La “Teoria della fragilità” di Roberto Gramiccia: recensione, potere e senso critico nel mondo contemporaneo
Un testo ambizioso, insieme teorico e narrativo, che tenta un’operazione tutt’altro che ornamentale: sottrarre la “fragilità” al lessico consolatorio, ai cliché del sentimentalismo pubblico e alla sua riduzione a sinonimo di debolezza, riportandola invece dentro una griglia interpretativa capace di leggere l’umano, la storia e le forme del potere
Roberto Bonuglia
2/18/20264 min read


Nel panorama saggistico italiano recente, Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto di Roberto Gramiccia si colloca come un testo ambizioso, insieme teorico e narrativo, che tenta un’operazione tutt’altro che ornamentale: sottrarre la “fragilità” al lessico consolatorio, ai cliché del sentimentalismo pubblico e alla sua riduzione a sinonimo di debolezza, riportandola invece dentro una griglia interpretativa capace di leggere l’umano, la storia e le forme del potere. È un lavoro che nasce – e l’Autore lo dichiara con franchezza – da una lunga esperienza clinica e da una frequentazione non episodica dell’arte e della cultura, con l’assunto, antico e modernissimo, che un medico non possa essere “solo” un tecnico, ma debba saper pensare l’uomo: «Nullus medicus nisi philosophus», ricorda Gramiccia (p. 21), facendo risuonare Galeno attraverso Augusto Murri.
Il volume, pubblicato da Diarkos, è arricchito dalla collaborazione di Ginevra Amadio, la cui presenza – non di facciata – viene riconosciuta dall’autore come contributo alla ricerca e alla verifica delle fonti, oltre che alla stesura di parti del testo, anche in funzione di uno sguardo di genere che corregga asimmetrie e automatismi interpretativi (p. 9). Non è un dettaglio: è un segnale di metodo, e in una stagione culturale in cui molte parole vengono ripetute senza essere realmente “attraversate”, l’attenzione alla costruzione del punto di vista è già un atto di responsabilità.
La prefazione di Vladimiro Giacché offre la prima chiave per comprendere la posta in gioco del libro, evocando Brecht e l’urgenza di “lavare” le parole: la biancheria si lava, le parole no, e proprio per questo si banalizzano, si levigano, perdono spigoli e capacità critica. Il progetto di Gramiccia viene così presentato come tentativo di restituire al termine “fragilità” il suo potenziale semantico ed espressivo, sottraendolo alle frasi fatte e alle posture ipocrite di un’epoca che concede compassione dove nega aiuto (pp. 11–12).
La fragilità, per come è impostata qui, non coincide con il piagnisteo né con una psicologia “morbida”: è piuttosto una struttura dell’esistere, qualcosa di ontologicamente costitutivo. Giacché sintetizza bene il nucleo: l’uomo, “essere manchevole” in senso gehleniano, costruisce una “seconda natura” culturale e tecnica; la fragilità è insieme vincolo e risorsa, «la creta con cui siamo impastati» (p. 12).
È significativo che la prima parte del volume venga dichiaratamente presentata come “introduzione alla fragilità come teoria” e che si apra, non a caso, con un gesto linguistico: la fragilità come “parola apparentemente insignificante”. Gramiccia lavora contro i riflessi condizionati del senso comune: fragile è ciò che si rompe, fragile è ciò che è piccolo, fragile è – “naturalmente” – il femminile. Poi però rovescia l’automatismo mostrando quanto questo immaginario sia culturalmente costruito e spesso smentito dai dati della vita (ad esempio sulla resilienza femminile in diverse condizioni biologiche), insinuando così il dubbio dove l’opinione si era fatta comoda (pp. 27-28). Qui la scrittura alterna l’affondo concettuale al controesempio, e questa oscillazione è una delle virtù del libro: non dà per scontata la docilità del lettore, lo chiama invece a un lavoro di verifica.
