Quando la scuola diventa coscienza civile: una giornata al Giordano Bruno di Bufalotta nel nome della memoria viva

I numeri, da soli, restituiscono la portata dell’evento. In presenza erano circa 200 gli studenti delle classi quinte superiori, mentre altri 1.500 ragazzi hanno seguito l’incontro da remoto, collegati dalle classi, da un altro plesso dell’istituto e persino dall’istituto comprensivo. Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai numeri. Il dato che davvero colpisce è un altro: la qualità dell’ascolto.

Ugo Ferrero

5/20/20265 min read

Ci sono giornate scolastiche che si consumano nel ritmo ordinario delle lezioni, degli orari, delle verifiche, delle scadenze. E poi ce ne sono altre che, pur nascendo dentro lo spazio della scuola, finiscono per oltrepassarlo. Giornate in cui l’aula smette di essere soltanto luogo di trasmissione del sapere e torna ad essere, nel senso più alto del termine, luogo di formazione. È quanto accaduto ieri presso l’Istituto Magistrale Statale Giordano Bruno di Roma Bufalotta, dove un incontro dedicato alla memoria, alla legalità e alla stagione della lotta alla mafia ha assunto il tono e la sostanza di un’esperienza autenticamente educativa.

Non si è trattato, infatti, di uno di quei momenti celebrativi che il calendario civile impone e che talvolta vengono assolti quasi per dovere. Al contrario, l’impressione nitida, fin dalle prime battute, è stata quella di trovarsi davanti a un appuntamento preparato, voluto e interiorizzato. In questo senso va riconosciuto il ruolo decisivo della Dirigente scolastica Silvia Del Monte, che ha fortemente creduto nell’iniziativa e ne ha compreso il valore non accessorio, ma strutturale. Quando una scuola sceglie di dedicare tempo, attenzione e risorse a incontri di questo tipo, essa compie una scelta precisa: dichiara che educare non significa soltanto istruire, ma anche formare lo sguardo morale e civile delle giovani generazioni.

I numeri, da soli, restituiscono la portata dell’evento. In presenza erano circa 200 gli studenti delle classi quinte superiori, mentre altri 1.500 ragazzi hanno seguito l’incontro da remoto, collegati dalle classi, da un altro plesso dell’istituto e persino dall’istituto comprensivo. Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai numeri. Il dato che davvero colpisce è un altro: la qualità dell’ascolto. In un tempo che si ama definire distratto, disperso, frantumato, per circa tre ore centinaia di giovani sono rimasti non solo composti, ma coinvolti, attenti, interiormente presenti. E questo non accade per caso.

Accade quando i contenuti hanno peso. Accade quando le parole non sono di maniera. Accade quando a parlare non sono figure astratte, ma uomini che portano dentro di sé il segno di una storia vissuta. L’introduzione del Presidente Fabrizio Giglio, che ha richiamato con chiarezza la missione di Ponti di Legalità APS, ha dato immediatamente il quadro entro cui collocare il senso dell’incontro: non una commemorazione vuota, ma un lavoro di testimonianza, consapevolezza e trasmissione. A guidare con equilibrio e profondità il dialogo è stato il Prof. Roberto Bonuglia, il cui coordinamento ha saputo tenere insieme rigore, misura e capacità di entrare in sintonia con il pubblico studentesco, evitando tanto la freddezza accademica quanto la retorica civile di maniera.

Il cuore della mattinata, naturalmente, è stato affidato alle testimonianze di Giuseppe Anselmo Lo Presti e Antonello Marini, uomini della scorta di Giovanni Falcone. Qui la parola “testimonianza” torna a riacquistare il suo peso originario. Non semplice racconto, non esposizione di ricordi, ma consegna di una presenza. In un’epoca in cui quasi tutto tende a diventare narrazione mediatica, e dunque consumo rapido di emozioni, l’incontro con chi ha attraversato direttamente una stagione tragica della storia italiana produce un effetto radicalmente diverso: ridà spessore alla memoria e le sottrae al rischio della stilizzazione.

La strage di Capaci, come molte ferite della storia repubblicana, corre oggi il pericolo di essere conosciuta più per sintesi scolastiche che per vera interiorizzazione. È il destino di molti eventi civili trasformati in icone. Si finisce per ricordarne il nome senza abitarne davvero il significato. Eppure la memoria, se vuole essere formativa, non può ridursi a formula. Ha bisogno di corpo, di voce, di esperienza, di dettagli umani. Ha bisogno di ciò che ieri i ragazzi hanno ricevuto: non una lezione sulla legalità in astratto, ma la prossimità morale di uomini che quella legalità l’hanno servita accanto a chi pagò con la vita.

