Sicurezza, Inclusione, Resilienza: il nuovo moralismo tecnocratico che restringe il dibattibile

Partiamo da un dato: esiste una forma di potere che non ha bisogno di alzare la voce. Non minaccia, non urla, non sbatte i pugni sul tavolo. Ti parla con toni pacati, quasi premurosi, e ti invita ad “adeguarti” per il tuo bene. È un potere che non si presenta come comando, ma come cura; non come imposizione, ma come protezione; non come censura, ma come responsabilità. E proprio per questo, spesso, passa inosservato.

Roberto Bonuglia

2/13/20265 min read

brown wooden blocks with numbers
brown wooden blocks with numbers

Partiamo da un dato: esiste una forma di potere che non ha bisogno di alzare la voce. Non minaccia, non urla, non sbatte i pugni sul tavolo. Ti parla con toni pacati, quasi premurosi, e ti invita ad “adeguarti” per il tuo bene. È un potere che non si presenta come comando, ma come cura; non come imposizione, ma come protezione; non come censura, ma come responsabilità. E proprio per questo, spesso, passa inosservato.

Negli ultimi anni alcune parole hanno cominciato a funzionare come lasciapassare universali. Entrano nei comunicati, nei regolamenti, nelle campagne istituzionali, nelle policy aziendali, nei pannelli “accetta e continua” che ormai scandiscono la vita quotidiana. “Sicurezza”. “Tutela”. “Benessere”. “Inclusione”. “Resilienza”. Parole nobili, parole che—prese una per una—difficilmente qualcuno vorrebbe attaccare. Chi mai si dichiarerebbe contro la sicurezza? Chi avrebbe l’ardire di dire: no, io non voglio tutela? Il trucco, però, non è nelle parole prese singolarmente. Il trucco è nel loro uso.

Perché quando una parola diventa un pass-partout, smette di descrivere la realtà e comincia a governarla. Non racconta più ciò che è: decide ciò che può essere detto, pensato, discusso. Non è più un valore: è una leva. E la leva, in mano a istituzioni, apparati, piattaforme e burocrazie, finisce quasi sempre per muoversi nella stessa direzione: restringere il campo del discutibile.

Il moralismo tecnocratico non si presenta come moralismo. Qui sta la sua forza. Non dice: “questa idea è peccaminosa”. Dice: “questa idea è potenzialmente dannosa”. Non parla di colpa, parla di rischio. Non invoca il tribunale, invoca l’algoritmo. Non ti scomunica, ti declassa: ti riduce la portata, ti limita la visibilità, ti segnala come contenuto problematico, ti spinge ai margini con un gesto pulito, amministrativo, quasi igienico. È la nuova forma della virtù pubblica: una virtù che non argomenta, ma certifica.

Immagina una scena banalissima. Un ufficio, un’azienda, una scuola, un’associazione: c’è una riunione, si decide un progetto, qualcuno azzarda una domanda che rompe l’armonia. Non una provocazione volgare, non un insulto. Una domanda vera. Di quelle che dovrebbero essere la materia prima della vita civile. Eppure la stanza si irrigidisce. Non perché la domanda sia “sbagliata”, ma perché è “sensibile”. Perché potrebbe “ferire”. Perché potrebbe “escludere”. Perché non è “sicura”. E allora arriva la frase che chiude tutto, la frase che non confuta ma silenzia: “Meglio non entrare in questo tema.” Fine. Nessun rogo, nessuna polizia. Solo un piccolo arretramento collettivo, travestito da buonsenso.

Questo è il punto: il dispositivo non ha bisogno di violenza visibile. Gli basta una grammatica. E la grammatica è fatta di parole-cuscinetto, parole che attutiscono ogni urto e nel frattempo cambiano i confini del possibile. Ti dicono: stiamo proteggendo qualcuno. Ti dicono: stiamo prevenendo un male. Ti dicono: stiamo creando un ambiente sano. La domanda che bisognerebbe porre, però, è un’altra: sano per chi? E, soprattutto, sano secondo quale criterio?

Quando “sicurezza” diventa la parola sovrana, il dissenso non è più un diritto: è una vulnerabilità. Quando “tutela” si trasforma in un automatismo, l’autonomia non è più maturità: è un rischio da amministrare. Quando “benessere” scivola nella forma del controllo, l’inquietudine—che è spesso il primo segno della libertà interiore—diventa un disturbo da sedare. Quando “inclusione” smette di essere apertura e diventa dogma, allora non include: seleziona. E quando “resilienza” diventa un imperativo, finisce per chiederti non di capire, ma di adattarti. Sempre. Comunque. Anche quando ciò che ti chiede adattamento è, in sé, disumano.

