Giovanni Falcone, mafia e cultura della legalità: perché la memoria non basta senza prevenzione

Verso il 23 maggio, ricordare Falcone significa uscire dalla liturgia civile e tornare al punto decisivo: la mafia non è solo criminalità organizzata, ma una cultura della prevaricazione. Per combatterla davvero servono scuola, senso critico, prevenzione quotidiana e una legalità vissuta prima che celebrata.

Roberto Bonuglia

5/9/20266 min read

Ogni 23 maggio l’Italia rischia di fare a Giovanni Falcone ciò che spesso fa ai suoi uomini migliori: trasformarli in immagine, in formula, in cerimonia. Una corona di fiori, qualche parola solenne, la fotografia di Capaci, il minuto di silenzio, poi il ritorno ordinario alle abitudini di sempre. È una forma gentile di tradimento. Non perché la memoria non serva; al contrario, serve moltissimo. Ma serve solo se resta inquieta. Se disturba. Se impedisce alla commemorazione di diventare un anestetico.

Falcone non può essere ridotto a un santino civile, buono per le ricorrenze e innocuo per il resto dell’anno. La sua lezione è più dura. Più scomoda. Essa obbliga a riconoscere che la mafia non è soltanto una struttura criminale, un sistema di traffici, estorsioni, intimidazioni e omicidi. È anche - e forse prima di tutto - una cultura. Una pedagogia rovesciata. Un modo di intendere la forza, il rispetto, il silenzio, la famiglia, il denaro, la fedeltà, la paura. Non a caso, una parte della letteratura recente insiste proprio su questo punto: Cosa Nostra non può essere letta come semplice criminalità sovrapposta alla società, perché in alcune aree essa si radica dentro codici, relazioni, consensi e abitudini che ne rendono più difficile l’estirpazione (de Bromhead, 2021).

Qui nasce il punto politico e pedagogico che troppo spesso si evita. Se la mafia vive anche in un humus culturale, la risposta non può essere soltanto repressiva. Magistratura e forze dell’ordine sono indispensabili, certo. Ma non bastano. Arrestare un boss è necessario; impedire che un ragazzo cresca desiderando di somigliare a quel boss è ancora più decisivo. In questa direzione va anche la riflessione pedagogica che riprende la celebre intuizione attribuita a Gesualdo Bufalino: la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari. Non una frase ornamentale, ma un programma educativo: la cultura mafiosa si combatte educando alla libertà morale, alla responsabilità, alla democrazia reale, alla capacità di dire no quando il gruppo, il clan, la convenienza o la paura chiedono obbedienza (Rizzo, 2023).

È per questo che parlare di legalità non significa distribuire slogan nelle scuole. Significa lavorare sul carattere. Sulla percezione dell’altro. Sul rapporto tra forza e limite. La mafia, infatti, ha lo stesso nucleo profondo di molte altre forme di devianza sociale: la prevaricazione. Naturalmente non tutto è mafia e sarebbe sciocco, oltre che metodologicamente scorretto, confondere piani diversi. Bullismo, mobbing, malamovida, violenze di genere, femminicidi, omicidi maturati nella possessività o nella logica del dominio non sono fenomeni sovrapponibili. Ma possono condividere una radice morale: l’idea che l’altro sia disponibile, piegabile, riducibile a ostacolo, bersaglio, proprietà, fastidio da rimuovere.

La mafia porta questa logica alla sua forma organizzata e criminale. Il bullismo la sperimenta nella classe. Il mobbing la istituzionalizza nei luoghi di lavoro. La malamovida la traveste da branco notturno, da “ragazzata”, da eccesso senza conseguenze. Certe violenze nei rapporti tra i sessi la trasformano in possesso: se non sei mio, non devi essere. Cambiano le scale, cambiano le responsabilità, cambiano le conseguenze giuridiche. Ma il gesto originario — il disconoscimento dell’altro come persona — resta lì, a fare da matrice.

Ecco perché l’antimafia autentica non può restare confinata all’antimafia giudiziaria. Deve diventare educazione alla non prevaricazione. Deve insegnare che il “rispetto” non coincide con la paura, che l’autorità non è dominio, che la forza non legittima il sopruso, che il silenzio non è sempre prudenza: talvolta è complicità. È qui che il senso critico diventa il vero presidio della legalità. Non come esercizio astratto per anime belle, ma come facoltà quotidiana di riconoscere il dispositivo della sopraffazione prima che diventi sistema.

Anche gli studi empirici più recenti aiutano a spostare il discorso fuori dalla retorica. La presenza della criminalità organizzata nel tessuto socio-economico locale è stata messa in relazione con gli esiti educativi nel Mezzogiorno, mostrando come il radicamento mafioso non produca solo danni giudiziari o di ordine pubblico, ma incida anche sul capitale umano, sulla scuola, sulle possibilità di emancipazione (Cavalieri, Finocchiaro Castro and Guccio, 2023). Non è un dettaglio. È la conferma che la mafia impoverisce il futuro prima ancora di insanguinare il presente. Toglie aspettativa, abbassa l’orizzonte, abitua a credere che lo Stato sia lontano, che la scorciatoia sia più efficace della regola, che la protezione venga dal potente locale e non dal diritto.

Da qui l’importanza di trasformare la legalità in esperienza concreta. Persino il riutilizzo sociale dei beni confiscati, quando diventa spazio educativo, culturale e comunitario, può incidere sulle traiettorie dei giovani, perché mostra plasticamente che ciò che era dominio può diventare bene comune (Biagi, 2026). È una lezione potentissima: non basta sequestrare simbolicamente il potere mafioso; bisogna convertirlo in luogo abitabile, frequentato, vivo. La legalità non convince se resta cartello. Convince quando diventa edificio, aula, biblioteca, palestra, cooperativa, presidio territoriale.

