Capaci, 34 anni dopo: ad Albano Laziale la memoria diventa responsabilità

L’incontro di Palazzo Savelli ha avuto il valore delle cose semplici e rare: ha messo davanti ai ragazzi non un racconto edificante, ma una storia vera. Con nomi, corpi, ferite, responsabilità. E ha ricordato che la legalità non si eredita automaticamente, non si conserva per inerzia, non si difende solo nei giorni delle ricorrenze. Va praticata.

Ugo Ferrero

5/15/20265 min read

Il rischio maggiore, quando si parla di legalità, è quello di trasformarla in una parola buona per tutte le stagioni. Una parola da convegno, da manifesto, da giornata commemorativa. Pulita, nobile, condivisibile. E, proprio per questo, talvolta innocua.

L’incontro svoltosi ieri nella Sala Nobile di Palazzo Savelli, sede del Comune di Albano Laziale, ha avuto invece il merito di sottrarre la legalità alla retorica e di restituirla alla sua dimensione più vera: quella della scelta quotidiana, concreta, ripetuta, spesso silenziosa. L’iniziativa, intitolata Capaci, 34 anni dopo. Incontro con i testimoni della stagione della lotta alla mafia, promossa dal Comune di Albano Laziale in collaborazione con Ponti di Legalità APS, è stata rivolta agli studenti del Liceo Classico Ugo Foscolo, chiamati non semplicemente ad ascoltare, ma a misurarsi con una pagina decisiva della storia repubblicana italiana.

Ad aprire i lavori è stato il Commissario Straordinario della Città di Albano Laziale, Filippo Santarelli, che ha richiamato il nesso essenziale tra rispetto delle regole, libertà e convivenza civile. Un passaggio tutt’altro che formale, perché parlare di mafia davanti ai giovani significa ricordare che la criminalità organizzata non cresce mai soltanto nei luoghi dell’emergenza, ma anche nelle crepe dell’indifferenza, della furbizia elevata a sistema, della regola vissuta come fastidio e non come garanzia. Santarelli ha inoltre annunciato un fatto dal forte valore simbolico e istituzionale: il bene confiscato alla mafia in Via Trilussa diventerà la nuova sede della Polizia Locale, una volta conclusa la procedura d’appalto e avviati i lavori di ristrutturazione. È difficile immaginare una risposta più chiara: ciò che era stato segno di dominio illegale tornerà alla comunità come presidio di sicurezza pubblica.

Dopo l’introduzione di Fabrizio Giglio, Presidente di Ponti di Legalità APS, l’incontro ha assunto progressivamente la forma di un percorso civile, nel quale istituzioni, scuola, associazionismo, forze dell’ordine e testimonianza diretta hanno concorso a costruire un discorso comune. Non un rito. Piuttosto, un passaggio di consegne. Perché la memoria, quando non viene trasmessa, si consuma; quando invece incontra i giovani, torna a farsi responsabilità.

In questa cornice si è inserito anche l’intervento di Monsignor Giovanni Masella, Arciprete della Cattedrale di San Pancrazio, che ha portato la vicinanza della comunità ecclesiale ai valori della giustizia e della dignità della persona. Alla giornata hanno preso parte anche il Direttore Generale della ASL Roma 6, Giovanni Profico, il Capitano Felice Izzo della Compagnia Carabinieri di Castel Gandolfo e il Comandante della Polizia Locale di Albano, Giuseppe Ronzo, presente con due agenti in alta uniforme e il gonfalone cittadino. Presenze diverse, ma non decorative: la legalità, se vuole essere credibile, deve apparire per quello che è, cioè una trama di responsabilità condivise.

Il confronto è stato moderato dal prof. Roberto Bonuglia, docente di Storia Contemporanea e fondatore dell'Accademia del Senso Critico, che ha guidato gli studenti lungo un itinerario di contestualizzazione storica, arricchito da un contributo video realizzato con materiali dell’Istituto Luce. La proiezione delle immagini successive all’attentato di Capaci ha riportato i presenti a quel 23 maggio 1992, quando, alle 17:58, l’esplosione sull’autostrada nei pressi di Capaci uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, segnando una frattura irreversibile nella coscienza nazionale.