Il paradosso è che queste parole, proprio perché buone, diventano intoccabili. E quando una parola diventa intoccabile, diventa pericolosa. Perché nessuno la sottopone più a verifica. Nessuno chiede: che cosa stiamo davvero chiamando “sicurezza”? Che cosa stiamo davvero tutelando? Di chi è questo benessere? Inclusione di chi, e a quale prezzo? Resilienza verso che cosa, e fino a quando?

La tecnocrazia, quando si ammanta di moralismo, compie un’operazione elegante: trasforma l’etica in procedura. È un passaggio sottile ma decisivo. L’etica, nella sua forma più seria, è fatica: implica giudizio, responsabilità, discernimento, anche conflitto interiore. La procedura, invece, è sollievo: toglie il peso della decisione personale e lo trasferisce su un protocollo, su un comitato, su un “esperto”, su una policy. E così nasce una morale che non educa più la coscienza: la sostituisce. Non ti chiede di diventare migliore. Ti chiede di diventare conforme.

È qui che il “moralismo tecnocratico” mostra il suo lato più corrosivo. Non vuole cittadini adulti. Vuole soggetti gestibili. Vuole individui che non discutano i criteri, ma li applichino. Vuole una società che non sappia più distinguere tra il bene e il “corretto”, tra il vero e il “sicuro”, tra il giusto e il “conforme agli standard”. Perché la standardizzazione è il linguaggio naturale della macchina amministrativa: ciò che non rientra in un campo definito disturba, costa, crea attrito. E l’attrito è il nemico.

Ora, sia chiaro: non si tratta di negare l’esistenza dei problemi reali. La violenza esiste. L’odio esiste. L’emarginazione esiste. La manipolazione esiste. La disinformazione esiste. Ma qui sta la domanda che separa il pensiero vivo dal riflesso condizionato: combattere questi mali significa davvero comprimere la discussione, o significa alzare il livello della discussione? Significa davvero ridurre la libertà per ottenere sicurezza, o significa costruire uomini e comunità capaci di reggere la libertà senza trasformarla in caos?

Il moralismo tecnocratico preferisce la scorciatoia, perché è misurabile. Introduce un filtro. Introduce una norma. Introduce un obbligo. Introduce un sistema di segnalazione. Introduce un linguaggio obbligatorio. E poi si presenta come successo: “Abbiamo reso l’ambiente più sicuro.” Ma la domanda, quella vera, rimane sullo sfondo: più sicuro o più docile?

C’è un segnale che dovrebbe inquietarci più di altri: quando una società non proibisce soltanto le parole, ma proibisce le sfumature. Quando non ti dice soltanto “non puoi dire questo”, ma ti educa a non pensare in un certo modo. Quando ti porta a evitare la complessità perché la complessità è sempre “rischiosa”. È così che muore la libertà senza che nessuno se ne accorga: non con un colpo di Stato, ma con una lenta anestesia del linguaggio.

E allora, che cosa resta da fare? Resta la cosa più semplice e più difficile: restituire alle parole il loro peso, sottrarle al ricatto emotivo e riportarle al vaglio della ragione. Riconoscere quando “sicurezza” è un principio e quando è un grimaldello. Quando “inclusione” è apertura e quando è uniformazione. Quando “tutela” è cura e quando è infantilizzazione. Quando “benessere” è una condizione umana e quando è un pretesto amministrativo. Quando “resilienza” è forza interiore e quando diventa l’alibi per accettare qualsiasi cosa.

Il senso critico comincia qui: nel momento in cui smettiamo di inchinarci davanti alle parole solo perché suonano bene. Le parole non sono talismani. Sono strumenti. E ogni strumento, in mano a chi governa, può diventare un’arma pulita.

Non serve gridare. Non serve nemmeno indignarsi a comando. Serve una vigilanza più sottile: quella di chi, ogni volta che sente pronunciare una parola-cuscinetto, non risponde con un applauso automatico, ma con una domanda. La domanda che riapre lo spazio della libertà. La domanda che toglie l’incantesimo.

Perché il primo atto di resistenza, oggi, è semplicemente questo: rifiutare l’ipnosi del linguaggio buono. E tornare a pensare. Davvero. Anche quando è scomodo. Anche quando non è “sicuro”.

Roberto Bonuglia