Bullismo e cyberbullismo oggi: la prevaricazione che cambia pelle (e costa più di quanto ammettiamo)
Dal cortile alla chat: il bullismo conserva lo stesso DNA del mobbing ‒ la prevaricazione ‒ ma la tecnologia ne accelera i tempi, ne amplia il pubblico e ne rende più difficile il contrasto. Il prezzo, spesso, ricade su famiglie e scuola, mentre le istituzioni inseguono.
Roberto Bonuglia
5/1/20264 min read


Partiamo da un dato, un assunto imprescindibile: il bullismo non è un “problema tra ragazzi”. È una forma di potere. Funziona come un meccanismo semplice e antico: si sceglie una vittima, la si isola, la si riduce a bersaglio, e poi si costruisce intorno a quella persona un piccolo regime di umiliazione quotidiana. Cambiano i contesti, cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti. La struttura, però, resta sorprendentemente stabile. È per questo che, se lo guardiamo con onestà, il bullismo non è lontano dal mobbing: stesso impulso di fondo ‒ la prevaricazione ‒ e stessa logica organizzativa, solo applicata a età diverse e con gradi diversi di consapevolezza.
Dentro la scuola, il bullismo ha tre tratti che lo rendono riconoscibile anche quando si maschera da “scherzo”: la ripetizione nel tempo, l’intenzione di ferire o dominare, l’asimmetria di forza (fisica, sociale, psicologica, di gruppo). È proprio quest’ultimo elemento a fare la differenza: non si tratta di conflitto tra pari, ma di una pressione esercitata da chi si sente autorizzato ‒ e spesso “sostenuto” dal branco ‒ a definire chi vale e chi no. La vittima non subisce solo un insulto: subisce una riscrittura del proprio posto nel mondo. E quella riscrittura si nutre di una cosa che raramente viene detta ad alta voce: il silenzio di chi guarda.
Qui entra un punto che le analisi più lucide sottolineano: il bullismo è devianza. Non perché ogni bullo sia destinato a diventare delinquente, ma perché è una rottura del patto minimo di convivenza. È un comportamento che educa ‒ al contrario ‒ alla disumanizzazione dell’altro. E quando la devianza diventa “normalità di gruppo”, la classe non è più un insieme di individui: diventa un ambiente, un clima. Il bullo non è mai solo: prospera nella zona grigia fatta di risatine, complicità, paura di essere il prossimo, calcolo opportunistico del “meglio stare con chi comanda”. Lì si consuma la parte più tossica: la violenza non come gesto, ma come sistema.
Il problema, poi, è che questo sistema ha un costo sociale enorme e spesso scaricato altrove. Perché la scuola regge finché può, ma quando la ferita diventa profonda entrano in gioco psicologi, percorsi di sostegno, talvolta cambi di istituto, avvocati, denunce, visite specialistiche, assenze dal lavoro dei genitori, fratture familiari, senso di colpa. In altre parole: il “danno” non resta a scuola. Esce, si espande, si sposta sulle famiglie che devono diventare, da sole, sportello, presidio, terapia, difesa. E se le istituzioni arrivano tardi ‒ o arrivano solo con moduli, procedure, protocolli ‒ la sensazione che resta è una: siete soli. È qui che il bullismo smette di essere cronaca scolastica e diventa questione pubblica.
Nel terzo millennio, però, entra una variabile ulteriore che cambia il ritmo del fenomeno: la tecnologia. Il cyberbullismo non è un capitolo separato; è una “estensione” che amplifica tutto ciò che già accadeva. L’umiliazione non finisce quando suona la campanella. La persecuzione non richiede più la presenza fisica. La platea non è più la classe: è potenzialmente infinita. E soprattutto, la violenza acquisisce una qualità nuova: l’impersonalità. Un insulto scritto, un meme, uno screenshot, un video condiviso, una chat che esclude, una storia che ridicolizza: tutto avviene con un dito. Il gesto è piccolo, la conseguenza enorme.
È qui che si innesta un’analogia inquietante, ma utile: lo smartphone educa ‒ senza dirlo ‒ alla cancellazione. Si scorre, si elimina, si blocca, si archivia. Nella mente di un adolescente già fragile, l’altro rischia di diventare una “funzione” del proprio umore, non una persona. E quando l’altro smette di essere un volto e diventa un profilo, una notifica, un oggetto di intrattenimento, la prevaricazione trova una scorciatoia: ferire senza sentire davvero il peso del ferire. Non è un’assoluzione morale (“è colpa della tecnologia”), è peggio: è un contesto che abbassa la soglia del limite.
In parallelo, la rete può diventare rifugio per chi subisce. Ma il rifugio, se è l’unico spazio abitabile, rischia di trasformarsi in ritiro. Qui affiora il tema degli hikikomori e, più in generale, dell’isolamento sociale: quando la relazione fa male, l’assenza di relazione sembra l’unica difesa. Il punto è che l’isolamento non cura la ferita: la congela. E nel frattempo l’online, che avrebbe dovuto essere “ponte”, diventa sostituto del mondo. Non sempre, non per tutti. Ma abbastanza spesso da imporre una domanda scomoda: quanto bullismo stiamo producendo, indirettamente, normalizzando una vita che passa più per lo schermo che per lo sguardo?
Infine, c’è un aspetto che nel dibattito pubblico viene trattato con superficialità: la dimensione normativa e responsabilizzante. In Italia esiste una cornice specifica per il cyberbullismo (si pensi alla Legge 29 maggio 2017, n. 71), ma la legge da sola non è un vaccino. Può essere argine, può essere strumento, può imporre procedure. Ma il cuore del problema resta culturale: se una comunità scolastica non ha anticorpi morali condivisi, il bullo troverà sempre un modo per “stare al centro” e la vittima un modo per sparire.
E allora la domanda che un’Accademia del Senso Critico deve porre non è “come si punisce”, ma “che cosa stiamo educando”. Perché bullismo e mobbing, alla fine, sono fratelli: nascono quando la persona viene ridotta a mezzo, quando l’altro non è più fine ma materiale. Il senso critico, qui, non è retorica: è capacità di leggere i dispositivi. Riconoscere la prevaricazione quando si traveste da ironia, smascherare il gruppo quando chiama “normalità” la crudeltà, e soprattutto ridare peso alla responsabilità ‒ quella vera ‒ nel punto esatto in cui oggi si dissolve: nello schermo che rende tutto facile, rapido, apparentemente senza conseguenze.
Di questo e di molto altro si parlerà il 29 maggio 2026 a Villa Altan (Via San Lorenzo 1 – Loc. Campomolino – Gaiarine, TV) nel corso dell’evento “Bullismo, scuola e comunità. Prevenire la prevaricazione, educare al rispetto” organizzato con il Patrocino del Comune di Gaiarine da Marco Guglielmin in collaborazione con Ponti di Legalità APS e l’Accademia del Senso Critico. Tra gli interventi: Roberto Bonuglia, Serena Rossi, Erika Nolani, Avv. Vincenzo Di Sirio. Info: https://fb.me/e/6TUBobGXp
