Hitler deve morire

La vera storia mai raccontata degli oltre 60 attentati alla vita del dittatore tedesco

Roberto Bonuglia

1/29/202623 min read

Pubblichiamo integralmente la recensione al libro di Andrea Larsen censurata da Amazon. Un saggio introduttivo di Roberto Bonuglia di assoluto valore sul significato vero ed essenziale del fare storia sottomessi solo al senso critico ed alla verità dei documenti oltre ogni tipo di "vulgata" che la narrazione imperante vuole imporre.

In origine nato con connotazione positiva ‒ ossia quale “movimento” per una «revisione pacifica di trattati considerati ingiusti» [1] ‒ nel vocabolario politico-culturale del secondo dopoguerra il termine revisionismo ha patito progressivamente e asimmetricamente una torsione semantica ‒ quanto conseguentemente morale ‒ tanto profonda da risultare, oggi, sovente percepito come un insulto. Marchiato dalla diffidenza, il vocabolo è diventato un “ismo” sinonimo di negazione, di deviazione, persino di tradimento. Eppure, ciò che oggi è accusato di minare le fondamenta della memoria condivisa è, nella sua essenza, uno dei cardini della ricerca storica: la rilettura critica delle fonti e delle narrazioni dominanti alla luce di nuove ‒ anche scomode e spiazzanti ‒ evidenze documentali o mutati paradigmi interpretativi [2].

Come ha ben rilevato Paolo Mieli, «l’onesto uso della memoria è il più valido antidoto all’imbarbarimento» [3]. Ma proprio per questo, essa va liberata dalle incrostazioni ideologiche e propagandistiche prendendo le distanze dalle derive di una storiografia piegata a scopi ideologici a causa dall’uso «spregiudicato dei criteri di demonizzazione e di riabilitazione» [4]: un abuso, questo, che intossica «il ricordo collettivo anche dei fatti più prossimi» [5].

Sulla medesima linea, il giornalista è tornato più volte sul tema evidenziando che la “guerra” contro il passato sia «la più praticata ma anche la più stupida di tutte le guerre» [6], poiché mira a semplificare, adattare e distorcere gli accadimenti secondo le esigenze del presente. Analisi condivisibile, certo. Eppure, questa forma di belligeranza strisciante è oggi ampiamente praticata, anche nei contesti accademici.

Lo confermano le pagine di Paolo Simoncelli che ha dedicato un’intera riflessione al tema del revisionismo riservando ad esso un intero corso annuale ‒ al quale chi scrive partecipò da studente ‒ nell’aula A della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Le risultanze di quelle ore divennero, anni dopo, un saggio pregevolissimo entro il quale fin dalle prime righe il docente chiariva che il revisionismo andasse giudicato per quello che è: un metodo, «e come tale, positivamente» [7]. Una simile impostazione dovrebbe risultare ovvia per ogni storico che pratichi il proprio mestiere con rigore metodologico: «il revisionismo storiografico è il banale metodo di accertamento del patrimonio di cultura e sapere ereditato» [8].

Eppure, a partire dagli anni Ottanta e Novanta del Secolo scorso, il termine è stato associato a un montante sospetto morale. Simoncelli denuncia questo slittamento semantico con toni netti: «dal rovescismo al negazionismo il passo è breve, e nelle forzature ideologiche correnti, si tende inaccettabilmente a far di ogni erba un fascio» [9]. Tale tendenza ha finito per rendere il dibattito storiografico una gara di legittimazione morale, più che una contesa tra ipotesi documentate. Ma il vero problema risiede nella selettività con cui si applica questo stigma. Alcuni revisionismi – ad esempio quelli relativi all’Unità d’Italia, alla Guerra Fredda o al ruolo della Chiesa – sono accolti con benevolenza, se non addirittura con entusiasmo. Altri – soprattutto quelli che toccano i nodi del fascismo, della resistenza o del nazionalsocialismo – sono invece demonizzati in partenza, senza che se ne esaminino criticamente le fonti.

Proprio per questo motivo, appare fondamentale recuperare la nozione di revisione come fondamento epistemologico della storia. Come ha ricordato Mieli, «quando si hanno idee forti sul presente, è pressoché inevitabile che quelle idee si impongano sulle interpretazioni del passato» [10]. Per questo, l’unico antidoto è coltivare uno sguardo disincantato, fondato non su categorie morali, ma sull’esame delle fonti, sulla loro contestualizzazione e sulla loro permanente interrogazione.

In tale prospettiva ci si pone nell’alveo segnato in tempi non sospetti dal lavoro metodologico di Giovanni Aliberti, il quale ha sempre ribadito che lo storico non possa limitarsi ad essere uno “scriba” della memoria ufficiale, ma debba piuttosto agire come un artigiano del dubbio «a cui spetta il compito di verificare, nel frammento di realtà soggetto alla sua indagine, i principi generali dell’agire umano elaborati dalle grandi costellazioni delle dottrine e delle ideologie» [11]. Ne consegue, dunque, che il rispetto per il documento debba prevalere sul rispetto per la leggenda e che la fedeltà alla verità sia chiamata sempre a prevalere, se necessario, su quella inerente al racconto “condiviso”.

