Dove nascono gli anticorpi della legalità: scuola, memoria e senso critico oltre la retorica
Ci sono incontri che, a guardarli da fuori, potrebbero sembrare semplicemente “utili”. Poi li si osserva più da vicino, li si ascolta davvero, e ci si accorge che il punto è un altro: non sono soltanto utili, sono necessari. È quanto è accaduto all’Istituto Comprensivo San Vittorino-Corcolle di Roma, dove l’incontro con gli uomini della scorta Falcone non si è esaurito nella pur importante dimensione commemorativa, ma ha assunto un significato più largo, più profondo, più educativo. In altre parole: più vivo.
Roberto Bonuglia
5/22/20263 min read


Ci sono incontri scolastici che si esauriscono nell’agenda. E ce ne sono altri che rivelano una scelta più profonda: non limitarsi a istruire, ma provare ancora a formare. È ciò che si è visto all’Istituto Comprensivo San Vittorino-Corcolle di Roma, dove la memoria della lotta alla mafia non è stata trattata come una parentesi celebrativa, ma come una materia viva, capace di interrogare il presente e di lavorare sul carattere.
Questo non accade per caso. Accade quando una scuola ha una direzione educativa riconoscibile. Va detto con chiarezza: la sensibilità della Dirigente scolastica Caterina Biafora su questi temi ha avuto un peso decisivo. Non come semplice disponibilità organizzativa, ma come scelta culturale e morale. A distanza di tre anni, aver voluto nuovamente ospitare uomini della scorta Falcone significa aver compreso che certi temi non appartengono al repertorio delle buone intenzioni, ma al nucleo più serio del compito scolastico. E accade, naturalmente, quando questa sensibilità è condivisa da un corpo docente che non considera memoria civile e formazione alla legalità un riempitivo, ma una dimensione fondamentale, e per molti versi nobile, dell’educazione.
Perché il punto è qui. La legalità, se resta parola da manifesto, convince poco. Se entra invece nella scuola attraverso testimonianze vere, domande vere, ascolto vero, cambia natura: smette di essere formula e torna a essere esperienza. E in quella fascia d’età questo conta enormemente. È proprio allora, infatti, che si forma l’orientamento profondo di una persona: il modo in cui guarderà la forza, il limite, il rispetto, la menzogna, il coraggio, la convenienza.
Per questo si sbaglia quando si pensa ai ragazzi come a un pubblico distratto, impermeabile, già perduto nel rumore del presente. I ragazzi, soprattutto a quell’età, conservano una sensibilità al bello, al buono e al giusto molto più forte di quanto molti adulti siano disposti ad ammettere. Possono essere esposti alla pressione del gruppo, certo; possono subire il fascino della scorciatoia, della furbizia, della banalizzazione dell’offesa. Ma proprio per questo sono decisivi. È lì che si costruiscono gli anticorpi. È lì che si comincia a capire se dentro una generazione crescerà un’inclinazione alla responsabilità oppure una disponibilità all’illegalità, all’indifferenza, alla sopraffazione.
L’incontro di San Vittorino-Corcolle ha mostrato che quei semi possono essere ancora raggiunti. E possono esserlo quando a parlare non sono formule, ma persone. Protagonisti dell’incontro sono stati Giuseppe Anselmo Lo Presti e Antonello Marini, testimoni diretti di quella stagione drammatica della storia italiana che continua a interrogare la coscienza del Paese e il compito educativo della scuola. Lo hanno fatto magnificamente. Il Presidente Fabrizio Giglio ha presentato agli studenti e ai docenti la missione di Ponti di Legalità APS, mentre chi scrive ha avuto l'onore di moderare l’incontro cercando di tenere insieme storia, testimonianza e formazione. Nel corso della mattinata sono arrivati anche i saluti dell’ex magistrato Giuseppe Ayala, che hanno ulteriormente impreziosito un appuntamento già denso di significato.
Ma il significato più profondo dell’iniziativa sta in un altro punto, che oggi troppo spesso si elude. La cultura mafiosa non si combatte solo nei tribunali. Si combatte prima. Si combatte quando si impedisce che la prevaricazione diventi linguaggio normale, costume tollerato, mentalità diffusa. La mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è una pedagogia rovesciata della forza. Insegna che il rispetto coincida con la paura, che il silenzio valga più della verità, che la convenienza abbia più peso della giustizia, che il potente sia da seguire perché potente. In questo senso, il senso critico è già antimafia, perché abitua a riconoscere il dispositivo della sopraffazione prima che si faccia struttura, consenso, abitudine.
Non tutto è mafia, naturalmente, e confondere i piani sarebbe sciocco. Ma un filo morale unisce fenomeni diversi: il bullismo, il branco, certe forme di umiliazione del più debole, la fascinazione per chi domina senza scrupoli. Cambiano le scale, cambiano le responsabilità, cambiano le conseguenze. Resta però un nucleo comune: il disconoscimento dell’altro come persona. È qui che la scuola torna decisiva, perché può ancora insegnare che la forza non coincide con il sopruso, che l’autorità non è dominio, che il rispetto non nasce dal timore.
La risposta dei ragazzi è stata, da questo punto di vista, il segnale più incoraggiante. L’attenzione, la qualità dell’ascolto, le domande finali hanno confermato che quella generazione, se raggiunta con parole vere e con testimoni credibili, sa ancora aprirsi. E questo conta più di molte analisi sociologiche frettolose. Vuol dire che il terreno non è sterile. Vuol dire che la memoria, quando non viene ridotta a cerimonia, può ancora formare.
Per questo incontri come questo non andrebbero liquidati come “belle iniziative”. Andrebbero riconosciuti per ciò che sono: momenti di costruzione civile. La cultura della legalità non nasce dallo slogan, ma da un lento apprendistato del limite, della responsabilità, della verità. E questo apprendistato comincia presto, molto presto, quando una scuola ha il coraggio di essere davvero scuola e quando una dirigente scolastica, insieme ai suoi docenti, sceglie di investire su ciò che non produce effetti immediati, ma lascia una traccia lunga.
È da lì che nascono gli anticorpi della legalità. Non dopo. Prima.


