Creatività e Intelligenza Artificiale: come l’IA può ridurre l’immaginazione dei giovani (senza che ce ne accorgiamo)

La promessa è seducente: scrivi più veloce, pensa meglio, crea di più. L’intelligenza artificiale entra nella vita quotidiana con la discrezione di un assistente e la calma di un compagno sempre disponibile. Non alza la voce, non giudica, non pretende. Ti porge soluzioni. Ti risparmia attrito. Ti evita la fatica. E proprio qui sta il punto: la creatività non nasce dove tutto è liscio. Nasce dove qualcosa resiste.

Roberto Bonuglia

4/24/20263 min read

La promessa è seducente: scrivi più veloce, pensa meglio, crea di più. L’intelligenza artificiale entra nella vita quotidiana con la discrezione di un assistente e la calma di un compagno sempre disponibile. Non alza la voce, non giudica, non pretende. Ti porge soluzioni. Ti risparmia attrito. Ti evita la fatica. E proprio qui sta il punto: la creatività non nasce dove tutto è liscio. Nasce dove qualcosa resiste.

Chiunque abbia scritto una pagina vera ‒ non una pagina “corretta”, ma una pagina necessaria ‒ conosce quel momento di stallo in cui la frase non viene, il concetto scappa, il ritmo si spezza. È un momento umiliante e, insieme, fecondo. Perché in quella frizione la mente si costringe a scegliere: tagliare, spostare, insistere, buttare via e ricominciare. È lì che si forma lo stile. È lì che il pensiero smette di essere consumo e diventa costruzione.

L’IA, invece, lavora come un solvente: scioglie l’attrito. Ti dà un’alternativa pronta quando ancora non hai capito che cosa stavi cercando. Ti offre una struttura quando avresti dovuto prima attraversare il caos. E soprattutto ‒ cosa più sottile ‒ ti abitua a una creatività “senza rischio”: quella in cui puoi produrre senza esporti, dire senza pagare il prezzo del dire, sembrare brillante senza aver attraversato l’oscurità che la brillantezza comporta.

Il problema non è l’uso in sé. Sarebbe ingenuo demonizzare lo strumento. Il problema è l’assuefazione alla scorciatoia. È la trasformazione dell’atto creativo in una procedura di selezione tra opzioni proposte. Non invento: scelgo. Non scavo: rifinisco. Non rischio la frase sbagliata: la evito prima ancora di provarci. Nel giro di poco ‒ e soprattutto nei più giovani, nativi digitali, già cresciuti dentro un ambiente di suggerimenti continui ‒ questa postura diventa normale. E ciò che diventa normale, smette di essere percepito come perdita.

Qui un vecchio avvertimento torna attuale. Adorno e Horkheimer hanno descritto una cultura capace di addestrare gli individui alla ricezione passiva, fino a intaccare immaginazione e capacità critiche, non con la violenza esplicita ma con la ripetizione e la standardizzazione (Adorno e Horkheimer, 1947). Non parlavano di prompt, ma il meccanismo è sorprendentemente familiare: non ti si vieta di pensare; ti si offre un pensiero già pronto, più comodo del tuo. E la comodità, quando diventa abitudine, diventa disciplina.

Byung-Chul Han, da un altro versante, ha insistito su un punto che ci riguarda da vicino: la società della prestazione non elimina la fatica, la sposta dentro l’individuo, facendogli interiorizzare l’imperativo di produrre e mostrarsi sempre all’altezza (Han, 2010). Ora immaginate questo imperativo innestato sull’IA: l’obbligo di “essere creativi” si somma alla possibilità di “sembrare creativi” a costo quasi zero. Il risultato non è un’esplosione di creatività; è un’inflazione di contenuti. E come ogni inflazione, svaluta.

In questo quadro, la questione diventa educativa, prima ancora che tecnologica. Perché la creatività ‒ quella vera ‒ ha bisogno di lentezza, di noia, di silenzio, di tempo non ottimizzato. Ha bisogno, paradossalmente, di inefficienza. Un ragazzo che cresce senza sperimentare il vuoto non impara a colmarlo: lo evita. E se lo evita, non costruisce più nulla. Consuma stimoli e replica forme.

C’è poi un punto ancora più inquietante: l’IA non si limita a “scrivere al posto tuo”. Comincia a orientare ciò che consideri degno di essere scritto. Se la macchina è addestrata su ciò che ha funzionato, tenderà a riprodurre ciò che funziona. Se ti abitui a quel criterio, finisci per confondere la creatività con l’ottimizzazione. Non è più “cosa voglio dire?”, ma “cosa rende meglio?”. È un ribaltamento morale prima ancora che estetico.

Per questo, la proposta di introdurre un disclaimer — non moralistico, ma chiaro — nei contesti d’uso più massivi (motori di ricerca, piattaforme, strumenti generativi integrati nei servizi) non è una provocazione folkloristica. È un segnale culturale: ricordare che l’uso intensivo può produrre dipendenza funzionale e delega cognitiva, e che la delega, a lungo andare, riduce competenze. Non per colpa delle macchine, ma per una vecchia legge antropologica: ciò che non eserciti, si atrofizza.

Stephen Hawking, parlando di intelligenza artificiale, ha formulato un principio che vale anche qui, in forma meno apocalittica ma più quotidiana: il rischio non è la “malizia”, è la “competenza” ‒ un sistema molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi, che però potrebbero non coincidere con i nostri (Hawking, 2015). Se l’obiettivo implicito delle piattaforme è trattenere, semplificare, rendere fluido, allora la creatività ‒ che vive di inciampi, di divergenze, di scarti, diventa un intralcio da eliminare. Con gentilezza. Con efficienza. Con una UX perfetta.

La via d’uscita non è un rifiuto integrale, né l’ennesima predica sul “digitale”. È più severa e più pratica: ricostruire condizioni in cui la creatività torni a costare fatica, tempo, rischio. E difendere, con senso critico, il diritto di essere lenti, imperfetti, incompleti. Perché una mente che non sa più creare senza assistenza non è una mente potenziata. È una mente addestrata. E l’addestramento, quando si traveste da libertà, è sempre il passaggio più pericoloso.

Roberto Bonuglia

Per approfondire:

Adorno, T.W. e Horkheimer, M. (1947) Dialektik der Aufklärung [Dialectic of Enlightenment].

Han, B.-C. (2010) Müdigkeitsgesellschaft [La società della stanchezza].

Hawking, S. (2015) Dichiarazioni in sessione AMA su Reddit riportate in comunicato stampa