Senso critico o sottomissione: la lezione di Francesco Lamendola e il convegno che la rilancia
Un attacco alla logica, un dominio “dolce”, una consegna: tornare alla verifica dei fatti e alla libertà interiore.
Roberto Bonuglia
1/13/20266 min read


Un attacco alla logica, un dominio “dolce”, una consegna: tornare alla verifica dei fatti e alla libertà interiore.
C’è un modo molto concreto di misurare la qualità di un’epoca: osservare se essa consente ancora un discorso razionale, oppure se ‒ con un movimento quasi impercettibile ma inesorabile ‒ spinge le persone a parlare senza più intendersi, a discutere senza più ragionare, a scegliere senza più distinguere. Nelle Carte di Venezia, Francesco Lamendola ha avuto la lucidità (e, insieme, il coraggio impopolare) di porre il dito proprio lì: non tanto su un singolo episodio storico o su una contingenza politica, quanto su una frattura più profonda, che riguarda il modo stesso in cui l’uomo contemporaneo percepisce la realtà, la nomina, la interpreta e, in ultimo, la abita.
Nelle Carte di Venezia, Lamendola consegna un’unica linea di lettura, compatta e coerente, che parte da un dato ‒ più antropologico che politico ‒ e vi ritorna a ogni passaggio: il problema del nostro tempo non è semplicemente che accadono eventi drammatici, ma che quegli eventi vengono usati (e interiorizzati) come occasione per colpire ciò che rende l’uomo davvero uomo, cioè la facoltà di pensare in modo razionale. Il punto d’avvio è una percezione, formulata con parole volutamente dure, che nel 2021 assume la forma di una diagnosi quasi clinica: un attacco “senza precedenti” e di “virulenza inaudita” contro la “struttura logica del discorso”.
Non si tratta, nella sua prospettiva, di un’offensiva portata contro “le cose” o contro “le persone” in senso materiale; le città restano in piedi, la vita continua in apparenza, ma qualcosa si incrina nel cuore della razionalità comune, come se si fosse spezzato un nervo essenziale del giudizio. È qui che Lamendola colloca la svolta più inquietante: diventa “impossibile fare un discorso razionale” sui temi fondamentali della vita sociale, perché al posto della razionalità si installa la paura come principio ordinatore; e quando la paura governa, gli argomenti non vengono confutati, semplicemente non funzionano più, non attecchiscono, non “tengono”.
La forza di questo impianto sta nel fatto che la paura non è trattata come emozione privata, ma come ambiente pubblico e come criterio implicito di legittimazione: ciò che si teme diventa “vero” prima ancora di essere verificato, e ciò che non si teme diventa irrilevante anche se è ragionevole. È in questa cornice che Lamendola legge l’abdicazione del senso critico: non come svista occasionale, ma come esito di un lungo addestramento alla delega del giudizio. L’idea della “ragionevole verifica dei fatti” emerge allora come ciò che viene progressivamente disimparato, sostituito dall’adeguamento a ciò che viene narrato e ripetuto, fino al punto in cui la libertà interiore non è tanto “abolita” quanto consumata per attrito, per assuefazione, per conformismo.
È un passaggio decisivo, perché sposta l’attenzione dall’episodio all’antropologia: “restare umani”, qui, significa restare ancorati alla realtà e recuperare la capacità di distinguere, senza la quale il discorso pubblico si trasforma in una superficie emotiva e l’uomo perde una parte del proprio statuto.
Su questa base, il testo dell’anno successivo non spezza la continuità: la assume e la rilancia. Il nucleo si fa più propositivo proprio perché la denuncia si è già chiarita; non c’è più solo l’urgenza di nominare la ferita, ma l’esigenza di capire perché essa abbia potuto aprirsi così facilmente e con una tale rapidità. Lamendola parla, con espressione volutamente urtante, di un “totalitarismo senza precedenti” instaurato “senza strappi né traumi”, con un consenso ampio e, soprattutto, con la sostanziale inconsapevolezza della maggioranza.
La ragione che propone è articolata e, al tempo stesso, intuitiva: negli ultimi decenni si è creato un divario enorme fra il modo di vivere e di percepire della gente comune ‒ rimasto, nelle motivazioni profonde, relativamente simile a quello delle generazioni precedenti ‒ e un potenziale di controllo e manipolazione che, grazie al salto tecnologico e alle tecniche di condizionamento (sanitarie, psicologiche, sociali), ha compiuto un balzo in avanti. In questo scarto si inserisce la possibilità di un dominio “dolce”: non imposto come violenza immediatamente riconoscibile, ma presentato come necessità, come progresso, come protezione, mentre in realtà tende a spostare il baricentro della libertà dall’interno della persona verso apparati esterni che si arrogano la gestione del vero, del lecito e persino del pensabile.
È qui che la riflessione sulla dissonanza cognitiva trova il suo posto naturale. Non come concetto astratto, ma come descrizione del modo in cui una società può convivere con l’incongruenza senza percepirla come tale: da un lato, la narrazione rassicurante dell’inevitabile e del benefico; dall’altro, l’esperienza concreta di restrizioni, contraddizioni, sospensioni di diritti, impoverimento relazionale e simbolico. Lamendola suggerisce che questa dissonanza non si risolve spontaneamente perché, quando la paura è stata installata come criterio e l’abitudine a delegare il giudizio è diventata prassi, la mente preferisce spesso la coerenza emotiva alla verifica razionale. La conseguenza, nel suo lessico, è grave: se si indeboliscono insieme intelligenza, spirito critico e buon senso, si rende possibile la costruzione di narrazioni totali, perché manca la virtù ordinaria della verifica, quella che non chiede eroismi ma disciplina.