Particolarmente significativo è stato anche il videomessaggio di Giuseppe Ayala. L’ex magistrato, protagonista della stagione giudiziaria del maxiprocesso, ha richiamato l’urgenza di coinvolgere le nuove generazioni non in una memoria di maniera, ma in un esercizio di consapevolezza. Perché ricordare Falcone e Borsellino, Chinnici e tutti coloro che pagarono con la vita la loro fedeltà allo Stato, non significa limitarsi a pronunciarne i nomi. Significa comprenderne il metodo, la solitudine, il coraggio operativo, la capacità di costruire strumenti nuovi contro un potere criminale che proprio sull’opacità, sul silenzio e sulla frammentazione delle informazioni aveva fondato per decenni la propria forza.

Il momento più intenso della mattinata è stato affidato alla testimonianza di Giovanni Paparcuri, sopravvissuto alla strage del 29 luglio 1983 in via Pipitone Federico a Palermo, nella quale morirono il consigliere istruttore Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Paparcuri, allora autista giudiziario di Chinnici, fu investito dall’esplosione di una Fiat 126 imbottita di tritolo. Sopravvisse portando sul corpo le ferite di quella mattina e nella memoria il peso di una sopravvivenza mai trasformata in privilegio, ma in compito.

Dopo l’attentato, nonostante le gravi conseguenze fisiche, Paparcuri tornò al lavoro e divenne collaboratore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, contribuendo all’attività informatica e documentale del pool antimafia negli uffici blindati del Tribunale di Palermo, il cosiddetto “bunkerino”. In quel luogo, divenuto poi spazio di memoria, si custodisce un pezzo decisivo della lotta giudiziaria a Cosa nostra: fascicoli, strumenti di lavoro, macchine da scrivere, primi computer, tracce materiali di una battaglia combattuta non solo con il coraggio, ma con il metodo, con la pazienza, con l’organizzazione delle prove.

Ed è forse proprio qui che la mattinata di Albano Laziale ha toccato il suo punto più vero. La lotta alla mafia non può essere ridotta alla commozione per i martiri, perché la commozione, da sola, non basta. Può perfino diventare un alibi, se non produce condotta. L’antimafia seria comincia quando il ricordo smette di essere un’immagine da anniversario e diventa criterio di giudizio nella vita ordinaria: nel modo in cui si guarda al denaro facile, al favore chiesto sottobanco, alla raccomandazione, alla prepotenza del più forte, alla battuta che normalizza l’illegalità, al silenzio che evita problemi ma consegna spazio ai peggiori.

La mafia, infatti, non vive soltanto nei grandi traffici, negli omicidi eccellenti, nelle cupole criminali. Lì si manifesta nella sua forma più brutale. Prima, però, si alimenta di una mentalità. Vive dove lo Stato è percepito come nemico e non come casa comune; dove la regola è considerata un ostacolo per gli ingenui; dove chi denuncia viene isolato; dove il bene pubblico è di nessuno e non di tutti; dove la furbizia viene scambiata per intelligenza. Per questo parlare agli studenti non è un esercizio accessorio, ma uno dei fronti principali della prevenzione.

La scuola, in tale prospettiva, non può limitarsi a “celebrare” la legalità. Deve insegnare a riconoscere le forme minime dell’illegalità quotidiana, quelle che non fanno rumore ma educano lentamente alla resa. Deve mostrare che la giustizia non è un’astrazione e che lo Stato, quando è servito da uomini credibili, non è una sigla burocratica ma una comunità in cammino. Chinnici lo comprese prima di molti altri, quando intuì la necessità di lavorare in squadra. Falcone e Borsellino lo dimostrarono trasformando l’intelligenza investigativa in metodo. Paparcuri lo testimonia ancora oggi, ricordando che anche un archivio, un computer, un documento ordinato, una memoria custodita possono diventare strumenti di libertà.

L’incontro di Palazzo Savelli ha avuto dunque il valore delle cose semplici e rare: ha messo davanti ai ragazzi non un racconto edificante, ma una storia vera. Con nomi, corpi, ferite, responsabilità. E ha ricordato che la legalità non si eredita automaticamente, non si conserva per inerzia, non si difende solo nei giorni delle ricorrenze. Va praticata.

Ogni giorno. Anche quando costa. Soprattutto quando nessuno applaude.