Droni e guerra “facile”: l’illusione dell’onnipotenza che moltiplica i fronti
C’è una promessa non detta, ma perfettamente operativa, che accompagna la militarizzazione dei droni: la promessa di una forza “pulita”, rapida, chirurgica, quasi indolore. Il colpo che arriva da lontano. Il rischio spostato altrove. La decisione resa più leggera perché il prezzo immediato, almeno per chi comanda, sembra ridursi. È qui che il discorso si fa serio: non perché la tecnologia “crei” la guerra dal nulla, ma perché ne abbassa la soglia psicologica, politica e perfino mediatica.
Roberto Bonuglia
4/7/20264 min read


C’è una promessa non detta, ma perfettamente operativa, che accompagna la militarizzazione dei droni: la promessa di una forza “pulita”, rapida, chirurgica, quasi indolore. Il colpo che arriva da lontano. Il rischio spostato altrove. La decisione resa più leggera perché il prezzo immediato, almeno per chi comanda, sembra ridursi. È qui che il discorso si fa serio: non perché la tecnologia “crei” la guerra dal nulla, ma perché ne abbassa la soglia psicologica, politica e perfino mediatica. Quando la violenza diventa più economica, più remota, più presentabile, il potere si sente autorizzato a usarla più spesso. E quel “più spesso” somiglia terribilmente a un’accelerazione della storia.
Non è una sensazione estetica. È un problema strutturale già messo a fuoco in letteratura: se il costo del conflitto diminuisce, cresce la tentazione di impiegarlo come scorciatoia (Walsh e Schulzke, 2015). La tesi è tanto semplice quanto scomoda: la tecnologia che riduce il rischio per chi la usa può, proprio per questo, rendere più probabile l’uso della forza. Non serve immaginare generali malvagi o governi folli. Basta il meccanismo: meno vincoli, meno freni, più “soluzioni” disponibili nel repertorio. Il drone, insomma, non è soltanto un mezzo; è una grammatica del potere. E come ogni grammatica, educa.
Grégoire Chamayou lo ha detto con una formula che resta impressa: la guerra che tende a diventare “senza rischio” per chi la conduce. Non è una profezia fantascientifica; è un cambio di postura mentale: se la distanza protegge, la decisione pesa meno; se la decisione pesa meno, la politica si abitua a “premere” (Chamayou, 2015). Christian Enemark, da un’altra prospettiva, incrocia lo stesso nodo parlando di un’etica “post-eroica”, cioè di una guerra sempre più organizzata per ridurre l’esposizione dei propri militari, trasformando il conflitto in gestione del rischio (Enemark, 2014). Il risultato finale, al netto delle differenze tra autori, converge: quando la guerra viene percepita come meno costosa per chi la decide, diventa più “utilizzabile”.
È qui che si innesta la cronaca, e quindi la nostra inquietudine contemporanea. Negli ultimi anni, non soltanto il conflitto tra Russia e Ucraina ha mostrato un’accelerazione tecnologica continua, ma la regione medio-orientale ha visto una crescente centralità di sistemi senza equipaggio, con la tentazione costante di “colpire” e poi ricalibrare la narrativa. E sullo sfondo, la retorica di alcune leadership occidentali sembra oscillare tra la proiezione di forza e l’idea che esistano azioni “risolutive” che non costano davvero. Nel 2026, ad esempio, la cronaca internazionale ha registrato nuove tensioni e operazioni tra Stati Uniti e Iran nel contesto di attacchi e risposte, compresa la dimensione dei sistemi senza equipaggio e della deterrenza a colpi rapidi. E, nello stesso clima, sono tornate periodicamente in superficie rivendicazioni o pressioni geopolitiche che coinvolgono aree strategiche come la Groenlandia, con un lessico che sembra rimettere mano a mappe che si credevano archiviate.
Ora, sarebbe comodo fermarsi alla denuncia morale: “è disumano”, “è ingiusto”, “è pericoloso”. Tutto vero, ma incompleto. Il punto più tagliente è un altro: questa tecnologia vende ai decisori un’immagine di controllabilità che raramente regge alla realtà. La promessa implicita è: apri un fronte, chiudilo quando vuoi. Colpisci, disinnesca, torna a casa. Solo che i fronti, una volta aperti, hanno una loro inerzia. Si radicano. Producono ritorsioni, catene di alleanze, economie di guerra, nuove ragioni per proseguire. Il drone può rendere più semplice l’innesco, ma non rende affatto semplice l’uscita. Anzi: spesso, proprio perché “abbassa” il trauma iniziale, rende più facile scivolare in un conflitto lungo, a bassa intensità e ad alta persistenza. Una guerra che non finisce perché, per chi la gestisce, non arriva mai il momento in cui diventa intollerabile.
È un paradosso tragico: la guerra “facile” è quasi sempre una guerra “infinita”. La durata della crisi russo-ucraina, l’instabilità medio-orientale, la tendenza delle escalation a trasformarsi in contese permanenti lo suggeriscono con chiarezza empirica, senza bisogno di romanzi distopici. La tecnologia dà l’illusione della rapidità; la geopolitica risponde con la lentezza, la viscosità, la vendetta del reale.
E poi c’è l’altra illusione, ancora più sottile: credere che un’arma più precisa produca automaticamente meno violenza. La storia recente mostra spesso l’opposto: quando colpire diventa più facile e più “giustificabile” (perché si parla di precisione, perché si parla di target, perché si parla di “riduzione dei danni collaterali”), aumenta la frequenza degli attacchi. La precisione non riduce la guerra: può renderla più praticabile. E ciò che è più praticabile, in politica, tende a essere usato.
Per questo, se vogliamo parlare davvero di senso critico, dobbiamo sottrarci a due riflessi speculari e infantili. Il primo è l’entusiasmo tecnocratico: “la tecnologia risolve”. Il secondo è la demonizzazione astratta: “la tecnologia è il male”. Il punto adulto sta in mezzo, ma non è tiepido: consiste nel riconoscere il dispositivo. Il drone non è soltanto un oggetto volante; è una leva che modifica il calcolo dei costi, la percezione del rischio, la narrabilità pubblica della forza. E quando cambia il calcolo, cambia la politica.
Chiudere con un’esortazione alla pace non è un gesto ornamentale. È la conseguenza logica dell’analisi. Se la guerra diventa più facile da iniziare e più difficile da finire, allora l’unico realismo è quello che alza la soglia della decisione, che reintroduce freni, che rimette al centro la responsabilità personale e politica di chi comanda. La pace, oggi, non è retorica. È il nome concreto di un limite: quello che impedisce alla tecnica di trasformarsi in automatismo, e alla politica di trasformarsi in impulso.
Roberto Bonuglia
Riferimenti essenziali (per chi vuole approfondire)
Chamayou, G. (2015). A Theory of the Drone. New York: The New Press.
Enemark, C. (2014). Armed Drones and the Ethics of War: Military Virtue in a Post-Heroic Age. London: Routledge.
Walsh, J.I. and Schulzke, M. (2015). ‘The Ethics of Drone Strikes: Does Reducing the Cost of Conflict Encourage War?’. Carlisle, PA: U.S. Army War College, Strategic Studies Institute.
