Amatrice 2016-2026. L’Italia che corre tra le macerie e rallenta davanti alle carte
A dieci anni dal sisma, il bilancio racconta un paradosso nazionale: un Paese capace di salvare, assistere e mobilitarsi in poche ore; molto meno capace, spenti i riflettori, di trasformare l’emergenza in ricostruzione, prevenzione e ritorno alla normalità.
Roberto Bonuglia
8/24/20269 min read


Il terremoto della carta
Dieci anni sono un tempo sufficientemente lungo per poter evitare tanto l’autoflagellazione quanto l’autocelebrazione.
La ricostruzione non è ferma. Sarebbe falso sostenerlo. Il rapporto 2026 della Struttura commissariale registra 36.149 richieste per la ricostruzione privata, 12,59 miliardi di contributi concessi, oltre 8 miliardi liquidati; 23.361 cantieri autorizzati, dei quali 14.968 conclusi. Sul versante pubblico risultano programmati 3.667 interventi per oltre 4,85 miliardi. I lavori materialmente in corso e quelli conclusi rappresentano circa il 40% della programmazione. Ancora 8.759 nuclei familiari usufruiscono, tuttavia, di forme di assistenza abitativa. Lo stesso commissario Guido Castelli, scegliendo come termine di paragone il Friuli del 1976, parla apertamente di una ricostruzione arrivata «a metà del lavoro».
Dieci anni. A metà.
Non è poco ciò che si è fatto. Non è poco neppure ciò che resta da fare.
E proprio nel decennale si è consumata una piccola disputa statistica che dice forse molto più della statistica stessa. Secondo un rapporto di ActionAid, elaborato su dati ottenuti mediante accesso agli atti, al 30 aprile 2026 il 66,3% degli interventi pubblici si trovava ancora nelle fasi precedenti all’apertura materiale del cantiere; nei 44 Comuni maggiormente colpiti appena il 18,4% era giunto alle fasi di fine lavori o collaudo. La Struttura commissariale ha contestato quella rappresentazione osservando che ActionAid considera «non partite» anche opere dotate di progetto esecutivo e con procedura di gara già avviata. Secondo il criterio amministrativo del Commissario, invece, il 98% degli interventi risulta «sbloccato e avviato».
Entrambi i dati possono essere tecnicamente corretti.
Ed è questa la cosa interessante.
Per l’amministrazione un’opera può essere «avviata» quando esiste il progetto, sono state compiute determinate procedure e la macchina amministrativa si è messa in moto. Per chi aspetta da dieci anni, probabilmente, un cantiere comincia quando vede muratori, gru, cemento, pietre e qualcuno che costruisce.
Tra questi due significati della parola “avviato” entra tutta la cultura burocratica italiana.
Del resto è lo stesso Castelli ad aver riconosciuto, parlando delle prime fasi della ricostruzione, che vi furono circa cinque anni di false partenze e che «la burocrazia ha avuto la meglio sull’esigenza di ricostruire», aggiungendo come l’attenzione alla legalità formale abbia talvolta penalizzato l’operatività. Non è l’affermazione di un oppositore della ricostruzione. È quella dell’uomo che oggi la dirige.
E sarebbe un errore intendere la critica alla burocrazia come invocazione dell’assenza di regole. Proprio le ricostruzioni italiane del passato insegnano quanto denaro pubblico, appalti e procedure emergenziali richiedano controlli rigorosi.
Il problema nasce quando la procedura cessa di proteggere il risultato e diventa essa stessa il risultato.
Quando la correttezza del fascicolo prevale sulla finalità per la quale il fascicolo esiste.
Una malattia antica
Nel 2018 Maria Angela Bedini e Fabio Bronzini pubblicarono su Land Use Policy un articolo dal titolo quasi profetico: The post-earthquake experience in Italy. Gli autori, dopo aver confrontato numerose ricostruzioni italiane del Novecento e del nuovo secolo, giungevano a una conclusione severa: l’Italia aveva troppo spesso perduto l’occasione di trasformare il post-sisma in una vera rigenerazione territoriale, limitandosi alla sequenza emergenza-ricostruzione senza predisporre una strategia sociale, economica e urbanistica capace di accompagnare prima, durante e dopo la catastrofe (Bedini & Bronzini, 2018).
Quattro anni dopo un altro studio, specificamente dedicato alla sistemazione temporanea dopo il sisma del Centro Italia, individuava nei vuoti della pianificazione strategica, nella governance multilivello e nella gestione dei processi alcune delle principali cause delle frizioni tecniche e sociali sperimentate nella fase post-emergenziale (Pezzica et al., 2022). La lezione era altrettanto nitida: non bastano strutture temporanee tecnicamente efficienti se non vengono considerate le necessità delle comunità e le specificità dei luoghi.
