Se Repubblica cambia padrone, forse la sinistra smette di piangere e ricomincia a pensare
In queste settimane l’aria è diventata improvvisamente pesante: nelle redazioni, tra i lettori più fedeli, e soprattutto in quell’ecosistema progressista che, per decenni, ha considerato la Repubblica non semplicemente un quotidiano, ma una sorta di bussola morale del Paese.
Roberto Bonuglia
12/19/20253 min read
In queste settimane l’aria è diventata improvvisamente pesante: nelle redazioni, tra i lettori più fedeli, e soprattutto in quell’ecosistema progressista che, per decenni, ha considerato la Repubblica non semplicemente un quotidiano, ma una sorta di bussola morale del Paese. Le notizie e le indiscrezioni su una possibile cessione degli asset editoriali GEDI, con una trattativa che chiamerebbe in causa l’armatore greco Theodore Kyriakou, hanno riacceso timori, riflessi identitari, posizionamenti di parte; e, come accade spesso, si è passati in un attimo dalla cronaca industriale alla liturgia politica. Anche la politica si è mossa, con dichiarazioni e pressioni pubbliche, segno che non si sta parlando di una normale partita societaria.
Eppure, se proviamo a disincagliare il discorso dal melodramma e dalla tifoseria, viene fuori un paradosso interessante: un eventuale cambio di proprietà, proprio perché percepito come “ostile”, potrebbe diventare per la sinistra un’occasione rara. Non per “salvare Repubblica”, come se fosse un monumento nazionale; ma per smettere di delegare a un giornale il compito di dirle chi è, cosa deve pensare, quali battaglie meritano d’essere combattute e quali invece vanno archiviate come indegne, retrive, impresentabili.
La storia di Repubblica non è mai stata neutra. Quando nasce, nel 1976, sotto la guida di Eugenio Scalfari, si presenta fin da subito come un prodotto editoriale moderno e militante: un quotidiano capace di parlare a un’Italia urbana, istruita, laica, desiderosa di riconoscersi in un linguaggio diverso da quello dei partiti e delle appartenenze tradizionali. Scalfari stesso, raccontando quella prima stagione, restituisce bene l’idea di un giornale che voleva “fare epoca”, non semplicemente registrarla. L’innovazione fu reale: stile, impaginazione, centralità delle firme, spinta narrativa. Ma l’innovazione non era solo estetica. Era, soprattutto, un tentativo di riplasmare l’immaginario della sinistra italiana, di emanciparla dal suo impianto popolare e organizzativo, e di traghettarla verso un progressismo di impronta “civile”: più morale che sociale, più culturale che materiale, più pedagogico che rappresentativo.
Qui sta un nodo che oggi molti fingono di non vedere. Repubblica ha interpretato e accelerato una metamorfosi: dalla sinistra come popolo alla sinistra come ceto. Non è un insulto; è una diagnosi. A partire dagli anni Ottanta e, in modo ancora più netto con Tangentopoli, quel giornale ha contribuito a spostare il baricentro dell’identità progressista verso la sfera dell’etica pubblica, della denuncia, della sorveglianza morale. Una postura che, in alcuni momenti, ha avuto anche una funzione salutare; ma che, diventando struttura permanente, ha finito per trasformarsi in una macchina di legittimazione e scomunica. Da una parte i “buoni”, dall’altra gli “impresentabili”. Da una parte la modernità certificata, dall’altra la provincia arretrata da educare.
Il punto, però, è che questo modello — nel lungo periodo — ha prodotto un effetto collaterale enorme: ha reso la sinistra dipendente da una grammatica che non nasceva più dal lavoro, dai salari, dalle periferie, dalle vite ordinarie, ma dall’agenda simbolica di una borghesia colta che viveva (e vive) la politica come identificazione morale. Il risultato è quello che oggi, con un’etichetta fin troppo comoda, si chiama “sinistra ZTL”: capace di indignarsi con precisione millimetrica, ma spesso incapace di capire perché un ceto medio impoverito, o una classe lavoratrice disorientata, non si riconosca più in quel linguaggio.
Ecco perché l’eventuale passaggio di mano — vero o presunto — non dovrebbe essere letto solo come “la destra che conquista Repubblica”. Questa immagine, oltre a essere semplicistica, è anche comoda: permette di non fare i conti con ciò che Repubblica è stata davvero, e con il modo in cui ha contribuito a plasmare l’orizzonte culturale progressista. Se il giornale perde (o ridimensiona) la sua funzione di “partito dei lettori”, la sinistra può finalmente scoprire di dover tornare a essere un partito reale: non nel senso burocratico del termine, ma nel senso più elementare e concreto. Un luogo che ricuce interessi materiali, che parla con chi non ha festival, che non scambia la superiorità morale per egemonia culturale.
C’è un altro aspetto, più sottile, che vale la pena mettere a fuoco. Quando un’area politica consegna a un grande media la propria autocoscienza, succede sempre la stessa cosa: il media diventa il filtro della realtà. Decide quali problemi sono “degni”, quali domande sono “pericolose”, quali dissensi vanno tollerati e quali espulsi. E questo, nel tempo, produce una forma di tecnocrazia culturale: non serve un ministero, non serve la censura in senso classico; basta un sistema di riconoscimento e disconoscimento che assegna patenti di rispettabilità. È una dinamica che, in forme diverse, ho discusso anche nei miei lavori sul passaggio dalla globalizzazione alla tecnocrazia: quando la mediazione diventa controllo simbolico, la libertà di pensiero resta formalmente intatta, ma sostanzialmente addomesticata.
Per questo, paradossalmente, la sinistra potrebbe guadagnarci. Non perché debba “gioire” se un quotidiano cambia proprietà — sarebbe infantile. Ma perché, se smette di vivere Repubblica come protesi identitaria, può tornare a cercare altrove le sue ragioni: nel reale, non nel riflesso; nel sociale, non nel moralismo; nella politica come conflitto e composizione, non come pedagogia permanente. In altre parole: può tornare a fare ciò che oggi le manca di più, e che nessun giornale potrà mai fare al posto suo. Ritrovare un popolo.