Tale approccio – che rifiuta tanto l’agiografia quanto la damnatio memoriae – impone allo storico una postura scomoda: quella del dissidente rispetto alla narrazione consolidata che Renzo De Felice chiamava vulgata. Come ricordava ancora Aliberti, è la fonte a guidare il metodo, non il contrario: il compito dello storico non è rendere popolare la verità, ma rendere vera – il più possibile – la narrazione storica in ortodossia all’unico modo giusto ed equo «d’intendere, di praticare, di amare la storia» [12].

Una simile diagnosi impone una conseguenza etica, oltre che metodologica: separare le passioni del presente dalle narrazioni del passato. E il solo modo per riuscirvi è quello di riaffermare il primato del documento, della fonte, della verifica. Non è una scelta neutrale, né tanto meno anodina. È una presa di posizione che implica fatica, impopolarità e, spesso, isolamento. Ma è anche l’unica via per sottrarre la storia alle sirene della propaganda e ai riti paralizzanti della memoria codificata. L’oblio selettivo che Mieli definisce “terapia” non è infatti una resa, ma una scelta consapevole contro la sovrapposizione caotica di memorie manipolate, contro la compulsiva reiterazione di traumi decontestualizzati, contro le liturgie civili che occultano la complessità. D’altra parte, diventa ogni giorno più palese che in un tempo oscuro come quello contemporaneo ‒ che premia chi recita, più che chi scava ‒ lo storico è chiamato per amore di Clio a rimanere fermo a svolgere il suo ruolo più nobile: essere interprete spregiudicato delle fonti, rifiutando o smettendo i «panni curiali» [13] da chierico della memoria codificata. E chi ha paura di tale dovere dovrebbe piuttosto interrogarsi sulla propria concezione di se stesso e della storia, non su quella del passato.

Il punto d’arrivo di questa riflessione è il lascito – altissimo e, per certi versi, ancora incompreso – di De Felice. È stato proprio lui, con la pubblicazione nel 1961 della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, a compiere uno degli atti fondativi del revisionismo come dovere morale. Contro ogni semplificazione, lo storico reatino ha mostrato con la successiva biografia mussoliniana che la storia non è mai un monolite, ma un campo di forze, un equilibrio instabile tra verità in divenire e interpretazioni provvisorie. Come abbiamo scritto altrove riprendendo quella lezione, fare storia significa dominare i propri sentimenti politici e votarsi all’autocontrollo ideologico, «facendo parlare i documenti» [14] e non utilizzandoli «in modo fazioso per dimostrare tesi pregiudiziali» [15].

È in questa linea – e solo in questa linea – che può essere legittimamente accolto il lavoro di Andrea Larsen. La sua opera non è né agiografica né provocatoria: è un tentativo puntuale, ben documentato, di colmare un vuoto nella narrazione storiografica consolidata. Gli oltre sessanta attentati alla vita di Adolf Hitler costituiscono un nodo rimosso dalla memoria collettiva europea, spesso banalizzato o confinato nel folklore dell’inevitabilità. Ma che cosa ci dice questo silenzio? Cosa implica il fatto che l’unico attentato passato alla storia sia quello di von Stauffenberg, elevato a paradigma solitario della “Germania altra”? Non è forse compito dello storico rimettere in fila gli eventi, ricollocarli nel loro contesto, dare voce anche a ciò che l’ufficialità ha espunto? Non si tratta, evidentemente, di revisionare per capovolgere, ma di rivedere per comprendere guardando «a fatti apparentemente noti con un occhio diverso e disincantato» [16]. Il lavoro di Larsen, in questo senso, non è un gesto politico, ma un atto storiografico. Il suo merito non è quello di offrire una verità alternativa, ma di costringerci a rimettere in discussione una verità troppo in fretta ritenuta definitiva.

Opere come quella di Larsen non dovrebbero generare sospetto, ma attenzione. Il lavoro dell’Autore, centrato sulla ricostruzione dei numerosi attentati orditi contro Hitler da parte di ufficiali della Wehrmacht, resistenti civili, spie straniere, e perfino frange interne al partito nazionalsocialista, si inserisce precisamente in questo solco: restituire alla storiografia un pezzo dimenticato o oscurato, mai però neutralizzato. Il fatto stesso che tali tentativi siano rimasti per decenni ai margini della memoria collettiva – o banalizzati – impone oggi un atto di recupero documentale e narrativo. Non si tratta di revisionismo in senso ideologico, bensì di una legittima (e doverosa) revisione storiografica, resa possibile dall’apertura di archivi, dalla declassificazione di documenti come il Dossier Foxley – il piano britannico ideato nel 1944 per assassinare Hitler – e dalla disponibilità crescente di fonti orali, testuali e iconografiche precedentemente trascurate: rileggere il passato alla luce di nuove fonti non è un atto di sovversione, ma di consapevolezza metodologica.

Chi, dunque, teme il revisionismo, dovrebbe insospettirsi davanti a quella storiografia che si rifiuta di mutare, che si trincera dietro la versione scolastica dei fatti, che ha smarrito il coraggio dell’indagine. Perché la verità storica è un orizzonte asintotico: la si può solo inseguire, mai possedere. E proprio per questo, ogni documento nuovo è un appello alla responsabilità dello storico, non alla sua abiura. Il caso del Dossier Foxley è, da questo punto di vista, emblematico [17]: per decenni archiviato in silenzio, coperto dal segreto e poi declassificato solo negli anni Ottanta, esso rappresenta uno di quei nodi storiografici che mettono a dura prova la coscienza del ricercatore.

