Ricatto dell’accesso: quando per vivere devi “accettare” tutto
Dalla banca al medico, dal lavoro ai trasporti: la società dei “clic obbligati” trasforma i cittadini in utenti sempre sotto condizione. Non è innovazione: è addestramento alla dipendenza. Il senso critico serve a rimettere al centro diritti, non permessi.
Roberto Bonuglia
3/18/20263 min read


La scena è sempre la stessa, e proprio per questo non fa più scandalo. Ti serve un servizio. Entri. E prima ancora di capire cosa stai chiedendo, ti viene chiesto qualcosa da te: un consenso, una spunta, un’autorizzazione, un aggiornamento, una verifica, un codice. Non sei più una persona che accede a un diritto: sei un utente che deve superare un varco. La modernità non ti dice “no”. Ti dice “accetta”.
È qui che nasce il ricatto dell’accesso. Non quello plateale, con il manganello. Quello gentile, con la schermata pulita e i pulsanti colorati. Non si presenta come coercizione ma come “procedura”. E la procedura ha una forza speciale: quando la contestazione arriva, ti rispondono che “è la prassi”, che “lo fanno tutti”, che “è per la tua sicurezza”. Fine della discussione. La porta resta chiusa finché tu non firmi - o clicchi - un patto che non hai negoziato.
Certo, si potrebbe partire da SPID, dalle identità digitali, dai cookie, dai consensi profilanti, dai termini di servizio che cambiano senza che tu li legga davvero. Ma questa è la superficie. Il punto più profondo è la forma mentale che si sta normalizzando: l’idea che per esistere socialmente tu debba prima autenticarti, abilitarti, convalidarti. Che tu debba dimostrare di essere “idoneo” a ricevere ciò che, fino a ieri, era semplicemente accessibile. È una mutazione culturale: dall’accesso come condizione normale all’accesso come privilegio revocabile.
La promessa con cui tutto viene venduto è sempre la stessa: comodità. Più semplice, più veloce, più efficiente. Il problema è che la comodità non è neutra: educa. Abitua. Ti addestra a scambiare la libertà con la frizione ridotta. E siccome l’essere umano ama le scorciatoie - perché vive stanco, pressato, in affanno -finisce per accettare quasi tutto pur di non essere escluso. Non “sceglie”: si adegua. Non per stupidità, ma per sopravvivenza.
L’accesso diventa quindi un dispositivo di governo. Non nel senso complottista. Nel senso tecnico. Se ogni gesto quotidiano passa attraverso una piattaforma, allora ogni gesto quotidiano può essere condizionato. Se per lavorare devi avere una certa app, se per muoverti devi avere un account, se per prenotare una visita devi rientrare in un flusso digitale che non controlli, allora la tua autonomia diventa dipendenza infrastrutturale. Non ti vietano nulla: ti spostano dentro un corridoio. E dentro quel corridoio sei libero solo nelle direzioni previste.
Qui l’aspetto più inquietante è l’asimmetria. Il cittadino è trasparente; il sistema è opaco. Tu devi dichiarare, confermare, accettare, aggiornare. Il sistema, invece, può modificare condizioni, criteri, priorità, senza vero contraddittorio. È la logica del contratto unilaterale, mascherato da servizio. E quando provi a resistere, la risposta è sempre una forma di ricatto: “se non accetti, non puoi”. È una pedagogia della resa.
Il passaggio decisivo è questo: non si governa più solo attraverso le leggi, ma attraverso le interfacce. L’interfaccia è il nuovo codice civile quotidiano, scritto non in Parlamento ma nei pannelli di impostazioni. E poiché l’interfaccia è tecnica, viene percepita come inevitabile. Ma l’inevitabile, spesso, è soltanto ciò che non è stato discusso.
C’è poi un effetto collaterale, più sottile: l’erosione della responsabilità. Quando tutto diventa procedura, nessuno risponde. Se qualcosa va storto, ti dicono: “è il sistema”. Se un diritto viene compresso, ti dicono: “è per proteggerti”. Se un servizio diventa più difficile, ti dicono: “abbiamo aggiornato”. Il potere contemporaneo ama questa formula perché elimina il volto. Un potere senza volto è un potere che non si può interrogare.
Eppure, la via d’uscita non è tecnofobia. È senso critico. Che, in questo caso, significa una cosa molto concreta: rifiutare l’automatismo per cui “se è digitale allora è giusto”. Significa tornare a porre la domanda che l’interfaccia tenta di evitare: questa condizione è proporzionata? È necessaria? È reversibile? È trasparente? Esiste un’alternativa non digitale? E soprattutto: l’accesso a un servizio essenziale può essere subordinato a un consenso che non ha scelta reale?
Il senso critico è l’anticorpo perché rompe l’incantesimo della comodità. Ti ricorda che un diritto non è un favore e che un cittadino non è un utente. Che la libertà non è solo poter fare, ma poter dire “no” senza essere espulso dalla vita ordinaria. Finché questa possibilità non torna visibile, continueremo a scambiare il progresso con la docilità e la modernità con un eterno “accetta e continua”.
Roberto Bonuglia
