I tre Regni di Andrea Larsen: il sacro e il grottesco nella Terra dei Mestoli

Chi abbia letto le raccolte precedenti di Larsen ‒ L’Ondor e altri racconti e Due caffè e altri assurdi racconti ‒ ritroverà in questo volume la medesima cifra stilistica: una fantasia incontenibile che non si accontenta mai di restare sulla superficie del surreale, ma scava fino a toccare nervi profondi dell’umano.

Roberto Bonuglia

3/7/20264 min read

Non nuovo alla creazione di storie da leggere e soprattutto ricordare, Andrea Larsen torna alla narrativa con l’ultima sua fatica: I tre regni. Anche in questo caso le pagine vergate da intelligenza e creatività umana restituiscono a chi legge qualcosa che si credeva smarrito, perduto. Non certezze ideologiche, non sistemi di valori consolanti, e nemmeno geometrie rassicuranti.

Per questo in Accademia consigliamo una lettura che non può che essere segnalata a chi intento a nutrire il senso critico, vuole farlo anche attraverso un racconto in grado di evocare qualcosa di antico e insieme vivo, qualcosa che somiglia alla libertà. I tre Regni di sono pagine capaci di sfidare le classificazioni: non sono parodia, non sono pura fiaba, non compongono un romanzo comico nel senso in cui oggi siamo abituati a intendere il termine. Tuttavia questo libro è, in modo sorprendente, tutte queste cose insieme.

Chi abbia letto le raccolte precedenti di Larsen ‒ L’Ondor e altri racconti e Due caffè e altri assurdi racconti ‒ ritroverà in questo volume la medesima cifra stilistica: una fantasia incontenibile che non si accontenta mai di restare sulla superficie del surreale, ma scava fino a toccare nervi profondi dell’umano. Il mondo della Terra dei Mestoli, con i suoi tre regni dai nomi improbabili ‒ il Regno Numero 1, il Regno dei Pirati delle Isole Selvagge (che non ha né isole né pirati), il Regno del Drago Celeste ‒ è costruito con la logica rovesciata del sogno: i fiumi preferiscono le colline al mare, i cani non sono fedeli, le suocere sono sinceramente amorevoli, i draghi fanno i pompieri. È un mondo in cui l’assurdo non è mai gratuito, perché rivela, per contrasto, la meccanica profonda del mondo reale: le gerarchie di potere, la codardia istituzionalizzata, la violenza travestita da sacralità, la complicità tra il frivolo e il tragico.

Al centro di questa costruzione narrativa si trovano tre Re che potrebbero essere, nella loro antitesi strutturale, tre possibili risposte al problema dell’esistenza. Re Umatis, bonario e un po’ tonto, governato silenziosamente dalla moglie Mi ‒ il cui nome di una sola sillaba racchiude tutto il capriccio e tutta la vitalità del femminile ‒ incarna l’eterno marito della commedia dell’arte, l’uomo che del potere possiede soltanto il titolo. Re Cino, il fifone magnifico, ossessionato dai complotti che non ci sono, terrorizzato persino dai piccioni viaggiatori che portano messaggi di pace, rappresenta quella patologia del sospetto e dell’autocensura che in qualunque epoca produce i peggiori governanti e i migliori servi del potere. Re Ma, invece ‒ Harald Gunnar Maximus all’anagrafe, «barbaro» per vocazione, circondato di aquile e prostitute come un sovrano omerico di rango inferiore ‒ è la figura che Larsen ama di più, quella in cui riversa il senso vero della raccolta: un uomo che ride di tutto, che sceglie la libertà del rischio sul mare assassino quando tutti gli altri optano per la sicurezza della resa, che governa attraverso la risata e non attraverso la paura.

È qui che I tre Regni smette di essere soltanto un divertissement e rivela la sua vocazione più autentica. La scelta di Re Ma di abbandonare il suo regno, di bruciare la terra ai confini, di caricare draghi su navi per aggirare l’esercito nemico dal mare che nessuno ha mai osato solcare ‒ il «mare assassino», per l’appunto ‒ non è soltanto una trovata comica. È una meditazione sull’audacia come categoria morale, sull’idea che l’uomo autentico non negozia con la paura ma la sfida, che il vero potere non risiede nell’accumulazione difensiva ma nel gesto che sorprende, nel colpo che gli «stupidi storici di adesso» (p. 30) non sapranno mai spiegare. Larsen non è uno scrittore politico né tantomeno un pensatore sistematico, ma in questo brano ‒ come in altri sparsi per la raccolta ‒ emerge qualcosa che somiglia a una filosofia: il primato dell’azione generosa sull’inerzia calcolatrice, della risata condivisa sulla solitudine del potere arroccato.

Nel racconto di Arten il pirata, che chiude la raccolta con una bravura narrativa di prim’ordine, Larsen porta questa tensione fino alle sue conseguenze estreme. Arten ‒ il cui nome, si scopre nell’aldilà, significa nella sua lingua «il pirata che ha l’artrosi alle palle» (p. 210) ‒ attraversa avventure, tradimenti, mostri marini e amori venali per approdare infine a una rivelazione che è insieme una beffa e una confessione: nella prossima vita sarà uno scrittore. Non potrà fare il pirata, ma non sarà neanche, consolazione magra, «una scimmietta delle palme». La scrittura come destino bizzarro e irrinunciabile, come forma di vita che permette tutto tranne una cosa il cui nome ‒ «rempanzompollarsi urfidamente» (p. 212) ‒ non viene mai spiegato: questo è il testamento oscuro e sorridente che Larsen lascia al suo lettore.

Lo stile è rapido, paratattico, punteggiato di ripetizioni deliberate e di un ritmo che ricorda certe pagine di Flann O’Brien ‒ il modello confessato nell’introduzione ‒ e, per certi accenti, anche di Céline, sebbene Larsen mantenga sempre una levità che nei suoi maestri dichiarati si fa più rara. Le note a piè di pagina, usate con garbo per spiegare al lettore, con falsa seriosità accademica, che il Drago Celeste si chiama così «perché era celeste naturalmente» (nota 1, p. 19), sono una piccola perla di umorismo meta-narrativo che testimonia la consapevolezza tecnica di uno scrittore che padroneggia il registro comico senza esserne prigioniero.

I tre Regni è, in ultima analisi, un libro sulla libertà: quella dei Re che ridono, dei pirati con l’artrosi, degli scrittori che non sanno ancora di esserlo. In un panorama editoriale sempre più affollato di opere costruite per compiacere aspettative consolidate, un testo del genere fa bene ‒ al lettore e, si direbbe, all'ormai persa arte della dissacrazione della realtà. Una lettura che consigliamo a tutti i nostri studenti nonché, ci sia consentito, a tutti i Tucani del mondo (leggere per credere pp. 75-150).