Bullismo e cyberbullismo: la prevaricazione che assomiglia al mobbing (e che lo smartphone amplifica)
Il bullismo non è un conflitto tra pari gestibile con qualche richiamo morale. È una forma di devianza relazionale: si produce un capro espiatorio, si costruisce un bersaglio, si cementa un “noi” contro un “tu”.
Roberto Bonuglia
4/16/20264 min read


Il bullismo non è un “problema di ragazzi”. È un problema di potere. Cambiano i contesti, cambia l’età, cambiano perfino le maschere (il compagno di classe, il gruppo WhatsApp, la chat anonima), ma il nucleo resta lo stesso: la prevaricazione dell’altro come esercizio di dominio. Chi ha vissuto o studiato il mobbing sul lavoro riconosce immediatamente il DNA comune: isolamento progressivo, svalutazione sistematica, umiliazione pubblica, pressione psicologica che diventa abitudine, fino a rendere “normale” ciò che normale non è. È la stessa grammatica della sopraffazione, solo declinata in un ambiente diverso e, nel caso dei minori, più crudele perché colpisce identità ancora in formazione.
Qui sta il primo equivoco da sciogliere. Il bullismo non è un conflitto tra pari gestibile con qualche richiamo morale. È una forma di devianza relazionale: si produce un capro espiatorio, si costruisce un bersaglio, si cementa un “noi” contro un “tu”. La ripetizione, l’intenzione di ferire, lo squilibrio di forza non sono dettagli: sono l’architettura dell’atto. Se togli questa architettura, resta una lite. Se la lasci, hai un sistema. E un sistema, per definizione, non si corregge con l’educazione al “volersi bene” o con l’ora di educazione civica recitata come una formula.
Poi c’è l’altra rimozione, quella più comoda per tutti: il costo sociale. Il bullismo costa, ma lo fa in modo “asimmetrico”. La spesa più alta la pagano quasi sempre le famiglie, con un doppio pedaggio. Da un lato la fatica emotiva e materiale: visite, colloqui, cambi di scuola, sostegno psicologico, notti senza sonno, e quella sensazione di impotenza che rode perché nessun genitore è preparato a vedere il proprio figlio rientrare a casa “ridotto” da un clima tossico. Dall’altro lato, la solitudine istituzionale. Troppo spesso le strutture educative entrano in gioco tardi, oppure entrano male: minimizzano, normalizzano, chiedono alla vittima di “resistere”, invitano a non “ingigantire”, scambiano la prudenza con l’omertà. È il paradosso più amaro: il linguaggio pubblico riempie la bocca di parole come tutela e prevenzione, ma quando il problema bussa alla porta reale della scuola, il riflesso diventa difensivo, burocratico, perfino timoroso di ammettere che la devianza esiste e che va trattata come tale.
Dentro questo quadro, la tecnologia non è un capitolo a parte. È la cornice che sta cambiando il modo stesso in cui i ragazzi percepiscono l’altro. Il cyberbullismo è l’emergenza più evidente, certo: l’offesa che resta, la foto che circola, la derisione che diventa virale, l’algoritmo che amplifica perché “fa engagement”, il branco che non si limita più all’intervallo ma entra in casa con lo schermo acceso. Qui la violenza è più pervasiva perché non conosce pausa: la scuola finisce, il feed continua; la classe si scioglie, la chat resta; il corpo esce dall’aula, la reputazione digitale resta lì, appesa come un cartello.
Ma la questione è ancora più profonda. La dipendenza da smartphone e l’iperconnessione non producono solo nuovi strumenti di aggressione; trasformano il modo in cui si immaginano le relazioni. Si interiorizza, quasi senza accorgersene, una logica da interfaccia: se qualcosa disturba, si blocca; se qualcuno pesa, si elimina; se un contenuto non piace, si scorre oltre. È una postura mentale che, trasferita nelle relazioni reali, diventa pericolosa. Perché una persona non è spam. Non è un profilo da silenziare. Non è un “contatto” da rimuovere. Eppure una generazione cresciuta dentro piattaforme progettate per semplificare il legame fino a renderlo consumabile rischia di imparare, proprio lì, una forma di deresponsabilizzazione: l’altro è reversibile, cancellabile, sostituibile.
In questo senso la tecnologia agisce anche come acceleratore del branco. Non crea da sola la prevaricazione, ma la rende più facile, più economica, più “senza conseguenze”. La distanza dello schermo abbassa l’attrito morale. La platea digitale premia la battuta cattiva. Il contenuto umiliante, se funziona, viene rilanciato. E chi prevarica impara presto che la crudeltà, online, può diventare prestigio. La devianza trova così un incentivo: non solo dominare, ma dominare davanti a un pubblico.
Il punto, allora, non è demonizzare la rete come se bastasse spegnere il Wi-Fi per spegnere il bullismo. Sarebbe una favola consolatoria. Il punto è riconoscere che la scuola e le famiglie oggi si muovono in un ambiente antropologico diverso, dove la costruzione dell’identità passa anche dai flussi digitali, e dove le dinamiche di gruppo sono spesso governate da logiche di visibilità e reputazione. Se non si capisce questo, si resta ciechi proprio sul meccanismo che rende il bullismo contemporaneo più persistente: la fusione tra violenza relazionale e infrastruttura tecnologica.
Il primo passo, in una prospettiva di senso critico, è chiamare le cose con il loro nome. La prevaricazione non è “ragazzata”. La persecuzione non è “scherzo”. L’isolamento non è “carattere”. E la sofferenza non è “fragilità” da correggere nella vittima. Quando una comunità educativa usa parole piccole per fenomeni grandi, sta già scegliendo da che parte stare: dalla parte della quiete, non della verità.
Ecco perché questo tema non riguarda solo psicologia e pedagogia, ma riguarda la qualità civile di un Paese. Una società che lascia le famiglie sole davanti alla devianza giovanile, e che nel frattempo continua a celebrare la neutralità delle piattaforme come se gli algoritmi non avessero responsabilità culturale, sta preparando il terreno per una forma nuova di cinismo: quella per cui la violenza viene percepita come “normale competizione” e la vittima come “problema da gestire”. Invece no: la vittima è il termometro. E quando il termometro segna febbre, la risposta non è rompere il termometro.
Riferimenti per approfondire
Haidt, J. (2024). The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness. New York: Penguin Press.
Turkle, S. (2011). Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other. New York: Basic Books.
Gaffney, H., Farrington, D.P. and Ttofi, M.M. (2019). Examining the effectiveness of school-bullying intervention programs globally: a meta-analysis. International Journal of Bullying Prevention. doi:10.1007/s42380-019-0007-4.
Marciano, L., Schulz, P.J. and Camerini, A.-L. (2020). Cyberbullying perpetration and victimization in youth: A meta-analysis of longitudinal studies. Journal of Computer-Mediated Communication, 25(2), pp. 163–191. doi:10.1093/jcmc/zmz031.
Zhao, N., Yang, S., Zhang, Q., Wang, J., Xie, W., Tan, Y., Zhou, T. (2023). School Bullying Results in Poor Psychological Conditions: Evidence from a Survey of 95,545 Subjects. arXiv (preprint), arXiv:2306.06552.
