Quando la verità perde la voce. Appunti sull’informazione ai tempi dell’autenticità

C’è qualcosa che sta cambiando in profondità nel modo in cui una generazione intera decide che cosa è vero. Non è una questione di gusti, né semplicemente di mezzi tecnologici. È una trasformazione più sottile, quasi antropologica, che riguarda il rapporto tra fiducia, autorità e realtà.

Roberto Bonuglia

1/9/20263 min read

a group of different social media logos
a group of different social media logos

C’è qualcosa che sta cambiando in profondità nel modo in cui una generazione intera decide che cosa è vero. Non è una questione di gusti, né semplicemente di mezzi tecnologici. È una trasformazione più sottile, quasi antropologica, che riguarda il rapporto tra fiducia, autorità e realtà.

Per molti giovani, oggi, non esiste più una gerarchia tra le fonti. Un video comparso nel flusso quotidiano dei social ha lo stesso peso di un articolo scritto, verificato, discusso, corretto. Non perché contenga le stesse informazioni, ma perché produce lo stesso effetto emotivo. È qui il punto decisivo: la credibilità non si fonda più sulla verifica, ma sulla sensazione di prossimità. Conta meno ciò che è vero, conta di più ciò che appare autentico.

L’influencer non viene seguito perché sa di più, ma perché sembra “esserci dentro”. Parla come te, si arrabbia come te, semplifica come te vorresti che il mondo fosse. Non filtra, non media, non prende distanza. E proprio per questo viene percepito come più affidabile di chi, invece, fa del dubbio, della complessità e della prudenza il proprio mestiere. L’autorità, un tempo, nasceva dal tempo lungo della competenza; oggi nasce dall’immediatezza dell’identificazione.

Non è un’accusa, è una constatazione. Il giornalismo tradizionale ha perso, da tempo, il monopolio della narrazione del reale. Ma ciò che colpisce non è la perdita di centralità delle redazioni; è il fatto che sia venuta meno l’idea stessa di mediazione. La mediazione oggi viene vissuta come un sospetto. Chi filtra, chi verifica, chi problematizza, sembra nascondere qualcosa. Chi parla di pancia, invece, appare sincero.

Questo slittamento ha conseguenze che vanno ben oltre il dibattito mediatico. Una società che scambia l’autenticità con la verità diventa strutturalmente fragile. Perché l’autenticità non ha bisogno di essere dimostrata: basta essere credibile nel tono, non nel contenuto. E ciò che non richiede dimostrazione è, per definizione, facilmente manipolabile.

Il problema non è che i giovani si informino sui social. Il problema è che spesso non sanno di informarsi. Le notizie arrivano per osmosi, scivolano nel flusso dell’intrattenimento, si mescolano a musica, ironia, indignazione. Non c’è più un gesto intenzionale di ricerca, ma un’esposizione continua. E quando l’informazione non è cercata, ma subita, il potere si sposta silenziosamente verso chi controlla la selezione.

In questo scenario, la questione non è morale, ma strategica. Una democrazia vive di cittadini in grado di distinguere, non di utenti che reagiscono. Se la dieta informativa è interamente delegata agli algoritmi, allora la formazione dell’opinione pubblica diventa una variabile tecnica. Non serve censurare, non serve proibire: basta orientare. Basta rendere alcune narrazioni più “visibili”, più emozionanti, più coerenti con l’umore del momento.

La vulnerabilità non nasce dall’ignoranza, ma dalla confusione. Da un ambiente in cui tutto sembra ugualmente vero perché tutto sembra ugualmente sentito. In un mondo così, la menzogna non ha bisogno di essere convincente: deve solo essere compatibile con il clima emotivo dominante.

È qui che emerge il tema, spesso rimosso, della sicurezza cognitiva. Non nel senso di un controllo dall’alto, ma come capacità collettiva di resistenza alla manipolazione. Una società che non sa più distinguere tra informazione e intrattenimento è una società che può essere guidata senza saperlo. Non con la forza, ma con la seduzione.

Pensare di risolvere il problema vietando piattaforme o demonizzando i giovani sarebbe un errore grossolano. La domanda di autenticità non scompare per decreto. Se viene repressa, si sposta. E spesso si sposta verso spazi ancora meno trasparenti, meno discutibili, meno visibili.

La sfida, semmai, è più scomoda. Richiede ai media, alle istituzioni, agli intellettuali di rinunciare alla posizione di superiorità. Di accettare che l’autorevolezza non è più data, ma va riconquistata. Non abbassando il livello, ma cambiando il registro. Non rinunciando al rigore, ma imparando a renderlo abitabile.

Educare al senso critico oggi non significa insegnare cosa pensare, ma come orientarsi. Significa restituire valore alla lentezza, al confronto, alla verifica, senza trasformarli in un gesto elitario. Significa mostrare che la complessità non è un inganno, ma una forma di rispetto per la realtà.

Il punto, in fondo, è questo: una democrazia non cade quando qualcuno mente, ma quando nessuno sente più il bisogno di chiedersi se ciò che ascolta è vero. E quando la verità perde la voce, non viene sostituita dal silenzio, ma dal rumore. Un rumore caldo, coinvolgente, rassicurante. E proprio per questo pericoloso.

Se vogliamo capire dove stiamo andando, dobbiamo guardare meno ai contenuti e più ai criteri con cui li giudichiamo. Perché il problema non è che la Gen Z non creda più ai giornali. Il problema è che stiamo crescendo generazioni per cui la verità non è più qualcosa da cercare, ma qualcosa da sentire.

Roberto Bonuglia