Perché dopo un terremoto non bisogna ricostruire semplicemente case. Bisogna ricostruire un posto.
La differenza è enorme. Lo conferma una ricerca del 2025 condotta proprio ad Amatrice e Accumoli: la perdita prodotta da un sisma coinvolge identità, memoria, appartenenza, riconoscibilità degli spazi. Attraverso interviste e ricostruzioni virtuali, gli studiosi hanno mostrato quanto il ritorno ai luoghi perduti abbia una dimensione affettiva che nessun computo metrico può contenere (Di Giuseppantonio Di Franco et al., 2025).
Una casa riconsegnata dopo vent’anni non è la stessa casa riconsegnata dopo tre. Nel frattempo sono morti anziani, sono cresciuti bambini altrove, hanno chiuso attività, sono cambiate abitudini, si sono sfaldate reti di prossimità. Il tempo amministrativo è neutrale soltanto nei calendari. Nella vita delle comunità produce effetti irreversibili.
Da Ruvo del Monte ad Amatrice
È qui che il ricordo di un altro terremoto diventa utile senza dover trasformare l’Irpinia del 1980 in una favola edificante. Sarebbe storiograficamente insostenibile: quella ricostruzione ebbe ritardi, sprechi, scandali e contraddizioni divenuti quasi proverbiali. Dentro quella storia, tuttavia, esistono esperienze locali che meritano di essere recuperate.
L’architetto Antonio Cataldo, ospite dell’Accademia del Senso Critico, ha raccontato nei nostri incontri il lavoro svolto a Ruvo del Monte, uno dei paesi lucani devastati dal terremoto del 23 novembre 1980. Una traccia archivistica indipendente consente di documentarne almeno il ruolo di progettista e direttore dei lavori per la riparazione di edifici danneggiati dal sisma a partire dal febbraio 1985. Il valore di quella testimonianza non sta nell’offrire l’ennesimo «modello» da applicare meccanicamente quarant’anni dopo. Sta nel ricordare una banalità organizzativa che l’Italia sembra costretta periodicamente a riscoprire: ricostruire richiede una catena riconoscibile di decisione, responsabilità tecnica, rapporto con il territorio e capacità di passare dal progetto al cantiere. Non basta stanziare. Bisogna decidere. Non basta decidere. Bisogna progettare. Non basta progettare. Bisogna costruire. E soprattutto bisogna farlo mentre la comunità che attende esiste ancora.
Abbiamo imparato almeno qualcosa?
Sarebbe ingeneroso rispondere di no.
Proprio in questi giorni il CNR ha pubblicato il bilancio scientifico dei dieci anni trascorsi dal terremoto. La sequenza di Amatrice ha consentito di migliorare enormemente la conoscenza delle faglie dell’Appennino, la microzonazione, lo studio delle deformazioni del suolo, l’osservazione satellitare e la comprensione degli effetti locali dello scuotimento. Quelle conoscenze vengono oggi utilizzate anche in altri contesti italiani a rischio. La scienza, insomma, ha imparato.
Anche la Protezione Civile ha imparato. Anche la tecnica ha imparato. Anche le norme, almeno in parte, sono cambiate. La ricerca del 2026 di Trevlopoulos e colleghi registra precisamente questo processo di progressiva istituzionalizzazione dell’esperienza accumulata dopo ogni nuovo sisma (Trevlopoulos et al., 2026).
Rimane una domanda più fastidiosa: ha imparato la nostra cultura organizzativa? Mario Tozzi, scrivendo proprio oggi sul decennale, ha ricordato il contrasto istruttivo fra Amatrice e Norcia. L’Italia possiede normative antisismiche avanzate, ma resta ancora troppo dipendente da un’impostazione emergenziale. A Norcia, dove dopo i terremoti precedenti molti edifici erano stati consolidati con maggiore attenzione, la violentissima scossa del 30 ottobre 2016 produsse distruzioni monumentali, ma non vittime. La prevenzione è molto meno spettacolare di un soccorso tra le macerie. Non produce eroi televisivi. Produce qualcosa di assai più utile: persone che dalle macerie non devono essere estratte perché sotto quelle macerie non sono finite. È forse questa la vera lezione del 24 agosto.
L’Italia possiede una cultura dell’emergenza spesso ammirevole e una cultura della prevenzione ancora insufficiente. Possiede una società capace di mobilitarsi e uno Stato che, una volta passato il momento eccezionale, rischia di tornare prigioniero dei propri procedimenti. Per questo la solidarietà degli italiani non può diventare l’alibi dell’inefficienza successiva. Non possiamo continuare a celebrare quanto siamo bravi a montare tende se non impariamo, contemporaneamente, a fare in modo che quelle tende servano il meno possibile.
