Foibe 1943-1945

Cosa accadde davvero sul confine orientale (prima che la memoria diventasse una bandiera).

Roberto Bonuglia

2/8/20264 min read

C’è un modo sbrigativo – e dunque comodo – di nominare le foibe: ridurle a una parentesi di “eccessi”, a una vendetta locale, a un rigurgito che la guerra spiega e assolve. È la scorciatoia più diffusa, perché consente di archiviare tutto in una formula: confusione, caos, fatalità. E invece, proprio quando si prova a guardare gli eventi con un minimo di ordine – senza tifo, senza catechismi civili, senza il bisogno compulsivo di “bilanciare” – si capisce che il cuore del problema non è la spettacolarità dell’orrore. Il cuore è la logica.

Perché le foibe non sono un fotogramma isolato. Sono un processo. E, come ogni processo, hanno tempi, fasi, strumenti, obiettivi. Il primo errore, allora, è immaginare un’unica ondata indistinta, un’unica fiammata. In realtà le fasi sono due, riconoscibili e tragicamente coerenti. La prima scoppia a ridosso dell’8 settembre 1943, quando nel Nord Adriatico si apre un vuoto di potere improvviso e violento: l’Italia si sbriciola sul posto, la catena di comando si dissolve, le città restano sospese, e in quella sospensione entrano forze che non intendono semplicemente “liberare”, ma prendere, occupare, trasformare.

In Istria, soprattutto, l’insurrezione viene promossa e guidata dai quadri clandestini del movimento di liberazione nella Venezia Giulia. Qui appare già un dato che spesso viene rimosso: non si tratta di esplosioni casuali, ma di procedure. Arresti, punti di raccolta, prigioni, “tribunali del popolo”, esecuzioni. È la grammatica di un contropotere che si installa, non la rabbia cieca di una folla. E in questa prima fase vengono infoibate, secondo le stime ricordate nel mio lavoro, fra le 500 e le 700 persone.

Si comincia, come accade spesso nelle epurazioni, con bersagli “spiegabili” dal punto di vista politico: esponenti del regime, proprietari terrieri, figure compromesse. Ma dura poco. Il meccanismo degenera presto in una caccia che non è più selettiva: diventa amministrativa, quasi anagrafica. Non conta soltanto ciò che hai fatto, conta ciò che sei o ciò che rappresenti. L’elenco delle categorie colpite, infatti, si allarga fino a comprendere chiunque sia ricollegabile all’amministrazione italiana: dirigenti del PNF, carabinieri, podestà, ma anche maestri, avvocati, postini, farmacisti, commercianti. Gente comune, nel senso più letterale e doloroso dell’espressione: la trama minuta di una comunità.

Qui entra in scena un secondo elemento, meno emotivo e più rivelatore: il bisogno di occultare. Le foibe – cavità carsiche naturali – diventano non solo luoghi di morte, ma luoghi di sparizione. Il termine, tra l’altro, rimanda al latino fovea: buco, sì, ma anche trappola. E la trappola non è soltanto fisica. È simbolica. Il corpo gettato giù è trattato come scarto, come rifiuto: è un rovesciamento totale dei valori, un modo per dire che quella vita non merita nemmeno una sepoltura, nemmeno un nome, nemmeno un lutto.

Questa prima ondata, però, non è infinita. E qui c’è un dato che andrebbe ripetuto con la testardaggine di chi non accetta le nebbie: finisce quando le truppe tedesche riprendono il controllo del territorio dopo il collasso politico-militare italiano. È un fatto sgradevole da pronunciare, perché rompe la narrazione facile in cui “tedeschi uguale male assoluto” e “partigiani uguale bene assoluto”. Ma la storia non è fatta per consolarci. La storia è fatta per dirci, senza garbo, che le cose accadono anche quando non tornano con le nostre griglie morali. Quando i tedeschi avanzano, la spirale si interrompe. Quando si ritirano, riprende.

Ed eccoci alla seconda fase: primavera 1945. Qui non si è più nel caos dell’8 settembre. Qui si è in un’altra temperatura. La guerra volge alla fine, e proprio per questo la posta diventa politica, territoriale, strategica. Il punto non è soltanto “punire i fascisti”. Il punto è ridefinire il confine, assicurarsi il controllo, eliminare le resistenze, far sì che un’area cambi non solo bandiera, ma identità. Si entra così in un terreno in cui le epurazioni assumono un volto ancora più netto: colpiscono chiunque possa opporsi all’annessione e all’instaurazione del potere jugoslavo, non importa se sia stato fascista, antifascista, o semplicemente un italiano che non intende diventare altro.

Trieste, in questo quadro, è emblematica. L’ingresso delle forze jugoslave avviene prima ancora dell’arrivo a Zagabria: non è una deviazione, è una scelta. Occupare per primi significa creare un fatto compiuto. Significa presentarsi agli Alleati non come ospiti, ma come proprietari. E attorno a questo obiettivo si muove una macchina che mescola intimidazione, arresti, deportazioni, sparizioni. I documenti ricordati nel mio testo descrivono prigionieri legati, rinchiusi in carceri sovraffollate con poco cibo e molta sporcizia; ogni notte qualcuno viene portato via. E, a un certo punto, si scoprono nelle foibe mucchi di cadaveri: legati, nudi, talvolta identificati dai congiunti. È una scena che non appartiene alla propaganda, ma alla cronaca nuda.

Ora, qualcuno obietterà: ma la guerra… ma i crimini italiani nei Balcani… ma l’occupazione… È vero: la storia del confine orientale è complessa, e nessuno con un minimo di onestà intellettuale può raccontarla come una favola con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. E tuttavia c’è un punto che non si può annegare nella complessità come in una vasca di acido: la natura delle vittime e l’obiettivo politico della violenza. Quando la violenza si sposta dal colpire dei responsabili al colpire una popolazione, quando l’identità nazionale diventa la colpa, quando l’eliminazione fisica e la sparizione sono funzionali a cambiare l’equilibrio demografico e culturale di un territorio, allora la parola “eccessi” diventa una foglia di fico.

Ecco perché, se vogliamo raccontare le foibe in modo divulgativo ma serio, dobbiamo fare una cosa semplice e difficile insieme: sottrarle alla liturgia. Smettere di usarle come randello e smettere di ridurle a rumore di fondo. Dobbiamo ripartire dalla sequenza reale: due fasi, due contesti, una stessa logica che si intensifica quando il vuoto di potere lo consente e quando l’obiettivo politico lo richiede.

Il resto – le cifre complessive, le dispute, le strumentalizzazioni, la memoria come terreno di scontro – viene dopo. E infatti verrà dopo, nel secondo e nel terzo articolo di questa trilogia. Qui, invece, basti fissare un punto: sul confine orientale, tra il 1943 e il 1945, non accadde un incidente della storia. Accadde una storia dentro la Storia, con i suoi attori, i suoi piani, la sua spietata razionalità. E quando la violenza assume una forma razionale, la prima cosa che cerca di distruggere non è soltanto il corpo delle vittime. È la possibilità stessa di nominarle senza paura, senza imbarazzo e senza permesso.

Per saperne di più: R. Bonuglia, All’ombra della Vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel regno di Clio, Roma, Aracne, 2023.