Il diritto come clima: quando la legge non punisce più, ma “raffredda”
Una volta, non tanto tempo fa, la legge era, anzitutto, un testo. Un corpo visibile. La si poteva leggere, interpretare, contestare. Aveva confini, articoli, fattispecie. Perfino quando era ingiusta, almeno si lasciava afferrare: era qualcosa con cui misurarsi, discutere, lottare. Oggi, sempre più spesso, la legge non si presenta come un testo ma come un’atmosfera.
Roberto Bonuglia
2/17/20263 min read
Una volta, non tanto tempo fa, la legge era, anzitutto, un testo. Un corpo visibile. La si poteva leggere, interpretare, contestare. Aveva confini, articoli, fattispecie. Perfino quando era ingiusta, almeno si lasciava afferrare: era qualcosa con cui misurarsi, discutere, lottare. Oggi, sempre più spesso, la legge non si presenta come un testo ma come un’atmosfera. Un’aria che respiri. Una pressione costante, di sottofondo, che non ti inchioda sempre ma ti “accompagna”. E quell’accompagnamento, alla lunga, educa più di qualunque sentenza: educa alla prudenza permanente.
È qui che nasce il fenomeno più subdolo, quello che mi interessa davvero: il diritto come clima. Non ti dice necessariamente “questo è vietato”. Ti suggerisce che potrebbe esserlo. Non ti colpisce sempre; ti fa capire che potrebbe. E quando “potrebbe” diventa la regola, la libertà cambia natura: smette di essere un diritto esercitabile e diventa una concessione prudenziale. Ti muovi non in base a ciò che pensi giusto, ma in base a ciò che immagini tollerato.
La società, allora, comincia ad assomigliare a un edificio pieno di cartelli “vietato”. Vietato sostare, vietato discutere, vietato ironizzare, vietato essere ambigui, vietato sbagliare tono, vietato essere fraintendibili. Il paradosso è che in quell’edificio non serve più il custode: ciascuno diventa custode di sé stesso. Non per virtù, ma per paura. E non è un dettaglio: il controllo più efficiente è quello che non costa nulla, perché lo paghiamo noi con il silenzio preventivo. Non serve più il manganello quando basta l’ansia.
Il passaggio decisivo avviene quando quasi tutto diventa potenzialmente sanzionabile. Non per forza con la multa o con il processo; spesso non serve nemmeno arrivare lì. Basta l’idea della conseguenza. La segnalazione, la perdita di reputazione, la sospensione, l’esclusione, l’intervento “correttivo” dell’istituzione, l’algoritmo che ti declassa, il datore di lavoro che si defila, l’amico che si smarca, la piattaforma che ti silenzia, il contesto che si irrigidisce. Non è più necessario colpire davvero: è sufficiente rendere credibile la possibilità di essere colpiti. Il diritto, da strumento di regolazione, diventa un generatore di incertezza disciplinante.
E così nasce l’autocensura. Quella vera non è la censura imposta dall’alto, grossolana, riconoscibile, quasi “eroica” nella sua brutalità. Quella vera è la censura come riflesso: smetti di dire una cosa prima ancora di averla detta. Non perché sia falsa. Ma perché non vale il rischio. E quando la libertà diventa un calcolo di rischio, siamo già oltre la soglia. Non siamo più nella sfera del “dire o non dire”, ma in quella del “conviene o non conviene”. È un cambio di paradigma: la coscienza smette di essere il criterio, subentra la prudenza.
Questa trasformazione si vede benissimo nel modo in cui si discute online, nei luoghi di lavoro, persino nelle conversazioni informali. Le persone non scelgono più le parole migliori: scelgono le parole meno pericolose. Non cercano la verità: cercano il tono “sicuro”. Non argomentano: si muovono come in un corridoio stretto, cercando di non urtare le pareti. E qui la faccenda si fa interessante, perché non è solo giuridica: è psicologica, culturale, perfino spirituale. Un popolo abituato a misurare ogni sillaba non è un popolo più civile: è un popolo più esitante. E un popolo esitante è facile da guidare.
Il punto non è negare che esistano comportamenti davvero dannosi, parole davvero violente, reati veri, abusi che vanno repressi. Il punto è un altro: quando la norma smette di essere un perimetro e diventa una nebbia, il risultato non è ordine. È freddo. È irrigidimento. È una società che “si comporta bene” perché ha paura, non perché è più giusta. E la paura, come forza educativa, produce obbedienza, non maturità.
C’è poi un secondo effetto, meno visibile ma più corrosivo. Se tutto può essere sanzionato, allora anche la selettività diventa una forma di potere. In un sistema dove quasi tutti sono potenzialmente in fallo (o potenzialmente fraintendibili), non è necessario inventare un nemico: basta scegliere chi colpire. Si crea un margine enorme di discrezionalità, e la discrezionalità – quando non è controllata – è la materia prima dell’abuso. La legge non è più uguale per tutti: diventa un’arma che si può attivare quando serve, come una leva amministrativa. È qui che il “diritto come clima” smette di essere soltanto un problema di libertà d’espressione e diventa un problema di equilibrio democratico.
E infatti la domanda vera non è “quanto è severa la legge?”, ma “che tipo di uomini produce questo ambiente?”. Perché un clima normativo perennemente minaccioso non genera cittadini responsabili; genera cittadini cauti. E il cittadino cauto non è necessariamente un cittadino migliore: è un cittadino che impara a evitare, a schivare, a parlare per allusioni, a usare formule. Si specializza nel non compromettersi. Diventa, senza accorgersene, un professionista della sopravvivenza linguistica.
Se vogliamo difendere lo spazio pubblico, dovremmo ricominciare a fare una cosa impopolare: chiedere confini chiari. Non “meno regole” per slogan, ma regole comprensibili, proporzionate, discutibili. Perché una legge che non si può nominare, una sanzione che può arrivare da qualunque direzione, un “reato atmosferico” che galleggia ovunque, non educa: intimorisce. E l’intimidazione è il contrario della libertà.
In fondo, il criterio è semplice e, se vogliamo, persino empirico: quando le persone smettono di parlare non perché non hanno nulla da dire, ma perché temono di dire troppo, allora la legge ha smesso di essere un testo e ha iniziato a essere un clima. E quando il diritto diventa clima, il cittadino diventa meteorologo: passa il tempo a prevedere tempeste. Nel frattempo, smette di costruire.
Roberto Bonuglia