Questo punto, però, non nasce dal nulla, e nelle Carte si intuisce che Lamendola lo aveva già messo a fuoco in forma più “operativa” in un articolo del 29 aprile 2020 dal titolo programmatico Fase 1 della sottomissione: azzerare il senso critico. Lì, con una domanda che funziona quasi da chiave di lettura retrospettiva, egli si chiede come possano “i pochissimi” riuscire a tenere “avviliti e sottomessi i molti” in un’epoca di comunicazioni istantanee. La risposta ‒ che si innesta perfettamente nell’architettura delle Carte ‒ è che la coercizione materiale, da sola, non dà garanzie di durata: ciò che rende stabile un dominio è la costruzione del consenso, e il consenso, quando le scelte del potere appaiono contrarie al bene comune, non può essere ottenuto con argomenti razionali, ma con un lavoro di persuasione capace di far “vedere” la realtà attraverso un prisma deformante. In questa prospettiva, la paura non è una reazione spontanea, bensì una leva: più forte del dolore fisico perché non morde la carne ma “morde l’anima” con l’attesa di un male incombente e indeterminato; e soprattutto è una leva economica, “a basso costo”, perché non richiede che il pericolo sia sempre pienamente verificabile, basta che venga evocato, ripetuto, ritualizzato, e che, insieme alla minaccia, venga offerta la promessa di una via d’uscita.
È qui che il discorso torna, con estrema coerenza, al cuore antropologico delle Carte: l’azzeramento del senso critico non è, per Lamendola, un incidente di percorso, ma il vero obiettivo preliminare di ogni “dominio dolce”, cioè di quelle forme di controllo che si presentano come inevitabili, benefiche o addirittura salvifiche. Nel testo del 2020 questa dinamica è descritta con parole quasi ultimative: “il pericolo immediato che ci sovrasta è quello di perdere la nostra umanità”, cioè di rinunciare “sia all’esercizio della ragione, sia alla fiducia accordata ai nostri sensi”. Per questo la direzione indicata non è generica né semplicemente moraleggiante: esercitare al massimo la ragione e coltivare l’evidenza sensibile filtrata dalla coscienza, perché ragione e sensibilità, nella persona sana, non sono antitetiche ma concordi; e se qualcuno lavora da tempo per renderci “anormali”, lo fa proprio spezzando quell’accordo. Da qui la richiesta di una “reazione di segno uguale e contrario”, capace di scuotere le incrostazioni di passività e conformismo, di riconquistare “la padronanza della parte più preziosa ed essenziale di noi stessi: l’intelligenza guidata dalla volontà”, e di uscire dall’ipnosi della paura recuperando freddezza e lucidità; fino al punto, decisivo nel suo orizzonte, di “ritornare a Dio” come gesto di radicamento nella realtà e di libertà interiore.
In quelle righe ‒ che oggi, alla luce della sua scomparsa, acquistano una forza ulteriore ‒ si coglie la stessa idea che attraversa le Carte: la verità non è un ornamento per tempi tranquilli, è un’esigenza antropologica; e quando viene degradata a opinione, o dissolta in emozione, l’uomo si ritrova più manipolabile non perché sia “cattivo”, ma perché è stanco, distratto, disabituato a reggere il peso del pensare. D’altra parte l’articolo del 2020 chiosava in modo inequivocabile: “Una volta perduto il senso critico, non si è più uomini…”
Per questo, parlare del “testimone” lasciato da Lamendola non significa limitarsi a un omaggio commemorativo. Significa riconoscere un dovere: continuare a far circolare parole che non siano anestetiche; continuare a ricostruire nessi; continuare a rimettere al centro l’idea che ragione, senso critico e libertà interiore non sono tre capitoli separati, ma un’unica ecologia dell’umano. E, in questa prospettiva, ciascuno ha un margine di azione ‒ piccolo, magari invisibile, ma reale ‒ che coincide con la cura del proprio sguardo: la capacità di verificare, di sospendere il giudizio quando serve, di non scambiare l’urgenza per evidenza, di non delegare la propria coscienza interpretativa.
È anche con questo spirito che, sabato 24 gennaio 2026, si terrà a Bassano del Grappa (VI) il primo convegno annuale in ricordo del prof. Francesco Lamendola, organizzato dall’Unione Apostolica Fides et Ratio, presso il Teatro Oratorio di San Lazzaro, con inizio alle ore 15.30. Il titolo, “Restare umani: ragione, senso comune e libertà interiore”, riprende esplicitamente i nuclei più densi delle Carte di Venezia e intende rilanciarne la domanda fondamentale: come si difende l’umano quando la pressione del conformismo, dell’emergenza permanente e della narrazione totalizzante tende a erodere le facoltà interiori? Interverranno don Samuele Cecotti, Francesco Ghislandi, Roberto Bonuglia e Corrado Ruini, con contributi registrati di altri intellettuali. Per partecipare basta scrivere a unioneapostolicafidesetratio@gmail.com e indicare il numero delle persone che saranno presenti.
In fondo, la ragione per cui ha senso ricordare Lamendola ‒ e farlo pubblicamente, con un convegno e con una comunità di pensiero ‒ è semplice: perché la sua opera complessiva non chiede ammirazione, chiede continuità. Non pretende unanimismi, chiede vigilanza. E soprattutto ci ricorda che, se si smarrisce il senso critico, non si perde solo una competenza: si perde una parte della nostra libertà.
Roberto Bonuglia