In questo sta la differenza tra una scuola che informa e una scuola che forma. Informare significa aggiungere conoscenze. Formare significa incidere nell’intelligenza e nel carattere. La memoria civile, quando entra davvero nella scuola, non deve limitarsi a dire ai ragazzi che cosa è accaduto; deve aiutarli a capire perché li riguarda ancora. La mafia, del resto, non è soltanto un fenomeno criminale. È una mentalità, una cultura della forza, della convenienza, del silenzio, della complicità passiva. Contrastarla non significa soltanto ricordare i suoi delitti, ma riconoscere nelle pieghe della vita quotidiana tutto ciò che prepara il terreno dell’indifferenza morale: l’idea che il bene comune sia di nessuno, che il coraggio sia inutile, che l’interesse personale venga prima di tutto, che il male sia sempre altrove.

Da questo punto di vista, incontri come quello del Giordano Bruno hanno un valore che supera il singolo evento. Essi rimettono al centro una questione che troppo spesso il dibattito pubblico preferisce aggirare: senza una pedagogia della responsabilità, la memoria si svuota. E senza memoria viva, anche la legalità rischia di diventare una parola liturgica, buona per i convegni e per gli anniversari, ma incapace di orientare realmente i comportamenti. Proprio per questo è stato prezioso vedere una scuola trasformarsi, almeno per una mattina, in una vera comunità di ascolto.

Molto toccante è stato anche il momento musicale, affidato a Elisa Agostinelli e Renu Mariotti Solimani alla chitarra e a Davide Cananzi al pianoforte, che hanno introdotto nella mattinata una tonalità ulteriore, più raccolta e meditativa. Non si è trattato di un semplice intermezzo artistico. In certi contesti la musica fa ciò che talvolta le parole non riescono a fare fino in fondo: crea disposizione interiore, apre uno spazio di raccoglimento, permette al contenuto ascoltato di sedimentare. Anche questo ha contribuito a rendere l’incontro non un segmento isolato della giornata scolastica, ma una vera esperienza.

E poi c’è stato il finale, forse il più eloquente. Il momento delle domande. È lì, spesso, che si misura la verità di un incontro. Quando i ragazzi restano in silenzio, si può sempre pensare che abbiano ascoltato con rispetto. Ma quando cominciano a chiedere, a stringersi intorno agli ospiti, a non voler interrompere il dialogo, allora significa che qualcosa è accaduto davvero. Ed è ciò che è successo ieri: Lo Presti e Marini sono stati letteralmente circondati dagli studenti, desiderosi di continuare il confronto, di capire di più, di trattenere ancora un frammento di quella presenza. In quel gesto c’era più di una curiosità giovanile. C’era il bisogno, oggi rarissimo, di incontrare figure credibili.

Va detto con chiarezza: nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza il lavoro preparatorio del corpo docente. Gli eventi che funzionano davvero nella scuola non sono mai il frutto dell’improvvisazione. Richiedono un prima, un accompagnamento, una contestualizzazione. Richiedono docenti che credano che il proprio compito non finisca con il programma ministeriale. Ed è qui che l’Istituto Giordano Bruno di Bufalotta ha dato prova di una maturità educativa che merita di essere riconosciuta pubblicamente.

La scuola, quando è all’altezza della propria missione, non rincorre le urgenze del presente: le interpreta. Non si limita a reagire ai problemi: prepara coscienze capaci di affrontarli. In un’Italia spesso smemorata, sfilacciata, talvolta incapace di trasmettere ai più giovani il peso del bene comune, vedere una comunità scolastica così coinvolta attorno a una pagina cruciale della nostra storia repubblicana significa intravedere ancora una possibilità. Non una nostalgia del passato, ma una responsabilità verso il futuro.

Per questo la giornata del Giordano Bruno merita di essere ricordata non soltanto come un bell’incontro sulla legalità, ma come la dimostrazione concreta che esiste ancora una scuola capace di essere presidio culturale, luogo di memoria viva e officina di cittadinanza. Una scuola, insomma, che non si accontenta di istruire, ma sceglie di educare. E oggi, forse, è precisamente questa la forma più alta di resistenza civile.