Dieci anni dopo
Questa notte ad Amatrice la memoria tornerà alle 3.36. È giusto che sia così. Ci sono orari che diventano parte della biografia di una comunità e che nessuna ricostruzione cancellerà mai. Ma commemorare le vittime significa qualcosa di più impegnativo che pronunciarne i nomi. Significa domandarsi perché sono morte, cosa sia cambiato da allora e se il prossimo terremoto — perché sull’Appennino un prossimo terremoto ci sarà — troverà case più sicure, amministrazioni più preparate e uno Stato capace di conservare, nel lungo periodo, la stessa urgenza che mostra nelle prime ore- Dieci anni dopo, Amatrice non ha bisogno di una narrazione consolatoria. Ha bisogno di normalità. Ed è paradossalmente questa la cosa che in Italia sembra più difficile da costruire. Alle 3.36 del mattino il nostro Paese sa diventare eroico: i Vigili del Fuoco scavano, i medici curano, i volontari arrivano, persone diversissime dimenticano per qualche ora appartenenze e pregiudizi e si riconoscono parte della stessa comunità.
Poi albeggia. Riaprono gli uffici. Cominciano i pareri, i livelli progettuali, le competenze concorrenti, le conferenze, le autorizzazioni, le verifiche, i ricorsi, le gare. Tutte cose necessarie. Nessuna delle quali dovrebbe durare più di una vita.
Il problema italiano, forse, è tutto qui: sappiamo correre quando la terra trema. Dobbiamo ancora imparare a non fermarci quando smette.
Riferimenti essenziali
Bedini, M. A., & Bronzini, F. (2018). The post-earthquake experience in Italy. Difficulties and the possibility of planning the resurgence of the territories affected by earthquakes. Land Use Policy, 78, 303–315. DOI: 10.1016/j.landusepol.2018.07.003. Verifica online
CNR. (2026, 20 agosto). Amatrice dalla terra allo spazio: l’eredità scientifica a 10 anni dal terremoto. Comunicato del Consiglio Nazionale delle Ricerche
Di Giuseppantonio Di Franco, P., Dolcetti, F., Baraldo, M., & Dey, S. (2025). Can immersive technologies rebuild heritage and sense of place? Examining Virtual Reality’s role in fostering community resilience in post-disaster Italy. International Journal of Heritage Studies, 31(7), 956–977. DOI: 10.1080/13527258.2025.2520760. Articolo integrale
Mottola, R. (2024). Completamento dei lavori a Arquata del Tronto. Risveglio Pentecostale, LXXIX(7–8), 15. Numero completo della rivista ADI
Pezzica, C., Cutini, V., Bleil de Souza, C., & Aloini, D. (2022). The making of cities after disasters: Strategic planning and the Central Italy temporary housing process. Cities, 131, 104053. DOI: 10.1016/j.cities.2022.104053. Versione open access
Trevlopoulos, K., Iasio, C., Auclair, S., Gehl, P., & Legendre, Y. (2026). Evolution of earthquake crisis management and recovery in Italy after 2009: An expert commentary. International Journal of Disaster Risk Reduction, 143, 106254. DOI: 10.1016/j.ijdrr.2026.106254. Verifica e testo disponibile
Dipartimento della Protezione Civile. Terremoto Centro Italia 2016-2017. Scheda ufficiale
Commissario straordinario Ricostruzione Sisma 2016. (2026, 23 agosto). 2016-2026, il decennale del sisma: memoria, responsabilità e rinascita dell’Appennino centrale. Rapporto e dati 2026
ActionAid Italia, dati ripresi da ANSA. (2026, 18 agosto). A 10 anni da sisma per 2 opere pubbliche su 3 non ancora partito il cantiere. Sintesi del rapporto e dati
Archivio Maurizio Leggeri. Arbitrato Ruvo del Monte, fascicolo 688, documentazione 1985–1995. Scheda archivistica


I terremoti hanno una pessima abitudine: non rispettano gli orari d’ufficio. La burocrazia, invece, li rispetta tutti.
Alle 3.36 del 24 agosto 2016 l’Appennino centrale smise per qualche interminabile secondo di essere paesaggio e divenne tragedia. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Case accartocciate, strade interrotte, famiglie spezzate. Alla fine si contarono 299 morti. I Vigili del Fuoco riuscirono a estrarre vive dalle macerie 238 persone: un numero che, riletto dieci anni dopo, conserva qualcosa di miracoloso pur non avendo, naturalmente, nulla di soprannaturale. Dietro ognuna di quelle vite vi furono preparazione, coraggio, organizzazione, mani che scavarono quando tutto intorno suggeriva soltanto disperazione.
