarmati e bombardieri.
Roberto Bonuglia
12/4/20256 min read
C’è stato un tempo in cui l’appello allo “Stato di diritto” suonava come una garanzia. Oggi, sempre meno di rado, tutto ciò rischia di rivelarsi come il contrario: non il limite al potere, ma uno strumento di potere. È questo, in estrema sintesi, il nodo del dibattito sulla cosiddetta lawfare: l’uso della legge – dei tribunali, dei trattati, delle convenzioni – non per tutelare i diritti, ma per condurre battaglie politiche, ideologiche, geopolitiche. Una guerra combattuta con codici e sentenze invece che con carrarmati e bombardieri.
Il paradosso è evidente: proprio mentre si invoca la “rule of law” come fondamento delle democrazie liberali, si moltiplicano i casi in cui il diritto viene piegato a obiettivi che nulla hanno a che fare con la giustizia. La legge, da argine, si trasforma in clava. E a farne le spese non sono solo i governi, ma la stessa legittimità delle istituzioni democratiche.
Il soldato e l’avvocato: quando la legge paralizza le decisioni
Una scena, riportata da ex vertici militari britannici, riassume bene il clima. Il soldato che parte per una missione non guarda più soltanto al nemico davanti a sé, ma “al legale dietro di sé”. Non è una battuta: è il cuore dell’appello che nove ex capi delle forze armate del Regno Unito hanno indirizzato al governo, denunciando come la lawfare stia minando la capacità operativa dell’esercito.
Il messaggio è semplice e inquietante: se ogni ordine legittimamente impartito oggi può diventare, tra vent’anni, materia di incriminazione alla luce di interpretazioni mutate, chi si assumerà più la responsabilità di decidere? Il timore non è tanto quello di perseguire crimini reali – cosa sacrosanta – quanto quello di una retrospettiva moralistica che rilegge l’azione militare legittima come abuso, alla luce di criteri giuridici e politici mutati. Il risultato, avvertono gli ex comandanti, è la paralisi decisionale, l’erosione delle regole d’ingaggio, il crollo delle vocazioni, soprattutto nei reparti più esposti.
Lo stesso schema si ritrova sul fronte interno. Nel Regno Unito – come in molti Paesi europei – il tema dell’immigrazione e dell’asilo è diventato terreno ideale per la lawfare: un intrico di ricorsi, appelli, interpretazioni sempre più estensive delle convenzioni internazionali, che finisce per trasformare in giudiziario ciò che dovrebbe restare eminentemente politico. Articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nati per impedire tortura e trattamenti disumani vengono progressivamente dilatati fino a coprire ogni forma di disagio, ogni limitazione, ogni scelta amministrativa sgradita.
Il punto non è negare i diritti fondamentali, ma riconoscere che un diritto assolutizzato contro ogni altro – sicurezza, coesione sociale, sostenibilità finanziaria – smette di essere diritto e diventa strumento di potere di minoranze organizzate contro la volontà democratica di maggioranze disorientate. In questo quadro, l’attivismo giudiziario si somma al lavoro di studi legali e ONG che fanno della contesa giudiziaria una strategia politica permanente. Il Parlamento discute, il governo decide, ma la “vera” partita si gioca nelle aule di tribunale.
Dallo Stato al giudice globale: la nuova sovranità delle corti
Se questo accade all’interno degli Stati, sul piano internazionale il meccanismo si fa ancora più complesso e pericoloso. Lo conferma un recente parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia che, su richiesta dell’Assemblea generale dell’ONU, ha definito gli obblighi degli Stati in tema di "climate change" quali veri e propri doveri giuridici: non più impegni politici, non più obiettivi negoziabili, ma obbligazioni “legali, sostanziali e applicabili”.
Tradotto: un organo giudiziario internazionale, non eletto e non responsabile davanti ai cittadini, ha di fatto contribuito a creare una nuova architettura normativa globale in materia climatica, destinata a orientare legislazioni, sentenze e politiche pubbliche per anni. E chi non si adegua – Stati compresi che non hanno ratificato certi trattati – si vedrà esposto a rivendicazioni, azioni risarcitorie, campagne di delegittimazione.
Ma chi esegue, concretamente, queste decisioni? Chi costringerà potenze come Stati Uniti, Cina, Russia, India a conformarsi a pareri sgraditi? La risposta è nota: nessuno. L’unico organo dotato formalmente di poteri coercitivi, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è bloccato dal diritto di veto dei cinque membri permanenti. Risultato: il diritto internazionale, irrigidito e moralizzato, pesa soprattutto sui Paesi che lo rispettano; scivola invece sulle spalle dei grandi attori che se ne servono a geometria variabile, a seconda della convenienza del momento.