Il valore storiografico dei dossier de-secretati è, innanzitutto, quello di restituire complessità ai fatti che la memoria pubblica – sempre selettiva e spesso ideologica – tende a semplificare. Nella massa grigia dei fascicoli desecretati dal MI6 e conservati negli archivi del National Archives di Kew [18], il Dossier Foxley non è semplicemente un’annotazione tra le tante, ma una ferita aperta nel corpo della storia europea. Il solo fatto che un piano dettagliato di eliminazione fisica del Führer – elaborato con rigore logistico, sorvegliato da agenti sul campo, supportato da spie infiltrate – sia stato concepito dai servizi segreti britannici contraddice, o quantomeno integra, l’immagine canonica di una guerra condotta solo sul piano militare. E proprio perché contraddice, il caso del Dossier va studiato, non rimosso. Saper leggere un documento di intelligence significa, tra le altre cose, molto più che archiviarlo. Significa comprenderne il contesto, interrogare le sue reticenze, valutare il non detto. In una delle pagine più lucide della sua riflessione, Mieli ha ricordato che fare i conti con la storia significa accettare che «alcuni punti restino oscuri. E, ugualmente, andare oltre» [19]. Una dichiarazione che ben si adatta a casi come questo, dove non solo la fonte è tarda, ma lo è anche la sua interpretazione, poiché viziata dalla distanza cronologica e dalle manipolazioni simboliche che il nome stesso di Hitler inevitabilmente trascina con sé.

Il punto centrale non è tanto, o non solo, il piano in sé – i suoi dettagli, la tempistica, le alternative contemplate – quanto ciò che questo documento racconta del modo in cui gli Alleati concepivano il nemico e i limiti morali del proprio agire. L’esistenza di un documento come il Dossier spinge lo storico a interrogarsi non solo sull’eventualità di un attentato mai eseguito, ma sulla cultura politica e strategica che ne favorirono la formulazione. Eppure, una simile rilettura è stata per anni ostacolata. Troppe verità sono state considerate scomode e molte sono state occultate o dimenticate, non perché false, ma perché inadatte al racconto egemonico il che ha prodotto «quel combustibile adatto all’accensione di fuochi sempre nuovi che mettono a repentaglio il nostro presente» [20]. La questione dell’accesso alle fonti è, quindi, anche una questione di potere: chi decide cosa può essere letto? Chi stabilisce la temporalità del ricordo? E chi è autorizzato a leggerlo? Lo storico, se fedele al proprio compito, non può che stare dalla parte della trasparenza. Ma non basta accedere all’archivio: occorre anche saper leggere “controvento”, affrontando la fonte come materia viva e contraddittoria, mai oggetto neutro. D’altra parte, Pierre Vilar fu chiaro sul punto: «l’avvenimento e l’individuo non sono fuori dalla storia, però non sono il suo campo caratteristico. Il lavoro dello storico consiste appunto nel ricollocarli entro i sistemi macrostrutturali» [21]. Ergo, il documento non è mai ‒ solo ‒ soltanto ciò che riporta, ma è anche ciò che omette e il mestiere dello storico consiste proprio nello scavare in questa frizione tra detto e non detto, tra ipotesi e prova. È qui che emerge, con forza, un altro nodo problematico che il lavoro di Larsen ha il merito di evidenziare: la distinzione tra progetto, intenzione e azione nelle fonti d’intelligence. Il Dossier Foxley è, nella sua forma originaria, un progetto: ciò che avrebbe potuto essere, se le condizioni politiche e morali lo avessero consentito. Ma non è mai diventato azione. È rimasto, come molte altre operazioni coperte, in quella zona grigia dove l’intenzione si confonde con la pianificazione e la volontà strategica si diluisce nella prudenza politica. Proprio per questo, la lettura ingenua della fonte – che assume automaticamente ogni piano come prova di una linea d’azione concreta – è uno degli errori più gravi che lo storico possa compiere. De facto, in tal caso di specie, il documento è solo un indizio e solo il lavoro critico dello storico può trasformarlo in fonte.

Nel caso del Dossier Foxley, questa distinzione è cruciale. Il fatto che Churchill abbia preferito non dare seguito al piano – per timore delle conseguenze imprevedibili che l’eliminazione di Hitler avrebbe potuto comportare – non toglie nulla alla rilevanza storiografica del documento. Anzi, la accresce. Perché ci mostra una frattura interna all’etica della guerra, un dissidio tra l’efficacia tattica e la legittimità strategica, un conflitto tra necessità e principio.

Ecco allora perché Larsen, nel riprendere questo materiale e nel restituirlo al lettore con spirito critico e documentato, compie un’operazione pienamente storiografica. Non sta proponendo una “controstoria”, né cercando di ribaltare un paradigma, ma di ricomporre una parte mancante di una narrazione che – proprio perché incompleta – rischia di essere falsa. Il suo lavoro non è solo accettabile: è necessario. Perché, come ha insegnato De Felice, la verità storica non coincide mai del tutto con la verità accettata [22]. È, semmai, il prodotto provvisorio ‒ ma rigoroso ‒ di una sfida che si rinnova ad ogni nuova fonte, ad ogni nuova domanda, ad ogni pagina d’archivio che torna a parlare mettendo in discussione la communis opinio imperante.