È bene partire da qui perché la memoria, se vuole essere qualcosa di diverso dalla liturgia civile, deve anche saper distinguere.
L’Italia delle emergenze è spesso un grande Paese.
Quella che viene dopo, assai meno.
Lo conferma in qualche modo la letteratura scientifica prodotta proprio studiando i terremoti italiani dell’ultimo ventennio. Un lavoro recentissimo, pubblicato nel giugno 2026 sull’International Journal of Disaster Risk Reduction, ricostruisce l’evoluzione del sistema italiano dopo L’Aquila, Emilia e Centro Italia e riconosce un autentico apprendimento istituzionale: procedure più standardizzate, migliori strumenti di valutazione del danno, reti tecniche professionali, un progressivo superamento delle risposte improvvisate e una maggiore attenzione alla resilienza delle comunità. Gli autori, però, individuano contemporaneamente una costante più ostinata: la distanza fra innovazione maturata durante l’emergenza e sua traduzione in strutture amministrative permanenti, con tempi che possono diventare lunghissimi (Trevlopoulos et al., 2026).
Ecco il punto.
Di fronte al disastro siamo capaci di abbreviare il tempo. Subito dopo ricominciamo ad allungarlo.
Quando l’Italia migliore arriva prima delle istituzioni ordinarie
Nelle ore e nei giorni successivi al terremoto si mise in moto una macchina imponente. La Protezione Civile convocò immediatamente il Comitato operativo; volontari, forze dell’ordine, sanitari, Vigili del Fuoco e associazioni raggiunsero territori resi difficilissimi dalla distruzione delle vie di accesso. Al di fuori dell’apparato istituzionale si produsse poi quel fenomeno che in Italia continua, fortunatamente, a resistere alla dissoluzione dei legami comunitari: la solidarietà spontanea.
I soli canali ufficiali della Protezione Civile raccolsero quasi 35 milioni di euro, oltre 23 milioni dei quali attraverso il numero solidale 45500. Un risultato che racconta meglio di molti saggi sociologici l’esistenza di un tessuto comunitario che nelle ore peggiori continua a manifestarsi.
Ma la storia diventa ancora più interessante quando ci si allontana dalle forme di solidarietà più convenzionali.
Perché la cronaca, se vuole diventare Storia, deve conservare anche i fatti che non entrano comodamente negli scaffali ideologici predisposti in anticipo.
A CasaPound, realtà politica sulla quale ciascuno può legittimamente formulare il giudizio che ritiene, faceva riferimento l’associazione di Protezione Civile La Salamandra. Nell’agosto 2016 quest’ultima risultava regolarmente accreditata ad Amatrice per attività di supporto medico-sanitario e organizzò raccolte di materiale, ricercando medici, infermieri, soccorritori e psicologi. Un anno più tardi fu lo stesso Sergio Pirozzi, allora sindaco di Amatrice, a ricordare pubblicamente che quei volontari erano arrivati spontaneamente e avevano assistito persone in difficoltà.
Registrarlo non significa concedere indulgenze politiche a qualcuno. Significa fare una cosa assai più semplice, oggi divenuta stranamente difficile: riconoscere un fatto per ciò che è, senza chiedergli preventivamente la tessera di appartenenza.
Qualcosa di analogo è avvenuto sul versante religioso. Le Assemblee di Dio in Italia, presenza evangelica pentecostale certamente meno visibile del cattolicesimo maggioritario, hanno documentato nel proprio organo ufficiale come fin dai primi giorni del terremoto fosse maturata la volontà di intervenire a sostegno delle popolazioni colpite. Quell’impegno non si esaurì nella fase emotivamente più remunerativa dell’emergenza: nel 2024 veniva completato a Faete, nel comune di Arquata del Tronto, un centro polifunzionale donato dalle Chiese ADI, dotato di cucina e spazi di aggregazione, in un territorio dove ancora permanevano famiglie prive dell’abitazione perduta otto anni prima (Mottola, 2024).
CasaPound e Assemblee di Dio in Italia hanno assai poco in comune. Ed è proprio questo il punto.
Nelle emergenze autentiche le categorie identitarie che strutturano la quotidiana guerra di posizione italiana mostrano improvvisamente tutta la loro secondarietà. Cattolici, evangelici, destra, sinistra, volontariato laico, tifoserie, associazioni locali: davanti a qualcuno che ha perso tutto la prima domanda non è più «da che parte stai?», ma «di cosa hai bisogno?».
Per qualche giorno riappare la comunità.
Poi torna l’amministrazione.
