Algocrazia: quando la democrazia del Terzo Millennio scivola nel potere degli algoritmi

La democrazia, oggi, non viene rovesciata con i carri armati. Viene riprogrammata. Non c’è bisogno di chiudere un Parlamento, se si riesce a spostare silenziosamente ciò che le persone vedono, ciò che reputano credibile, ciò che percepiscono come “normale”, e perfino ciò che immaginano possibile.

Roberto Bonuglia

4/9/20263 min read

La democrazia, oggi, non viene rovesciata con i carri armati. Viene riprogrammata. Non c’è bisogno di chiudere un Parlamento, se si riesce a spostare silenziosamente ciò che le persone vedono, ciò che reputano credibile, ciò che percepiscono come “normale”, e perfino ciò che immaginano possibile. Il punto non è una distopia alla Black Mirror. Il punto è un lessico che si è fatto finalmente sincero: da qualche anno abbiamo parole precise per nominare ciò che accade.

L’Accademia della Crusca registra algocrazia come “forma di società basata sul dominio degli algoritmi”, calco dall’inglese algocracy (algo + -crazia) e ne segnala l’uso in ambito “informatica, rete”. Non è un’etichetta giornalistica: la prima attestazione in italiano viene fatta risalire al 2013, con una definizione che vale la pena trattenere perché è chirurgica: un «ambiente digitale di rete in cui il potere viene esercitato in modo sempre più profondo dagli algoritmi», cioè da quei programmi che rendono possibili alcune forme di interazione e ne ostacolano altre. Il potere, qui, non si presenta come comando; si presenta come architettura. Non ti ordina cosa fare: decide che cosa è facile fare, e che cosa diventa faticoso, invisibile, improponibile.

Treccani, dal canto suo, usa un termine fratello, algoritmocrazia: “il potere degli algoritmi”. E lo fa con un esempio che dovrebbe farci sorridere, se non fosse tragicamente realistico: l’algoritmo come «scusa pronta per spiegare ogni fallimento (o successo)». È la nuova formula assolutoria: non è colpa mia, è l’algoritmo. Il che è già un segnale. Quando un sistema diventa tanto pervasivo da trasformarsi in alibi, significa che non lo stiamo più usando: lo stiamo subendo.

Ora, la domanda vera non è linguistica. È politica, e quindi antropologica. Che cosa accade a una democrazia quando il centro di gravità delle decisioni quotidiane – visibili o invisibili – si sposta da norme discutibili a calcoli non discutibili? Quando la “scelta” resta formalmente tua, ma l’ambiente è costruito per premiarti se fai A e penalizzarti se fai B, senza che nessuno debba motivare pubblicamente il perché? È qui che la democrazia rischia di diventare una algocrazia: non perché scompaiono le elezioni, ma perché cambia la materia prima con cui si formano opinioni, desideri, paure, reazioni.

L’algoritmo non è un’opinione. E proprio per questo è così comodo per chi governa, per chi vende, per chi orienta. Un’opinione si discute; un algoritmo si “ottimizza”. Un’opinione ha un responsabile; un algoritmo ha un “modello”. Un’opinione espone un’intenzione; un algoritmo la nasconde dietro una pretesa neutralità matematica. Ma la neutralità, qui, è una maschera: ogni algoritmo è una politica incorporata, una gerarchia tradotta in istruzioni, una visione del mondo trasformata in priorità operative. E quando una visione del mondo si presenta come procedura tecnica, la critica diventa più difficile, perché sembra fuori luogo: “non capisci come funziona”. È il ricatto perfetto: prima ti chiede competenza, poi ti toglie parola.

L’algocrazia si riconosce da un dettaglio: non ti proibisce, ti incanala. Ti fa scorrere. Ti accompagna dove “conviene” che tu vada. Nel digitale questo è evidente: ciò che appare nel feed, ciò che resta nascosto, ciò che viene declassato, ciò che viene promosso; ma la stessa logica si è già allargata oltre lo schermo. È nel lavoro quando una “app” decide turni, priorità, visibilità e punteggi; è nei servizi quando l’accesso diventa condizionato a consensi non negoziabili; è nelle relazioni quando la reputazione si trasforma in punteggio; è nella cultura quando la complessità viene penalizzata perché non trattiene attenzione. L’algoritmo non ama il vero: ama ciò che funziona. E “funzionare”, quasi sempre, significa trattenere, semplificare, polarizzare.

Ecco il punto più pericoloso: l’algocrazia non è solo un modello tecnico, è un modello educativo. Addestra. Addestra alla reazione rapida, al giudizio istantaneo, alla dipendenza dalla notifica, alla ricerca di conferma. Addestra a scambiare la comodità con la libertà, la scorciatoia con la scelta, l’automatismo con la decisione. E una democrazia popolata da individui addestrati alla reazione è una democrazia più fragile, perché una democrazia vive di pause, di dubbi, di fatica argomentativa, di tempo lungo. L’algoritmo, invece, vive di tempo breve. Vive di attrito ridotto. Vive di frizione azzerata. Ma una società senza frizione non è più “libera”: è più guidabile.

Si capisce allora perché questi termini – algocrazia, algoritmocrazia – non siano semplici neologismi. Sono tentativi di nominare un cambio di regime che avviene senza dichiarazione di guerra. E qui entra, inevitabilmente, la missione dell’Accademia: il senso critico non è un vezzo intellettuale, è una tecnologia interiore di autodifesa. È la facoltà che interrompe l’incantesimo dell’ovvio, che riapre lo spazio tra stimolo e risposta, che restituisce al soggetto la possibilità di dire: “aspetta”. Che cosa mi stanno mostrando? Che cosa mi stanno togliendo? Perché questa strada è così facile e quell’altra così impraticabile? Chi ha deciso l’ordine delle priorità che sto seguendo senza accorgermene?

La democrazia, nel Terzo Millennio, non muore quando qualcuno la abolisce. Muore quando smettiamo di accorgerci che sta cambiando forma. E l’algocrazia è esattamente questo: una trasformazione di forma, lenta, apparentemente gentile, perfino efficiente. Ma la domanda che dobbiamo imparare a porre è brutale e semplice: efficiente per chi? Perché se l’efficienza diventa il criterio sovrano, la libertà – quella vera, che comporta rischio, errore, dissenso, lentezza – diventa un difetto del sistema. E i sistemi, quando incontrano un difetto, non discutono: lo correggono.


Roberto Bonuglia