Non è censura: è addestramento. Il narcisismo algoritmico come educazione invisibile

Ci siamo abituati a parlare dei social come di un problema di “tempo”, come se la questione fosse soltanto la quantità di minuti che si sciolgono nel pollice. Troppo facile. E soprattutto troppo rassicurante, perché riduce tutto a una disciplina personale: spegni il telefono, fai detox, respira, torna “presente”.

Roberto Bonuglia

2/27/20263 min read

white Social signage at nighttime
white Social signage at nighttime

Ci siamo abituati a parlare dei social come di un problema di “tempo”, come se la questione fosse soltanto la quantità di minuti che si sciolgono nel pollice. Troppo facile. E soprattutto troppo rassicurante, perché riduce tutto a una disciplina personale: spegni il telefono, fai detox, respira, torna “presente”. Funziona come una dieta: per qualche giorno ti senti virtuoso, poi ricadi e, nel frattempo, non hai capito cosa ti stava accadendo.

Il punto non è il tempo. Il punto è la forma.

Quando la vita pubblica passa in larga parte da ambienti costruiti per massimizzare permanenza, interazione e reazione, l’algoritmo smette di essere un semplice strumento e inizia a svolgere una funzione educativa. Invisibile, quotidiana, capillare. Non ti impone un’ideologia con la voce grossa, non ti dice “devi pensare così”. Fa una cosa molto più raffinata: ti addestra a desiderare ciò che lo fa lavorare meglio. E lo fa con un sistema di premi e punizioni che non assomiglia a un tribunale, ma a un applauso.

È qui che nasce quello che chiamerei narcisismo algoritmico. Non come insulto psicologico, non come etichetta clinica, ma come atmosfera. Una postura mentale che diventa normale perché viene ricompensata. La domanda di fondo non è più “è vero?”, né “è giusto?”, e nemmeno “è utile?”. Diventa: “funziona?”. Cioè: genera reazioni? produce approvazione? mi fa salire? mi rende visibile? Se sì, allora ha valore. Se no, è rumore di fondo. E siccome tutti vogliono esistere, e oggi esistere equivale spesso a essere visti, il meccanismo non ha bisogno di polizia: si autoalimenta.

L’algoritmo non educa con i contenuti, educa con i riflessi.

Pensa alla semplificazione. Nessuno ti vieta di essere complesso, nessuno ti impedisce di fare un ragionamento articolato. È “permesso”. Solo che l’ambiente premia altro. Premia la frase che taglia, la battuta che umilia, la certezza che non ammette replica. Premia la tesi pronta all’uso, non la fatica del dubbio. Premia la scorciatoia. Col tempo, se resti lì dentro, inizi a parlare come si parla lì dentro. Non perché ti hanno convinto: perché ti hanno addestrato.

Lo stesso vale per l’indignazione. Non è che l’algoritmo ami l’odio per sadismo; l’odio è semplicemente una valuta ad alto rendimento. L’indignazione tiene svegli, fa commentare, fa condividere, fa schierare. E se l’indignazione rende, allora verrà proposta più spesso, con più precisione, con più insistenza. Tu pensi di scegliere ciò che ti indigna; in realtà spesso è l’ambiente che ti offre indignazioni compatibili con il tuo profilo, con i tuoi punti sensibili, con le tue appartenenze. È un distributore automatico di reazioni. E il bello è che ti sembra personale: “Io la penso così”. Certo. Ma quante volte “così” coincide con ciò che ti viene servito meglio?

Poi c’è la questione più sottile: la reputazione. In teoria la reputazione è un fatto sociale; in pratica, dentro questi meccanismi, diventa un punteggio. Un termometro sempre acceso. Un feedback continuo che ti insegna, lentamente, quali idee portano premio e quali portano gelo. Anche qui non serve censura. Basta il raffreddamento. Basta vedere che quando dici una cosa perdi, e quando ne dici un’altra vinci. Alla lunga l’essere umano non è un filosofo: è un animale che apprende. E apprende soprattutto quando c’è un incentivo.

Questa è la parte che molti non vogliono guardare perché è moralmente scomoda: il narcisismo algoritmico non riguarda “gli altri”, riguarda tutti. Riguarda il professionista, il docente, l’attivista, il divulgatore, il politico, il ragazzo, il pensionato. Riguarda chiunque sia tentato, anche una sola volta, di scambiare la misura del consenso con la misura del vero. E se ti sembra di esserne immune, è proprio lì che l’educatore invisibile sta lavorando meglio: nell’idea che “io no”.

Il punto decisivo è che l’algoritmo non ti spegne, ti modella. Non reprime la parola, ne modifica il fine. La parola, invece di cercare la realtà, cerca la reazione. Invece di descrivere, performa. Invece di argomentare, segnala appartenenza. Invece di aprire, chiude. È un passaggio silenzioso ma enorme: non siamo più nel regno dell’opinione, siamo nel regno della prestazione.

E così la libertà diventa una superficie lucida: sembra libertà perché puoi dire tutto, ma impari a dire solo ciò che funziona. Sembra pluralismo perché c’è varietà, ma la varietà è spesso solo una differenza di confezioni per produrre lo stesso effetto: catturare attenzione. Sembra spontaneità perché “mettiamo la faccia”, ma la faccia viene addestrata a esprimere ciò che performa meglio. Un educatore invisibile, appunto: non punisce chi dissente, premia chi si adatta.

Ecco perché, se vogliamo parlare seriamente del problema, dobbiamo smettere di usare parole vecchie. Non è censura. È addestramento. E funziona proprio perché sembra libertà.



Roberto Bonuglia