Internet come dipendenza: la “patologia dell’accesso” che stiamo ancora chiamando libertà
Il web è nato come promessa di apertura. Si è presentato come strada: conoscenza, connessione, possibilità. Nel giro di una generazione, però, quella strada ha iniziato a somigliare a un corridoio.
Roberto Bonuglia
4/20/20264 min read


Il web è nato come promessa di apertura. Si è presentato come strada: conoscenza, connessione, possibilità. Nel giro di una generazione, però, quella strada ha iniziato a somigliare a un corridoio. Non per colpa della tecnologia in sé, ma per la forma mentale che essa ha reso “normale”: l’idea che stare online non sia una scelta tra le altre, bensì la condizione minima per esistere socialmente, informarsi, lavorare, distrarsi, perfino consolarsi. E quando una condizione si impone come inevitabile, la parola “libertà” cambia significato: non indica più il potere di sottrarsi, ma solo il modo personale di restare dentro.
Parliamo di dipendenza da internet come se fosse un’esagerazione giornalistica. “Sì, però”: sì, però è utile; sì, però serve; sì, però tutti lo usano. La stessa struttura difensiva che per anni ha accompagnato la normalizzazione del gioco d’azzardo “legale” e del consumo “responsabile” di alcol. Il punto è che una dipendenza non diventa meno dipendenza perché è diffusa; semmai diventa più efficiente, perché si maschera. Non ti isola come una catena visibile: ti integra. Ti rende reperibile, reattivo, presente. E intanto, lentamente, ti sostituisce.
Il fenomeno degli hikikomori è un indice estremo, ma utile: ragazzi (e non solo) che si ritirano dal mondo, tagliano i ponti fisici e abitano una stanza come se fosse un continente. Sarebbe comodo liquidare tutto come fragilità individuale, come “problema psicologico”. Ma il ritiro non nasce nel vuoto: nasce dentro un ambiente. E l’ambiente digitale, oggi, è costruito per non finire mai. Non è un libro che chiudi, non è un film che termina, non è una passeggiata che si consuma: è un flusso che ti riconosce, ti richiama, ti rimette in corsia con la cura di un algoritmo che non dorme. L’isolamento, paradossalmente, non avviene “contro” la socialità, ma attraverso una socialità simulata, senza rischio, senza esposizione, senza vergogna. È la relazione senza il peso della relazione. È la compagnia senza reciprocità.
A questa dinamica si aggancia un’altra zona grigia: la saldatura fra web e ludopatia. Non serve forzare analogie: basta osservare come molte esperienze digitali siano progettate per generare ripetizione, micro-ricompense, attese, sbloccaggi, “quasi vincite”, cicli di frustrazione e rilancio. Il lessico è rivelatore: “streak”, “drop”, “loot”, “reward”. Non sono parole innocenti. Descrivono un’economia dell’attenzione che assomiglia, sempre più, a un’economia dell’impulso. E quando l’impulso diventa l’unità di misura, l’individuo non è più un soggetto che decide: è un utente che risponde.
Qui, se vogliamo essere seri, entra la questione culturale prima ancora che clinica. Marshall McLuhan aveva colto il nodo strutturale: i media non sono strumenti neutri, sono ambienti che ci riplasmano mentre li usiamo. In Understanding Media: The Extensions of Man (1964) l’idea dell’“estensione” è già un avvertimento: ogni estensione potenzia, ma anestetizza anche qualcosa. Non aggiunge soltanto: sostituisce. E sostituendo crea dipendenza, perché ciò che prima facevi tu ‒ orientarti, ricordare, tollerare l’attesa, sostenere il silenzio ‒ ora lo fa un sistema al tuo posto. Un altro grande lettore della contemporaneità, Zygmunt Bauman, in Liquid Modernity (2000), descrive una modernità in cui i legami diventano reversibili e la vita si organizza per connessioni rapide più che per appartenenze solide. Internet è la traduzione tecnica di questa liquidità: ti dà contatti, ma riduce la consistenza. Ti fa “esserci”, ma senza radicarti. E quando la vita si riduce a connessioni, la disconnessione appare come morte simbolica. Ecco perché il web può diventare una patologia: perché intercetta un’ansia primaria ‒ non sparire, non restare fuori, non perdere il ritmo del mondo ‒ e la trasforma in abitudine.
Anche Byung-Chul Han lo dice con una crudezza elegante in In the Swarm (2013): la comunicazione digitale produce uno “sciame” che non costruisce comunità, ma reazioni. L’individuo non si sottrae perché teme la solitudine; si sottrae perché teme il giudizio. E allora sceglie l’ambiente che non giudica: lo schermo. Ma quell’ambiente non è neutro: registra, orienta, premia, corregge. È un “non giudicare” che prepara un altro tipo di giudizio: quello dei numeri, dei tempi, delle ricorrenze, delle metriche invisibili.
Da qui la proposta, volutamente provocatoria ma non folle: se riconosciamo che il web può produrre dipendenza, perché continuiamo a trattarlo come fosse aria? Perché accettiamo che un motore di ricerca sia una porta d’accesso quotidiana senza alcuna forma di avvertenza? Un disclaimer obbligatorio, sobrio e non moralistico, prima dell’uso o almeno in certe fasce d’età, avrebbe una funzione precisa: spezzare l’incantesimo dell’innocenza. Non “vietare”, non “censurare”. Ricordare. Dire, con la stessa secchezza con cui lo si dice su un pacchetto di sigarette: attenzione, questo ambiente può creare dipendenza; l’uso prolungato può alterare sonno, attenzione, umore; l’esposizione continua può ridurre la capacità di concentrazione e aumentare l’ansia. Non per spaventare. Per restituire realtà a un gesto che è diventato automatico.
Il punto, infatti, non è demonizzare la rete. È smontare la favola che la rete sia solo uno strumento. Uno strumento lo posi sul tavolo quando hai finito. Qui, invece, finire non è previsto. E quando finire non è previsto, la libertà si misura in un altro modo: nella capacità di uscire, di interrompere, di dire “basta” senza sentirsi mutilati.
La dipendenza da internet è una patologia del Terzo millennio perché è una patologia compatibile con il funzionamento del sistema. Non ti rende improduttivo: ti rende continuamente “attivo”. Ti consuma senza farti apparire malato. Per questo la prima cura è culturale: chiamare le cose con il loro nome. E riabilitare il senso critico come igiene mentale quotidiana: non per diventare “contro” qualcosa, ma per tornare padroni di un gesto elementare che oggi sembra rivoluzionario ‒ scegliere quando entrare, e soprattutto quando uscire.
Roberto Bonuglia
Per approfondire
McLuhan, M. (1964). Understanding Media: The Extensions of Man. New York: McGraw-Hill.
Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Cambridge: Polity Press.
Han, B.-C. (2013). In the Swarm: Digital Prospects. Cambridge: Polity Press.
Debord, G. (1967). La société du spectacle. Paris: Buchet-Chastel.
