“Colpo di Stato”: quando il teatro riapre un fascicolo che qualcuno voleva chiudere per sempre
Con "Colpo di Stato" Piano Zero Teatro e Vega Eventi Artistici portano in scena un teatro d’inchiesta che si beve d’un fiato: fatti reali italiani, documenti, contraddizioni, ombre e domande scomode. Non una conferenza. Non una lezione. Uno spettacolo. Si inizia il 20 febbraio a Roma col "Golpe Borghese"
Roberto Bonuglia
2/14/20263 min read


C’è un modo elegante – e terribilmente efficace – di parlare di storia contemporanea senza trasformarla in un rosario di date o in una rissa da talk show: riportarla dove fa male, cioè dove non ci sono “certezze” comode, ma domande.
Il teatro, quando è teatro vero, non è intrattenimento: è un interrogatorio condotto a luci basse. E “Colpo di Stato – Il Golpe Borghese, storia di un’inchiesta censurata” con Salvatore Cuomo, Valerio Palozza e Emanuele Cecconi nasce esattamente da qui: dalla scelta di rimettere in scena una pagina torbida, controversa, rimossa, che continua a gravare sul nostro immaginario politico come un’ombra mai chiarita.
L’adattamento teatrale del caso di Emanuele Cecconi è senza giri di parole: la notte dell’Immacolata del 1970 non è solo un episodio da manuale: è uno di quei punti di rottura in cui una democrazia scopre quanto sia sottile il confine tra “ordine” e “commissariamento”, tra “stabilità” e manipolazione. Lo spettacolo parte da un’idea semplice e inquietante: mentre il Paese rischia di scivolare verso un colpo di Stato, due giornalisti indagano, separati e ignari l’uno dell’altro; ma uno solo resterà vivo per raccontare, e l’altro – si suggerisce – “svanisce”, inghiottito in un silenzio che somiglia troppo a una sepoltura.
Ecco il punto: non siamo di fronte a una lezione di storia messa in costume. Qui la storia diventa esperienza emotiva e, soprattutto, esperienza morale. Perché il cuore della vicenda non è soltanto “che cosa accadde”, ma cosa accade sempre quando la verità tocca interessi più grandi della verità stessa: la verità viene trattata come un incidente di percorso. Lo spettacolo segue infatti il tragitto interiore e investigativo del giornalista superstite, fino a quel passaggio decisivo in cui l’entusiasmo per lo scoop si rovescia in colpa, perché l’inchiesta – invece di liberare – finisce schiacciata da un sistema “complesso e opprimente” fatto di potere, intrighi e censura.
Questa è la ragione per cui una sperimentazione teatrale del genere parla la lingua dell’Accademia del Senso Critico. Perché qui il senso critico non è un atteggiamento, né una posa “anti” per sport: è una disciplina dello sguardo. È la capacità di non accontentarsi della versione comoda, della spiegazione già confezionata, dell’etichetta rassicurante. E il “Golpe Borghese” – comunque lo si interpreti – resta una di quelle storie che costringono a una domanda scomoda: davvero certe operazioni “falliscono”, oppure vengono soltanto sospese, riconvertite, ricollocate? Lo spettacolo lo dice con nettezza: non è tanto una ricostruzione, quanto una riflessione amara sul modo in cui la mancata indignazione di ieri diventa abitudine, cioè anestesia, cioè normalità.
Anche la scelta registica è coerente con l’impianto: atmosfere noir, da giallo “classico”, non per vezzo estetico ma per portare lo spettatore dentro l’ansia dell’inchiesta, dentro l’ombra di ciò che non si riesce a provare fino in fondo ma che continua a “tornare”. Tre attori danno corpo a più figure, con una scena essenziale, pochi elementi, scaffalature che si svuotano e rivelano due televisori su cui scorrono immagini dei protagonisti reali, come a ricordarci che non stiamo parlando di fantasmi letterari ma di storia concreta.
E qui vale la pena dirlo senza giri di parole: raccontare oggi il golpe Borghese non è archeologia politica. È attualità mascherata da memoria. Perché ogni epoca ha il suo lessico per addomesticare i conflitti, ogni stagione ha il suo modo di chiamare “sicurezza” ciò che talvolta è controllo, e “responsabilità” ciò che talvolta è obbedienza. Il teatro, quando è libero, ha una funzione rarissima: disinnesca le parole di plastica e rimette davanti agli occhi il fatto nudo. Non per imporre una tesi, ma per riaprire lo spazio del discutibile. E proprio questo, oggi, è un gesto controcorrente.
C’è un “fardello” di falsità, ingiustizie, verità non dette o insabbiate; e queste storie, proprio perché non garantiscono “botteghino”, vanno raccontate lo stesso, perché “ce n’è bisogno”, anche – e soprattutto – quando nell’aria aleggia lo spettro di derive autoritarie e la stessa Costituzione sembra diventare un terreno di contesa.
Non è moralismo: è consapevolezza storica. È l’idea, elementare ma potentissima, che una comunità senza memoria adulta diventa una comunità manovrabile.
Per questo, se avete a cuore il senso critico applicato alle pagine più oscure della storia italiana – quelle che spesso vengono liquidate con una smorfia, un’alzata di spalle o una battuta – questa serata merita attenzione. Perché non vi chiede di “schierarvi”. Vi chiede di guardare.
Appuntamento: Venerdì 20 febbraio 2026, ore 20:00
Big Star, Via Goffredo Mameli 25, Trastevere (Roma)
Info e prenotazioni (WhatsApp): 347 5286123 – 392 3652015
A volte il teatro, per come inteso dalla Piano Zero Teatro e dalla Vega Eventi Artistici, non intrattiene: convoca. E in un Paese dove troppe inchieste finiscono per essere “censurate” non sempre con il divieto, spesso con la rimozione, rispondere a una convocazione del genere è già un atto di libertà.
