Titoli, timbri e reputazione: la nuova censura gentile
C’è un equivoco che sta diventando la grammatica invisibile del nostro tempo: pensiamo di vivere nell’era dell’informazione, e invece viviamo nell’era dell’abilitazione. Non è più decisivo che una cosa sia vera; è decisivo che tu sia “autorizzato” a dirla. La verità, oggi, non viene respinta perché confutata, ma perché pronunciata dalla bocca sbagliata.
Roberto Bonuglia
2/24/20263 min read
C’è un equivoco che sta diventando la grammatica invisibile del nostro tempo: pensiamo di vivere nell’era dell’informazione, e invece viviamo nell’era dell’abilitazione. Non è più decisivo che una cosa sia vera; è decisivo che tu sia “autorizzato” a dirla. La verità, oggi, non viene respinta perché confutata, ma perché pronunciata dalla bocca sbagliata. È un mutamento sottile, quasi elegante nella sua discrezione, e proprio per questo pericoloso: non ti vietano di parlare, ti qualificano. Ti collocano. Ti assegnano un’etichetta di accesso. E da lì in poi, qualunque cosa tu dica, viene filtrata non per il contenuto ma per la patente.
Il credenzialismo (teoria sociologica sviluppata da Randall Collins) è questo: la trasformazione del titolo in argomento. Una società credenzialista non ti chiede “che cosa stai dicendo?” ma “chi sei tu per dirlo?”. È un mondo in cui la competenza reale è sostituita dal timbro, e il timbro diventa un feticcio morale: non certifica solo che sai, ma che sei “a posto”. Che appartieni. Che sei dentro la cornice. E questo, a ben vedere, spiega molte delle nostre stranezze quotidiane: la deferenza automatica verso chi parla da un palco riconosciuto, la diffidenza immediata verso chi parla dal basso, l’ansia di citare “fonti autorevoli” come se l’autorevolezza fosse un sacramento.
Il lettore comune lo sperimenta senza bisogno di teorie. Sul lavoro, nelle scuole, nei dibattiti pubblici, perfino in famiglia: quando una cosa la dice “uno con i titoli” diventa improvvisamente sensata, anche se è banale; quando la dice “uno qualunque” diventa sospetta, anche se è fondata. E non è solo un problema di snobismo: è un meccanismo di controllo. Perché se la società decide che la verità non dipende dalla verifica ma dalla posizione sociale di chi parla, allora la verità diventa gerarchica. E quando la verità è gerarchica, il dissenso non è più un interlocutore: è un abusivo.
Qui entra in scena un’altra parola chiave, più moderna e più vischiosa: reputazione. La reputazione oggi non è più ciò che ti guadagni nel tempo, attraverso coerenza e serietà. È un capitale algoritmico, un credito sociale informale, una somma di “bollini” che ti permette di circolare senza essere perquisito. Il paradosso è che la reputazione, così intesa, non è un effetto della verità: è una sua condizione. Prima devi essere “reputabile”, poi puoi parlare. Se non lo sei, ogni frase diventa una prova a tuo carico.
E qui si capisce come università, media e istituzioni si intreccino in un unico ecosistema. L’università produce titoli e linguaggi; i media selezionano chi merita di essere ascoltato; le istituzioni conferiscono la cornice morale (“questo è responsabile”, “questo è pericoloso”). Non serve una censura esplicita quando basta una disabilitazione simbolica: ti classificano come “non qualificato”, “complottista”, “inaffidabile”, “non competente”, e il gioco è fatto. Non ti rispondono: ti archiviano.
Il credenzialismo, infatti, è un modo efficiente di non discutere. È una scorciatoia emotiva e politica. Discutere è faticoso: richiede di entrare nel merito, distinguere, fare i conti con le ambiguità. Molto più facile è delegare alla gerarchia dei timbri. Se il timbro dice che è vero, allora è vero. Se il timbro dice che è falso, allora è falso. È un sistema comodo, e proprio per questo seducente. Ma ha un costo: spegne il muscolo del giudizio.
La cosa più interessante, però, è che il credenzialismo non nasce soltanto dall’alto. Lo alimentiamo anche noi, ogni volta che rinunciamo a valutare un’argomentazione e ci accontentiamo di valutare la “bio” di chi la propone. Ogni volta che una frase ci pare vera solo perché viene da una figura istituzionale. Ogni volta che un’idea ci pare falsa solo perché arriva da una persona comune, magari sgrammaticata, magari emotiva, magari “non presentabile”. È un riflesso di difesa: in un mondo confuso, cerchiamo scorciatoie. Ma la scorciatoia diventa gabbia quando smettiamo di distinguere tra autorità e verità.
Qui si innesta un’altra dinamica, ancora più inquietante: l’abilitazione sociale a dire il vero. Ci sono verità che, in certi momenti storici, diventano “indecenti”. Non perché siano sbagliate, ma perché rompono la narrazione corrente. E allora accade una cosa curiosa: quelle verità restano dicibili, ma solo da alcuni. Se le pronuncia una voce autorizzata, diventano “riflessioni coraggiose”. Se le pronuncia una voce non autorizzata, diventano “disinformazione”. È lo stesso contenuto, cambia il passaporto.
In un ambiente così, la domanda davvero importante non è più “che cosa è vero?”, ma “chi può permettersi di dirlo?”. E quando la possibilità di dire la verità diventa un privilegio sociale, la democrazia smette di essere un sistema di confronto e diventa un sistema di accesso. Non ci sono più cittadini, ci sono utenti con livelli diversi di permesso.
La via d’uscita non è disprezzare competenza e titoli. Sarebbe infantile. Il punto non è demolire l’idea di competenza; è smontare l’idea che la competenza coincida automaticamente con la credibilità morale. Perché la competenza è una cosa che si dimostra, non un’aureola che si possiede. E soprattutto, la competenza non è un lasciapassare per essere esentati dal controllo critico.
Se vogliamo ricostruire un senso critico degno di questo nome, dobbiamo reimparare un gesto semplice, quasi antico: valutare le idee prima dei timbri. E quando un timbro parla, non inginocchiarsi. Ascoltare, verificare, confrontare. In fondo è questo il punto: il credenzialismo è la religione laica del nostro tempo. Ma una religione che non salva; addestra. E quando una società si abitua a credere “a prescindere”, prima o poi smette anche di capire “perché”.
Roberto Bonuglia