Ma c’è un altro punto da affrontare. Fra le macerie lasciate dalla Seconda guerra mondiale, una delle eredità più persistenti – e insieme più deformanti – è stata la costruzione di un’immagine postuma di Hitler come figura intoccabile. Non solo politicamente, ma simbolicamente: circonfuso da una sorta di aura fatale, avvolto da una leggenda nera tanto efficace da sfiorare la mitologia, il Führer è stato spesso percepito come un personaggio al di là della portata degli uomini comuni, inaccessibile, invulnerabile. Eppure, fu proprio la storia, nella sua crudele concretezza, a smontare – o a suggerire di farlo – questa narrazione: decine di volte [23], tra il 1920 e il 1945, la vita del dittatore tedesco fu messa in pericolo da piani di attentato, imboscate, ordigni, colpi di pistola pronti a essere esplosi, tentativi di avvelenamento o di tradimento politico orchestrati da dentro e fuori i suoi stessi apparati di potere. La mitopoiesi dell’intoccabilità di Hitler ha avuto, del resto, un preciso fondamento: ogni fallimento degli attentatori, ogni esplosione mancata, ogni occasione perduta veniva interpretata non come una casualità storica, ma come una conferma dell’eccezionalità del personaggio. Le stesse parole pronunciate da Hitler, a poche ore dall’attentato del 20 luglio 1944 contribuirono a consolidare nell’immaginario tedesco, e poi in quello mondiale, l’idea di un uomo scelto dalla sorte, preservato da una volontà superiore. Questa narrazione, però, finisce per oscurare una verità ben più scomoda e storicamente rilevante: ovvero che Hitler fu effettivamente vulnerabile, più volte a un passo dalla morte e che intorno a lui si formò una rete ‒ estesa e persistente ‒ di oppositori determinati a eliminarlo. L’invulnerabilità del Führer fu costruita a posteriori, come reazione all’incapacità collettiva di elaborare la domanda più bruciante: cosa sarebbe successo se quei piani avessero avuto successo? Cosa sarebbe cambiato nella storia d’Europa? È proprio per rispondere a queste domande che occorre infrangere il mito e restituire voce e dignità a chi, da sinistra come da destra, da ambienti religiosi come da ambienti militari, da Londra come da Berlino, provò a porre fine fisicamente al potere del nazismo.

Già negli anni Venti, quando Hitler era solo un agitatore politico, circolarono propositi omicidi: l’assalto al treno che lo trasportava in Baviera nel 1920, opera di avversari politici comunisti e anarchici, avrebbe potuto interrompere sul nascere l’ascesa del movimento nazionalsocialista. Negli anni Trenta, la maturazione della dittatura non spense il fuoco dell’opposizione, anzi: fu proprio all’interno degli apparati dello Stato che maturarono le prime grandi cospirazioni. Hans Oster, uomo dell’Abwehr ‒ la sezione militare dell’intelligence tedesca ‒ fu il promotore instancabile di una rete clandestina che contava tra i suoi sostenitori figure di primo piano come l’ammiraglio Wilhelm Franz Canaris, Erwin von Witzleben, Ludwig Beck, Franz Halder. Il loro piano prevedeva l’arresto ‒ da parte del conte Hans Jürgen von Blumenthal ‒ e, in certi casi, l’esecuzione di Hitler all’interno della stessa Cancelleria del Reich, con l’obiettivo di sciogliere il partito e costituire un governo alternativo.

Accanto a queste figure agivano anche solitari, uomini privi di potere, ma dotati di un coraggio che oggi definiremmo quasi sacrale. Georg Elser ‒ ebanista di Ulm ‒ costruì da solo una bomba a orologeria e la nascose nella Bürgerbräukeller di Monaco, sapendo che Hitler avrebbe tenuto lì uno dei suoi discorsi commemorativi. Solo un cambiamento dell’orario salvò il dittatore da morte certa. Il carpentiere svevo, per dirla con Ian Kershaw [24] fu arrestato, imprigionato a Dachau e, infine, giustiziato nel 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra. Anche l’estero non rimase indifferente. Il Dossier Foxley, redatto dal SOE britannico lo conferma. E poi sul fronte interno, l’apice dell’opposizione si ebbe con l’Operazione Valchiria, nel luglio del 1944 [25]: Claus Schenk von Stauffenberg ‒ ufficiale della Wehrmacht ‒ riuscì a piazzare una valigetta esplosiva accanto a Hitler nel quartier generale della “Tana del Lupo” a Rastenburg [26]. L’esplosione uccise diversi ufficiali, ma non il leader nazionalsocialista, salvato dal caso ‒ o dal destino, come molti allora credettero ‒ il che scatenò, come noto, una repressione feroce: centinaia di congiurati furono arrestati, torturati, giustiziati. Ma il mito dell’intoccabilità del furiere [27] ne uscì – per la prima volta – incrinato.