Ma la prevenzione deve cominciare prima. Molto prima. Gli studi sulla socializzazione giuridica ricordano che famiglia, scuola, pari e percezione delle istituzioni contribuiscono a formare il rapporto dei giovani con la legge e con la devianza (Cheon, Freemon and Katz, 2023). Un ragazzo non diventa cittadino perché gli si spiega una norma, ma perché vive in ambienti nei quali la norma appare giusta, credibile, coerente, incarnata da adulti che non predicano ciò che poi smentiscono con i fatti. Qui si misura il fallimento di tante educazioni alla legalità ridotte a conferenze episodiche: un’ora di retorica non compensa mesi di incoerenza.

Nel frattempo, la deriva tecnologica complica ulteriormente il quadro. Non solo perché esiste il cyberbullismo, emergenza reale e troppo spesso sottovalutata. Ma perché l’iperconnessione educa a una percezione alterata dell’altro. La persona diventa profilo. Il volto diventa icona. L’offesa diventa contenuto. La reputazione diventa punteggio. Ricerche recenti mostrano il legame tra uso problematico di internet e smartphone e dinamiche di bullismo e cyberbullismo, sia sul versante della vittimizzazione sia su quello della perpetrazione (Blinka et al., 2023). Altri studi evidenziano il ruolo del disimpegno morale e del gruppo dei pari devianti nel cyberbullismo: proprio il punto che interessa qui, perché quando il gruppo normalizza la crudeltà, l’individuo smette di percepire fino in fondo il danno prodotto (Liang et al., 2022).

La tecnologia non inventa la prevaricazione. La velocizza. La rende replicabile, condivisibile, meno corporea e perciò apparentemente meno colpevole. Si può “cancellare” una persona come si cancella una mail di spam. Si può umiliare qualcuno con la stessa leggerezza con cui si inoltra un video. Si può distruggere una reputazione senza vedere tremare le mani della vittima. Ed è proprio questa distanza emotiva a rendere urgente una nuova educazione dello sguardo. Prima ancora della legalità, serve tornare alla realtà dell’altro.

Il parallelo con il mobbing, da questo punto di vista, è illuminante. La letteratura più recente distingue il mobbing dal bullismo sul lavoro, ma ne riconosce alcuni elementi strutturali: durata, intenzionalità, isolamento, danno reputazionale, uso collettivo e spesso nascosto della pressione (Meng, 2025). È la stessa logica che, in forme diverse, appare nei gruppi scolastici, nelle chat, negli uffici, nei quartieri. Si comincia sempre togliendo all’altro il diritto di stare al mondo senza chiedere permesso.

Per questo ricordare Falcone significa rifiutare la retorica della legalità “a calendario”. La cultura mafiosa non viene sconfitta una volta l’anno. Viene contrastata ogni giorno, quando un insegnante impedisce a una classe di trasformare un compagno in bersaglio; quando un genitore educa il figlio a non confondere furbizia e intelligenza; quando una scuola non archivia la violenza come conflitto; quando una città non scambia la malamovida per vitalità; quando un uomo impara che amare non significa possedere; quando un adulto ha il coraggio di dire che la libertà senza limite diventa sopraffazione.

Falcone non ci chiede di commuoverci. Ci chiede di scegliere. E la scelta, oggi, passa da qui: costruire una cultura della legalità che sia più forte della cultura della prevaricazione. Non un moralismo da convegno. Una disciplina civile. Una fatica quotidiana. Una forma di senso critico applicato alla vita comune.

Perché la mafia, prima di essere un’organizzazione, è un’educazione sbagliata alla forza. E l’unico modo serio per onorare chi l’ha combattuta è educare, finalmente, alla forza opposta: quella del limite, della responsabilità, della verità.

Riferimenti:

Biagi, V. (2026) ‘Another Brick in the Wall? The Educational Effects of Repurposed Mafia Properties’, working paper, University of Liverpool, February 2026.

Blinka, L., Škařupová, K., Šťastná, L., Ševčíková, A., Husárová, D. and others (2023) ‘Adolescents’ problematic internet and smartphone use in (cyber)bullying experiences: A network analysis’, Child and Adolescent Mental Health, 28(1), pp. 60–66. doi:10.1111/camh.12628.

Cavalieri, M., Finocchiaro Castro, M. and Guccio, C. (2023) ‘Organised crime and educational outcomes in Southern Italy: An empirical investigation’, Socio-Economic Planning Sciences, 89, article 101705. doi:10.1016/j.seps.2023.101705.

Cheon, H., Freemon, K. and Katz, C.M. (2023) ‘Legal socialization, perceptions of the police, and delinquency in three Caribbean nations’, Island Studies Journal, 18(1), pp. 30–51. doi:10.24043/isj.407.

de Bromhead, T. (2021) ‘Blurred Boundaries: Sicilians and their Mafia. Social Consensus, Cultural Embeddedness, and the Humus That Must be Changed’, Anthrovision, 9(1). doi:10.4000/anthrovision.8697.

Liang, H., Jiang, H., Zhang, Y. and others (2022) ‘How Does Parent-Adolescent Conflict and Deviant Peer Affiliation Affect Cyberbullying? Examining the Roles of Moral Disengagement and Gender’, Psychology Research and Behavior Management, 15, pp. 2259–2273. doi:10.2147/PRBM.S371254.

Meng, Q. (2025) ‘Workplace Mobbing vs. Workplace Bullying: Understanding the Distinction’, Journal of Workplace Mobbing, 1(1).

Rizzo, F. (2023) ‘An army of teachers: a pedagogical approach to fight against the mafia’s culture’, in Social Justice in Multicultural Settings. Newcastle upon Tyne: Cambridge Scholars Publishing.