In questo contesto la logica della lawfare può estendersi facilmente ad altri ambiti: i futuri trattati pandemici, le norme sanitarie globali, le politiche energetiche, le sanzioni economiche. Basterà qualificare “la salute”, “l’ambiente” o “la sicurezza globale” come diritti assoluti per trasformare ogni scelta nazionale non allineata in potenziale violazione. Con un dettaglio tutt’altro che secondario: uscire da queste gabbie normative è difficilissimo. Un trattato una volta firmato, una convenzione una volta recepita, diventano il cavallo di Troia attraverso cui giudici, organismi sovranazionali, burocrazie internazionali possono sindacare scelte che dovrebbero restare nella disponibilità delle comunità politiche.
La legge senza popolo e il popolo senza legge
Questa deriva non nasce dal nulla. Per decenni l’Occidente ha costruito un ordine internazionale liberale basato sull’idea – ingenua e un po’ auto-celebrativa – che l’estensione di regole, corti, convenzioni avrebbe progressivamente “civilizzato” il mondo. L’architettura globale nata dopo il 1945 ha funzionato finché il baricentro economico e politico restava saldamente in mano agli stessi Paesi che l’avevano disegnata.
Oggi lo scenario è mutato. Il peso economico dei Paesi del cosiddetto Sud globale – in primis i BRICS allargati – è cresciuto fino a superare, in termini di potere d’acquisto, quello dei tradizionali “sette grandi”. Per la prima volta da secoli si profila all’orizzonte l’ipotesi di un egemone globale non occidentale, non liberale, non necessariamente legato a un’economia di mercato “alla maniera” europea o americana.
Questo spostamento di potere materiale ha due conseguenze. Da un lato, le istituzioni internazionali pensate dall’Occidente vengono progressivamente “occupate” o comunque condizionate da attori che non condividono il retroterra culturale e politico che le aveva generate. Dall’altro, le stesse regole che l’Occidente ha costruito per regolare il mondo iniziano a essere rivoltate come un guanto e usate contro di esso. Non stupisce che negli Stati Uniti – come candidamente ammesso in recenti audizioni – si inizi a percepire il “vecchio” ordine liberale come un’arma ormai puntata contro chi l’aveva forgiato.
Nel frattempo, i cittadini delle democrazie occidentali si ritrovano stretti fra due fuochi. Sul fronte interno, vedono crescere il peso di corti costituzionali, organi giurisdizionali sovranazionali, autorità “indipendenti” che limitano di fatto la portata delle decisioni parlamentari. Sul fronte esterno, assistono alla trasformazione dei trattati in vincoli rigidi che comprimono lo spazio politico nazionale, spesso in nome di emergenze presentate come indiscutibili: clima, sicurezza sanitaria, diritti umani.
Il risultato è una sensazione diffusa di espropriazione: la politica appare impotente, le elezioni non sembrano più modificare le grandi traiettorie, i governi ripetono che “ce lo chiede l’Europa”, “ce lo chiede l’ONU”, “ce lo chiede la scienza”. Il diritto, nato per limitare l’arbitrio, si trasforma così in un linguaggio tecnico con cui si giustifica l’inevitabile. E quando la legge si separa dal popolo, il popolo prima o poi si separa dalla legge.
Ripensare la “rule of law” prima che diventi religione civile
Che fare, allora? Non si tratta certo di rimpiangere un mondo senza regole né di sognare un ritorno a un sovranismo solitario e impotente. Il punto è un altro: recuperare la differenza fondamentale tra Stato di diritto e rule by law, tra la legge come limite al potere e la legge come strumento di potere.
Questo implica almeno tre passaggi.
Il primo è culturale: smettere di sacralizzare ogni decisione presa in nome di “trattati”, “convenzioni”, “diritti” come se fosse automaticamente superiore alla deliberazione politica. Non ogni norma internazionale ha lo stesso peso, non ogni interpretazione giudiziaria è neutrale, non ogni “emergenza” giustifica la sospensione della sovranità democratica.
Il secondo è istituzionale: ridefinire con maggior chiarezza il rapporto fra giudici e legislatori, fra corti e Parlamenti, fra obblighi internazionali e volontà nazionale. Se tutto è giustiziabile, nulla è più veramente discutibile; se tutto è affidato alle corti, la politica muore per sottrazione.
Il terzo è propriamente “di senso critico”: ricominciare a leggere le dinamiche del potere globale senza le lenti rassicuranti dell’ideologia. Chiedersi chi scrive davvero le regole, chi le applica e chi ne resta immune. Domandarsi quali emergenze siano reali e quali siano soprattutto narrative utili a governare società spaventate.
La lawfare non è solo un fenomeno giuridico: è il sintomo di una crisi più profonda, in cui la modernità tecnocratica tenta di trasformare la politica in amministrazione, il conflitto in procedura, la sovranità popolare in gestione esperta. Se vogliamo evitare che il diritto diventi l’ultima maschera del potere, occorre tornare a fare ciò che l’Accademia del Senso Critico si propone ogni giorno: rimettere in discussione le parole che usiamo, le categorie che ci abitano, i dispositivi che ci governano.
Perché la vera alternativa non è tra legge e caos, ma tra una legge che protegge l’uomo e una legge che lo usa. E questa distinzione, prima che nei codici, nasce sempre qui: nella capacità di guardare le cose senza smettere di farsi domande.
Roberto Bonuglia