L’importanza di riscoprire queste vicende non risiede soltanto nel loro valore documentario, ma nella loro forza simbolica. Dire che Hitler non era invincibile non significa indulgere in ucronie, ma rompere la fatalità. Significa dimostrare che la storia non è solo il prodotto di poteri incontrastabili, ma anche – e soprattutto – il frutto di atti mancati, di gesti non compiuti, di scelte esitanti. L’opposizione al nazismo non fu solo quella dei tribunali del dopoguerra: fu anche ‒ e in primis ‒ quella di uomini e donne che, nella Germania hitleriana provarono a colpire al cuore il potere mettendo in gioco la propria vita. Certo, la memoria collettiva tende a rimuovere gli elementi che disturbano il racconto dominante e a canonizzare quelli che ne rafforzano la coerenza, ma se vogliamo davvero comprendere il Terzo Reich, non possiamo limitarci a considerare Hitler come un monolite. Dobbiamo ricordare che fu un uomo: vulnerabile, odiato, e – decine di volte, come evidenzia Larsen – bersaglio concreto di progetti di eliminazione. Occorre dunque, oggi più che mai, restituire centralità storiografica a queste figure e a queste azioni. Non per mitizzarle – non erano tutte animate da nobili intenti – ma per restituire complessità a un tempo che la memoria pubblica ha ridotto a tragedia inesorabile. L’“intoccabilità” di Hitler non fu un dato storico: fu una costruzione, una narrazione, un mito. E come tutti i miti, ha bisogno di essere decostruito. A partire dai documenti. Anche perché, se c’è un paradosso che attraversa la memorialistica novecentesca è quello rappresentato dal destino storiografico degli attentati a Hitler. In un secolo che ha fatto della documentazione un feticcio, dell’indagine una religione laica e della denuncia delle ingiustizie una missione civile, è quasi inspiegabile constatare quanto poco spazio sia stato dedicato – tanto nella storiografia accademica quanto nella divulgazione più o meno “colta” – a quella costellazione di tentativi, cospirazioni, gesti individuali o collettivi che ebbero come obiettivo l’eliminazione fisica del Führer. A dispetto della loro quantità, varietà e intensità, i complotti contro Hitler sono rimasti ai margini della narrazione ufficiale. Quando non silenziati, sono stati banalizzati. Quando non ignorati, sono stati trattati come curiosità laterali, come affreschi minori di una tragedia maggiore.

Le ragioni di questa rimozione sono molteplici. In parte, si tratta di una dinamica fisiologica della memoria collettiva che tende a semplificare i processi complessi e a monumentalizzare le figure centrali: rendere Hitler oggetto di numerosi attentati equivale a riconoscere che la sua figura era contestata, fragile, vulnerabile. Ma la costruzione postuma del Führer, come abbiamo visto, ha spesso risposto all’esigenza di cristallizzare il male in una forma assoluta, quasi metafisica. E il male assoluto, si sa, non può essere scalfito dai mortali. Deve apparire invincibile e, dunque, inevitabile. Ma questa rappresentazione mitologica – oltre a essere storiograficamente falsa – è anche politicamente pericolosa. Perché rimuove dall’orizzonte della possibilità l’idea che il corso degli eventi avrebbe potuto essere diverso. Rimuove la pluralità degli agenti storici e rimuove, soprattutto, la dignità degli oppositori, nonché la possibilità di una resistenza etica, prima ancora che militare. Come afferma il testo base del volume, “un assedio di determinatissimi oppositori ha cercato in vari modi, più volte, con estrema caparbietà, di eliminare il leader tedesco”, ma su questi eventi, “per varie ragioni non si è mai fatto luce abbastanza”.

Un primo fattore che ha contribuito alla marginalizzazione di questa pagina riguarda la natura stessa delle fonti: spesso frammentarie, parziali, prodotte da apparati d’intelligence e dunque volutamente ambigue. Molte informazioni restano inaccessibili, molte altre sono andate perdute. La guerra ha distrutto archivi, bruciato documenti, cancellato testimonianze. L’autore del volume lo ricorda con rigore documentario: non si può “sempre avere un limpido riscontro di dati e informazioni”, proprio per “la natura segreta, particolare ed estrema” che ha contrassegnato questa vicenda, e per il fatto che dagli archivi della Gestapo molti documenti del Terzo Reich sono andati irrimediabilmente perduti.

Ma non è solo una questione di fonti. È anche, e forse soprattutto, una questione di narrazione. La storiografia ufficiale ha spesso privilegiato le grandi linee, i leader, le strategie militari, gli equilibri geopolitici. Ha preferito raccontare l’evoluzione del conflitto attraverso il prisma delle conferenze diplomatiche, dei fronti armati, delle svolte belliche. Così facendo, ha relegato ai margini tutto ciò che non rientrava nello schema delle forze in campo. Eppure, come dimostra il caso dei numerosi complotti interni ed esterni, la storia avrebbe potuto prendere altre direzioni. Ed è proprio il compito dello storico ‒ come colse Braudel [28] ‒ quello di restituire queste alternative alla coscienza del presente senza adattare i propri strumenti di lavoro alle «totalitarie esigenze di una milizia politica o, peggio, cedendo ad un’arbitraria ideologizzazione del processo storico» [29]. Ciò vale a maggior ragione per gli attentati mossi da agenti solitari, da cellule clandestine, da gruppi eterogenei per estrazione, motivazione e mezzi. In questi casi, l’ufficialità ha preferito parlare di “gesti isolati”, “azioni folli”, “tentativi romantici”. Un esempio emblematico è quello del già citato Elser che fu a lungo ignorato dalla storiografia tedesca, più incline a celebrare l’eroismo militare degli ufficiali che la radicalità morale di un proletario isolato. Simile sorte toccò a William Stephenson, ex pilota della Grande Guerra nonché agente segreto canadese che si offrì per assassinare Hitler con un fucile di precisione. La stampa lo trattò da mitomane, ma i dossier de-secretati dimostrano la fondatezza delle sue dichiarazioni. E che dire del romanziere Geoffrey Household che nelle sue pagine [30] prefigurò un attentato a un tiranno straniero dalle fattezze indistinguibili da quelle di Hitler? La letteratura, ancora una volta, colse ciò che la storiografia ignorò a lungo: l’urgenza, l’impulso, il sogno – folle o disperato – di liberare il mondo da un uomo che da solo riuscì a dare un “volto” al male nella storia [31].

