Il mercato dell’immortalità: cosa rivela il Rapporto Eurispes 2026 sulla nuova industria del “non morire”

Non è fantascienza: è business. Dalla crioconservazione agli avatar postumi, la morte viene trattata come un difetto correggibile. Ma quando l’ultima soglia della vita diventa un servizio a pagamento, il rischio non è solo l’inganno: è la perdita dell’umano.

Roberto Bonuglia

3/4/20263 min read

Partiamo da un dato: la morte, oggi, non viene più soltanto rimossa. Viene “messa a mercato”. Il Rapporto Eurispes pubblicato a fine gennaio 2026, dedicato al mercato dell’immortalità, fotografa un cambio di mentalità prima ancora che un’offerta commerciale: la promessa, esplicita o strisciante, che l’evento più certo della vita possa essere aggirato, rinviato, trattato come un problema tecnico. E quando un evento antropologico viene declassato a problema tecnico, non si modifica solo il destino: si modifica l’uomo.

Il punto centrale non è stabilire se certe tecnologie siano “possibili” o “impossibili”. Il punto è osservare il dispositivo culturale che le accompagna. Società private – questo è un dato decisivo – costruiscono un lessico, un immaginario, un desiderio. Non vendono soltanto servizi: vendono una postura mentale. Vendono l’idea che la finitudine sia un’ingiustizia e che la soluzione, come sempre, sia esternalizzare: affidarsi a un processo, a un contratto, a un protocollo, a una procedura. Il che è perfettamente coerente con la deriva tecnocratica: se qualcosa fa paura, non lo si attraversa, lo si delega.

Dentro questa cornice si muovono pratiche diverse: dalla crioconservazione e dalle soluzioni “di sospensione” biologica fino alle forme di “immortalità digitale”, cioè l’illusione che un profilo, una voce sintetica, una raccolta di dati, possano continuare a rappresentare la persona dopo la sua morte. Qui la modernità commette un equivoco tipico: scambia la traccia per la presenza. Riduce l’identità a informazione e poi promette di salvarla, come se bastasse archiviare per preservare. È la stessa logica con cui il nostro tempo confonde memoria e storage, coscienza e dataset, relazione e interazione.

Il senso critico, però, chiede di fare una domanda più brutale: che cosa si compra davvero, quando si compra “immortalità”? Si compra tempo? Si compra speranza? O si compra, più banalmente, una sedazione dell’angoscia? Perché l’industria del non-morire funziona anche così: ti offre una narrazione consolatoria. Ti dice: non è finita, non deve finire, possiamo intervenire. E lo dice in un linguaggio che suona scientifico, razionale, “moderno”. Ma spesso, sotto il camice lessicale, torna l’antico commercio delle paure: paghi perché non sopporti l’idea del limite.

È qui che la questione diventa spirituale, non per predica ma per evidenza. Tutte le grandi religioni, da secoli, fanno una cosa che oggi sembra fuori moda: preparano l’uomo e la donna alla morte non come spettacolo macabro, ma come passaggio, come occasione di verticalità. La morte, dentro quelle tradizioni, non è un incidente da rimuovere: è una soglia che orienta la vita. È il punto che costringe a scegliere, a dare peso alle azioni, a misurare il bene, a ridimensionare il narcisismo. In altre parole: la morte educa. E non perché “sia bella”, ma perché è vera.

Il mercato dell’immortalità, invece, spinge nella direzione opposta: orizzontalizza. Trasforma l’ultima domanda in un servizio, l’ultimo mistero in una pratica amministrabile, l’ultima inquietudine in un’opzione premium. E così materializza anche l’ultimo fronte in cui l’essere umano, per secoli, ha incontrato la propria profondità. Se la morte non è più una domanda, la vita rischia di diventare una sequenza di intrattenimenti e rimandi. Un presente esteso. Un eterno “poi”.

Qui si capisce perché, in controluce, torna Foscolo con la sua idea della “corrispondenza di amorosi sensi”: la sopravvivenza dell’uomo non passa dal congelare un corpo o dal replicare una voce. Passa dal legame, dalla memoria viva, dalla continuità affettiva e morale che attraversa il tempo e resiste al disfacimento fisico. È un’idea più sobria, ma infinitamente più umana: non nega la morte, ma salva ciò che la morte non può cancellare quando esiste amore, comunità, fedeltà.

La questione, allora, non è demonizzare la ricerca o insultare chi soffre. La questione è non consegnare il dolore alle mani del marketing. E soprattutto non lasciare che l’idea di “progresso” coincida, ancora una volta, con la fuga dal reale. Perché quando una società promette l’immortalità come prodotto, spesso sta vendendo qualcos’altro: la rinuncia a guardare in faccia ciò che ci rende umani. E non è un prezzo leggero.

Roberto Bonuglia

Riferimenti:

EURISPES, Il mercato dell’immortalità. Nuova società, nuove sensibilità, a cura di C. Nosi, del gennaio 2026 ora in https://eurispes.eu/wp-content/uploads/2026/01/2026_rapporto_eurispes_mercato-dellimmortalita.pdf