Il cuore teorico si articola in distinzioni che hanno anche una funzione “pedagogica” per il senso critico a noi particolarmente caro: fragilità individuale, sociale, esistenziale; fragilità passiva e fragilità attiva. L’idea è che la fragilità non sia solo una condizione subìta, ma possa diventare energia trasformativa, “propulsore” dei processi dialettici. Nella lettura l’elemento decisivo è il passaggio dalla rassegnazione alla rivolta, dalla fragilità “stordita” all’assunzione consapevole del limite come leva, e qui compare un riferimento esplicito alla categoria gramsciana di “rivoluzione passiva” come fenomeno che prospera quando la fragilità collettiva resta disorganizzata e rassegnata (pp. 62 e ss.).
È proprio su questo snodo che il libro dialoga in modo naturale con la prospettiva dell’Accademia del Senso Critico: non perché offra una morale pronta, ma perché costruisce strumenti per distinguere. In particolare, la sezione dedicata alla cybercultura e alla trasformazione digitale (annunciata anche dall’indice) diventa un laboratorio di lettura del presente: la “rivoluzione digitale” viene interpretata come forma estrema di “rivoluzione passiva”, dove la tecnica non è neutra ma viene messa al servizio di controllo ed egemonia, fino a evocare l’immagine di un “tecnodispotismo” - che noi abbiamo in altre sedi definito "tecnocrazia" - mascherato da sottocultura degli algoritmi (p. 366). In termini di senso critico, qui la fragilità non è un’etichetta psicologica: è una condizione che può essere sfruttata o convertita, narcotizzata o organizzata. Il punto non è “sentirsi fragili”, ma capire chi lavora su quella fragilità, con quali dispositivi, e con quali narrazioni.
La seconda parte, “Fragili eroi che hanno fatto la storia”, evita l’effetto appendice: è l’altra metà dell’argomentazione, perché dà “carne e ossa” alle tesi astratte. L’elenco dei ritratti – da Enea a Ipazia, da Leopardi a Gramsci, da Rosa Luxemburg a Kafka, fino a Hawking – non serve a esibire erudizione, ma a mostrare come la fragilità possa diventare gesto, scelta, rottura, invenzione di forme. La pagina conclusiva, con l’immagine dei “remi” da afferrare prima dell’inabissamento, e con la figura di Garrincha “l’uccellino zoppo” come parabola incarnata, chiude coerentemente il cerchio: non c’è determinismo salvifico, ma esiste una possibilità reale di riscatto, nonostante e attraverso il limite (pp. 366–367).
Sul piano critico, il libro convince soprattutto quando resiste alla tentazione di fare della fragilità un feticcio buono per ogni stagione. La fragilità, qui, non è un passe-partout: è una categoria che va continuamente specificata e collocata storicamente. Il rischio, semmai, è l’opposto: l’ampiezza del campo – politica, religione, identità, ambiente, tecnica, guerra, desiderio – può produrre nel lettore l’impressione di una teoria che tende ad abbracciare tutto; e quando una teoria vuole dire “molto”, deve vigilare perché il “molto” non diventi un “troppo” che attenua la precisione delle connessioni. Ma è un rischio che Gramiccia compensa con due scelte intelligenti: il radicamento biografico e professionale (che impedisce l’astrazione sterile) e la struttura bifronte teoria/ritratto (che impedisce l’aforisma fine a se stesso). In più, la bibliografia consigliata, vasta e trasversale, segnala una pratica di lettura non ornamentale e invita a un percorso di approfondimento, coerente con l’idea stessa di “potere nascosto” come qualcosa che va disvelato con strumenti e pazienza.
Ergo, Teoria della fragilità è un saggio che merita attenzione proprio perché non consola: mette in tensione, chiede al lettore di non accontentarsi del significato corrente delle parole, e prova a trasformare un termine abusato in un dispositivo interpretativo. Per chi lavora – come l’Accademia del Senso Critico – a smontare narrazioni dominanti e a riattivare l’autonomia del giudizio, il libro di Gramiccia offre una doppia lezione: da un lato mostra come il linguaggio possa essere ripulito e restituito alla sua funzione critica; dall’altro suggerisce che la fragilità, se riconosciuta e organizzata, non è soltanto la misura del limite, ma anche una delle poche energie capaci di sottrarci alla passività del presente.
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Il libro è acquistabile, oltre che sul sito dell'editore, anche al link: https://www.amazon.it/Teoria-fragilit%C3%A0-ricerca-potere-nascosto/dp/883616529X.