È dunque urgente, oggi più che mai, dare voce a queste storie dimenticate. Non per moralismo, né per risarcimento, ma per dovere epistemologico. Perché, come ricorda il testo che accompagniamo, la storia ‒ in quanto «scienza degli uomini nel tempo» [32] ‒ non è solo l’elenco dei fatti accaduti, ma anche la registrazione delle possibilità sfumate, delle strade interrotte, dei sentieri che non furono percorsi. Restituire centralità ai complotti contro Hitler significa anche interrogarsi sulla natura della resistenza. Non tutta la resistenza fu armata. Non tutta la resistenza fu comunemente condivisa. E non tutta la resistenza è stata, fino ad ora, raccontata. Come scrive Larsen, infatti, “ci furono tante storie diverse, come avrete poi modo di scoprire leggendo il volume; accomunate tutte quante dall’evidente desiderio omicida nei confronti del duce tedesco”. E ognuna di queste storie – per quanto frammentaria, sfumata, imperfetta – merita di essere conosciuta, studiata, onorata. È così che si fa la storia intesa quale «mondo etico considerato nella successione dei suoi movimenti» [33]: non ignorando, ma cercando. Non escludendo, ma includendo. Non negando, ma interrogando.

Ecco perché questo libro è necessario. Perché rompe il silenzio. Perché scardina la banalizzazione. Perché restituisce parola ai fantasmi. E perché ci ricorda, ancora una volta, che la storia è fatta da chi agisce, ma anche da chi tenta. Da chi riesce, ma anche da chi fallisce. Da chi scrive, ma soprattutto da chi ha avuto il coraggio di provare a farlo muovendosi in direzione ostinata e contraria alle vulgate di comodo dell’histoire idéologisante. Ergo, non sorprende che a leggere il libro di Larsen si avverta ‒ sin dalle prime pagine ed oltre ‒ il senso di una ricerca appassionata e al tempo stesso meticolosa. Non siamo davanti a un’opera che ambisce a offrire una sintesi definitiva o una nuova teoria storiografica sul Terzo Reich. Non è nemmeno un libro che cerca di sorprendere il lettore con tesi provocatorie, versioni da cortile o interpretazioni forzate. L’intento è più sobrio e, proprio per questo, più radicale: raccontare ciò che non è stato ancora raccontato, raccogliere ciò che è stato disperso, mettere ordine tra le pieghe dell’ombra, senza pretendere di illuminarle tutte. E questo intento è, per sua natura, storiografico. Nonostante Larsen dichiari di non essere uno storico di professione, la struttura del suo lavoro, l’accuratezza della raccolta documentale, il rispetto delle fonti e la chiarezza metodologica con cui espone i suoi limiti – anzitutto quello sempre più raro [34] di non interpretare, ma di documentare – lo collocano all’interno di quella tradizione di storici “militanti della verità” che senza fare mai politica ‒ «mi domando sempre come un vero storico possa farne», scrisse Lucien Febvre [35] ‒ ha dato vita alle pagine più oneste della storiografia contemporanea ben lontane dalla compilazione événementielle o dagli impianti blindati di origine ideologica.

È lo stesso autore a chiarire con rigore i due obiettivi che lo hanno mosso: da un lato, offrire un’opera di facile lettura, agile, improntata “alla conoscenza diretta dei fatti, senza interpretazioni personali e senza analisi storiche o sociologiche divaganti basate su personali impressioni”; dall’altro, creare un contenuto che egli stesso amerebbe “leggere, tenere in libreria, consigliare”, ossia capace di restituire il senso adrenalinico e inquieto di una pagina poco esplorata della storia europea. Non si tratta dunque di una scelta di povertà teorica, ma di un’etica della narrazione. Larsen si colloca consapevolmente al di fuori delle grandi scuole interpretative rifiutando tanto l’ideologizzazione quanto la reductio ad unum delle dinamiche storiografiche. Il suo metodo – se così si può chiamare – è quello di una “microstoria delle intenzioni”, capace di dare voce anche ai tentativi incompiuti, agli atti falliti, ai gesti sotterranei. Come sosteneva Henri Hauser, allo storico interessano i particolari caratterizzanti, gli individui, i fenomeni irripetibili [36]. Ed è proprio in questa prospettiva che il lavoro di Larsen acquisisce un valore storiografico: nella sua attenzione agli episodi apparentemente secondari, ai personaggi minori, agli eventi che la vulgata ha derubricato a margine. Il valore documentario dell’opera è fuori discussione. Larsen ha lavorato per oltre cinque anni alla raccolta di fonti incrociando archivi britannici, francesi, tedeschi, statunitensi e italiani attingendo a documenti de-secretati, ma anche a testimonianze orali, frammenti d’archivio, indizi narrativi sparsi. Il risultato non è un mosaico compiuto, ma una mappa “incompleta” eppure coerente che restituisce al lettore un’immagine plurale, frastagliata, dinamica di ciò che fu – e di ciò che avrebbe potuto essere – l’opposizione “fisica” a Hitler.

