Il riposo che non riposa: quando il tempo libero diventa un'altra performance da ottimizzare
App per meditare, sonno tracciato, vacanze da documentare, workout da condividere: il tempo che dovrebbe appartenerci è diventato un'altra categoria da gestire e mostrare. Non è libertà conquistata. È produttività travestita da pausa. E l'essere umano, dentro questo schema, non si riposa: si valuta.
Roberto Bonuglia
3/23/20263 min read


Un uomo disteso su una spiaggia, con il telefono sollevato sopra la testa, scatta la foto del tramonto. Non per sé. Per dimostrarsi - agli altri e a se stesso - che stava vivendo un momento. È l'istantanea perfetta di un'epoca che ha trasformato il riposo in rendiconto.
Il tempo libero, nella sua accezione classica, era anzitutto sottrazione: dalla produzione, dal dovere, dall'utilità immediata. Era lo spazio in cui l'essere umano poteva essere improduttivo senza vergognarsene, ozioso senza giustificarsi, distratto senza conseguenze. Oggi quella sottrazione non è più disponibile - o meglio, è ancora formalmente presente nel calendario, ma è stata colonizzata dall'interno. Non dall'obbligo esterno, ma da qualcosa di più insidioso: dall'imperativo dell'ottimizzazione.
L'algoritmo, che ha già ridisegnato il lavoro - come accade per i rider, la cui autonomia si rivela, guardandola bene, pura obbedienza a un sistema opaco -, non si è fermato alla soglia dell'ufficio. È entrato nel salotto, nella palestra, nel letto. Esistono app che misurano la qualità del sonno e restituiscono un punteggio mattutino: un voto alla notte. Esistono piattaforme che gamificano la meditazione: streak da mantenere, badge da sbloccare, minuti da accumulare. Esistono dispositivi che tracciano ogni passo, ogni battito cardiaco, ogni caloria - e che, se non li indossi, ti fanno sentire in difetto con te stesso. Il relax è diventato un KPI.
In questo scenario, il problema non è la tecnologia in sé - ridurre tutto allo strumento è la prima forma di deresponsabilizzazione - ma la logica che essa porta con sé e che il tempo libero ha introiettato senza resistenza: la logica della performance. Non basta riposarsi: bisogna farlo bene, farlo visibilmente, farlo in modo misurabile. Non basta fare una passeggiata: bisogna registrarla, condividerla, aggiungere il percorso alla mappa. Non basta leggere un libro: bisogna recensirlo su Goodreads, aggiornare la propria lista, far sapere che si legge. Il tempo libero si è fatto autobiografia pubblica, e l'autobiografia, si sa, non è mai del tutto spontanea.
C'è qui una torsione antropologica che merita di essere nominata con precisione: la distinzione tra fare ed essere - quella che i greci esprimevano opponendo praxis e poiesis, fare e produrre - si è assottigliata fino a sparire. Il riposo era l'unico ambito in cui era ancora lecito essere senza produrre nulla. Adesso anche quello spazio è stato arruolato. E il risultato non è che ci riposiamo meglio: è che non sappiamo più come farlo senza uno schermo che ci dica se lo stiamo facendo correttamente.
La vacanza fotografata per Instagram, il pellegrinaggio montano geolocalizzato, la domenica organizzata come un «momento di qualità» da esibire - tutto ciò racconta di una generazione che ha perso la capacità di abitare il presente senza mediarlo. Si vive l'esperienza mentre si decide già come la si racconterà. È la mise en abyme del tempo libero: non si vive la pausa, si produce la narrazione della pausa. Non si è nel momento: si è già altrove, a gestirne la reputazione.
E il paradosso, naturalmente, è che questo non rende più liberi: rende più stanchi. La fatica del tempo libero - quella di dover essere sempre all'altezza della propria versione ottimizzata di se stessi - è una fatica reale, clinicamente misurabile nell'aumento dei disturbi d'ansia, nei fenomeni di burnout che non riguardano più solo il lavoro ma il tempo «extra-lavorativo». La produttività ha allargato il perimetro: non colonizza solo le ore di lavoro, colonizza tutte le ore.
La via d'uscita non è la retorica del «disconnettersi»: anche questa è diventata, con una certa ironia, una nuova forma di performance - il digital detox narrato sui social, il fine settimana offline documentato al rientro. La via d'uscita è più austera e meno fotogenica: imparare di nuovo a sopportare l'inutilità. Difendere il diritto all'ozio non come lusso ma come condizione antropologica. Ricordarsi che una domenica passata senza nulla da mostrare non è una domenica sprecata: è, forse, l'unica domenica davvero vissuta.
Perché quando il riposo diventa prestazione, non ci si riposa più. Ci si esibisce. E un'esistenza interamente esibita - dal lavoro al sonno, dalla dieta al tempo libero - non è una vita più piena: è una vita sotto contratto, ventiquattro ore su ventiquattro.
Roberto Bonuglia