Non manca, nel libro, una riflessione implicita sull’identità degli attentatori: uomini e donne di provenienze diversissime, motivati da pulsioni etiche, politiche, religiose o personali, agenti isolati o membri di cellule organizzate, sabotatori improvvisati o professionisti dell’intelligence. Larsen li presenta tutti con lo stesso rispetto evitando sia la mitizzazione sia la patologizzazione. Il loro fallimento non li rende meno interessanti; anzi, ne accresce l’intensità tragica. Come ha scritto egli stesso, questo libro “è dedicato a loro. A coloro che tentarono di eliminare Hitler personalmente, fisicamente”. Da questo punto di vista, l’opera si inserisce in una tendenza più ampia della nuova storiografia: il recupero delle storie subalterne, delle soggettività invisibili, delle resistenze dimenticate. Ma mentre gran parte della microstoria contemporanea si è concentrata sulle dinamiche sociali e culturali, Larsen riporta al centro il dato politico: la possibilità ‒ reale, concreta, fisica ‒ che il corso della storia potesse essere interrotto. E lo fa senza mai cedere all’ucronia, senza trasformare il testo in un “what if”, ma con l’umiltà documentaria di chi sa che la storia, anche quando non accade, merita di essere narrata qua talis.

In questo senso, l’approccio di Larsen è sì controcorrente, ma non per volontà polemica. Piuttosto, è una risposta necessaria a quella storiografia troppo spesso inchiodata agli schemi dominanti, incapace di “accogliere” ciò che non rientra nel paradigma ufficiale. L’indagine sugli attentati al Führer non è, per Larsen, un modo per ridisegnare la storia, ma per restituirle profondità. E forse anche un certo grado di inquietudine. Perché, a leggerle tutte in fila, le decine di cospirazioni, di piani, di trame e di rinunce che hanno costellato la parabola hitleriana, ci costringono a rivedere l’idea di un male onnipotente e incontrastato. Ci parlano di coraggio e di fallimento. Di possibilità e di paura. Di storia e di destino. Il che soddisfa uno dei requisiti primari del buon intendere, in omaggio a Clio, il mestiere di storico ossia non rinunciare in qualsiasi indagine ‒ quanto più specifica o monografica essa sia ‒ «all’attenzione per il lavoro macroscopico, se non si vuole perdere il senso della prospettiva» [37]. È qui che il libro si rivela, infine, come atto politico nel senso più alto del termine: non nel senso dell’adesione ideologica, ma nel senso della restituzione al lettore del potere critico di interrogare il passato. Come ricordava De Felice, lo storico ha il dovere di non farsi influenzare dalla verità consolidata, se i documenti gli indicano un’altra direzione [38]: Larsen questo dovere lo ha assunto fino in fondo. E il risultato è un libro che non si limita a raccontare, ma che invita – educatamente, discretamente – a pensare. A rimettere in discussione. A riscoprire la storia come luogo di possibilità. È questo, infine, il senso civile del revisionismo: non sovvertire la storia, ma proteggerla. Non relativizzare la verità, ma salvarla dalla sua ipostatizzazione. Non ribaltare i giudizi, ma riaprirli. Non riabilitare i colpevoli, ma interrogare i processi che hanno condotto al crimine. Ma questa onestà non si raggiunge né col silenzio né con la censura. Si raggiunge solo con la disponibilità a risalire i sentieri dell’errore e dell’orrore, a sostare sulle crepe della narrazione, a ricominciare ogni volta da capo.

Il libro di Larsen, insomma, nella sua sobrietà metodologica e nella sua ambizione documentaria, si iscrive in questa traditio. Non chiede di riscrivere la storia, ma di rileggerla. Non offre una nuova verità, ma chiede al lettore di accompagnarlo nel difficile esercizio della domanda. Ciò si impone, in questo senso, quale esercizio di libertà in tempi di analfabetismo funzionale e sottomissione dello spirito critico alle vulgate preconfezionate e imposte urbi et orbi. E, proprio per questo, queste pagine risultano un prezioso, quanto sempre più raro, atto di fedeltà: alla storia, alla sua complessità e alla dignità di chi ancora crede – come gli storici citati in questo incipit e pochi altri, proprio come noi e voi – che la verità non si impone, ma si cerca.

Note:

[1] B. Migliorini, Parole nuove. Appendice di dodicimila voci al «Dizionario Moderno» di Alfredo Panzini, Milano, Hoepli, 1963, ad vocem.

[2] Come nell’alveo entro il quale nasce il revisionismo, ossia “a sinistra”: da Eduard Bernstein – che fu il primo ad affermare quanto la “revisione” del marxismo fosse necessaria per non trasformarlo in dogma – fino a Carlo Rosselli che nel suo Socialismo liberale (s.l., Edizioni di Giustizia e Libertà, 1944) celebrava il revisionismo come “rottura delle incrostazioni dogmatiche” del pensiero ideologico. Come del resto nella storiografia italiana la più importante azione di revisione del dopoguerra ‒ si pensi al Risorgimento senza eroi. Studi sul pensiero piemontese nel Risorgimento di Piero Gobetti (Torino, Edizioni del Baretti, 1926) ‒ fu condotta da studiosi marxisti gramsciani. In tal senso cfr., P. Simoncelli, Revisionismo. Breve seminario per discuterne, Bari, Cacucci, 2015, pp. 33 e ss.

[3] Cfr. la quarta di copertina di P. Mieli, L’arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato, Milano, Rizzoli, 2015.

[4] Ivi, p. 7

[5] Ibidem.

[6] P. Mieli, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Milano, Rizzoli, 2016. p. 9.

[7] P. Simoncelli, Revisionismo. Breve seminario per discuterne, cit., p. 18.

[8] Ivi, p. 16.

[9] Ivi, p. 20.

[10] P. Mieli, La terapia dell’oblio. Contro gli eccessi della memoria, Milano, Rizzoli, 2020, p. 9.

[11] G. Aliberti, Metodologia della storia nel ‘900, Napoli, Fratelli Conti, 1975, p. 25.

[12] G. Aliberti, «Annales» e storiografia italiana: itinerario problematico di un ricercatore, in «Clio. Rivista trimestrale di studi storici», a. XV, n. 3, luglio/settembre 1979, p. 397.

[13] G. Aliberti, Metodologia della storia nel ’900, cit., p. 25.

[14] R. De Felice, Introduzione a Id., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961, pp. III-IV.

[15] R. Bonuglia, All’ombra della Vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel regno di Clio, Roma, Aracne, 2023, p. 191.

[16] P. Mieli, L’arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato, cit.

[17] In tal senso cfr. si rimanda al documentario di J. Lovering, Operazione Foxley: Adolf Hitler nel mirino, Corsico, Techno Publishing, 2005.

[18] Cfr., la premessa di Ian Kershaw e l’introduzione di Mark Seaman in Operation Foxley. The British Plan to Kill Hitler (Surrey, Public Record Office, 1998). In tal senso anche i successivi D. Rigden, Kill the Führer. Section X and Operation Foxley, Stroud, Gloucestershire, Sutton Publishing, 1999 e E. Lee, Britain’s Plot to Kill Hitler: The True Story of Operation Foxley and SOE, London, Greenhill Books, 2022.

[19] P. Mieli, La terapia dell’oblio. Contro gli eccessi della memoria, cit. p. 10.

[20] P. Mieli, Lampi sulla storia. intrecci tra passato e presente, Milano, Rizzoli, 2018, p. 237.

[21] P. Vilar, La nozione di struttura in storia, in AA.VV., Usi e significati del termine «struttura» nelle scienze umane e sociali, a cura di R. Bastide, Milano, Bompiani, 1966, p. 144.

[22] R. Bonuglia, All’ombra della Vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel regno di Clio, cit., p. 193.

[23] W. Berthold, Die 42 Attentate auf Adolf Hitler, München, Blanvalet-Goldmann, 1981; R. Moorhouse, Killing Hitler: the Third Reich and the Plots against the Führer, London, Jonathan Cape, 2006 e V. Italia, La dittatura. Gli attentati contro Hitler, Milano, Key Editore, 2023.

[24] I. Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 166.

[25] M. Baigent, Operazione Valchiria. Stauffenberg e la mistica crociata contro Hitler, Torino, Lindau, 2009 e I. Kershaw, Operazione Valchiria, Milano, Bompiani, 2009.

[26] J. Fest, Hitler. Una biografia, Milano, Garzanti, 2011, pp. 866-867 e ss.

[27] Così Napoli etichettò il leader nazionalsocialista durante la rivista navale svolta nei giorni del soggiorno all’ombra del Vesuvio del Führer ‒ che divenne, appunto, “o’ furiere” ‒ tra il 3 ed il 9 maggio 1938, G. Artieri, Prima e durante e dopo Mussolini. Memorie del Novecento, Milano, Mondadori, 1990, pp. 316 e ss.

[28] F. Braudel, Storia e sociologia, in Id., Scritti sulla storia, Milano, Mondadori, 1973, pp. 105 e ss.

[29] G. Aliberti, Metodologia della Storia del ’900, cit., p. 30.

[30] G. Household, Rogue Male, London, The British Publishers Guild, 1939.

[31] H. Gust, Adolf Hitler: il volto del male nella storia dell’uomo, Milano, Mondadori, 2004.

[32] M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969, p. 42.

[33] J.G. Droysen, Sommario di Istorica, Firenze, Sansoni, 1967, pp. 34-37.

[34] Nel senso che ben fu colto e riassunto nei primi anni Settanta del Novecento: nel “fare” storia «conoscere i metodi non è sufficiente, occorre anche del talento», P. Veyne, Come si scrive la storia, Bari, Laterza, 1973, p. 394.

[35] L. Febvre, Ricordo di Marc Bloch, in M. Bloch, I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, Torino, Einaudi, 1973, p. XXXI.

[36] H. Hauser, Recherches et documents sur l’histoire des prix en France de 1500 à 1800, Parigi, Les Presses modernes, 1936, p. 67.

[37] D. Cantimori, Ancora sulla storia generale, in Id., Studi di Storia, Torino, Einaudi, 1959, p. 819.

[38] F. Perfetti, De Felice storico del regime fascista, in AA.VV., Interpretazioni su Renzo De Felice, Milano, Baldini&Castoldi, 2002, pp. 102 e ss.