Rider, “Glovalizzazione” e caporalato algoritmico: quando il lavoro viene travestito da app
Non stiamo parlando solo di biciclette e consegne, ma di un modello che ingloba la vita reale dentro un sistema di incentivi e punizioni invisibili. Non è il lavoro che si digitalizza. È il controllo che si perfeziona.
Roberto Bonuglia
3/2/20265 min read


Un’immagine racconta meglio di mille dibattiti sulla “modernità”: un ragazzo (o un uomo di quarant’anni, o un padre separato, o uno studente fuorisede) che corre sotto la pioggia con uno zaino termico sulle spalle, mentre il suo datore di lavoro non ha un ufficio, non ha una faccia, non ha un numero di telefono. Ha un’app. E soprattutto ha un algoritmo, cioè una forma di comando che non si dichiara mai comando, perché si presenta come “ottimizzazione”. È qui che il fenomeno dei rider smette di essere cronaca di costume e diventa, invece, una cartina di tornasole dell’eredità più tossica della globalizzazione: la riduzione della persona a variabile logistica.
L’Espresso, dedicando copertina e reportage al tema con quella parola tagliente - “Glovalizzazione” - ha colto il punto senza bisogno di moralismi: non stiamo parlando solo di biciclette e consegne, ma di un modello che ingloba la vita reale dentro un sistema di incentivi e punizioni invisibili. Non è il lavoro che si digitalizza. È il controllo che si perfeziona. E la cosa più efficace, come sempre, è che viene venduta come libertà: “sei autonomo”, “scegli quando lavorare”, “sei il capo di te stesso”. Poi guardi i numeri, ascolti le testimonianze, e ti accorgi che l’autonomia è spesso un travestimento, utile soprattutto a scaricare costi e rischi sul lavoratore.
I dati citati da Ivan Cimmarusti su Il Sole 24 Ore, costruiti sulla ricerca NIdiL CGIL basata su 500 questionari raccolti in quattro lingue, sono la radiografia di questa finzione: turni di otto-dieci ore, sei o sette giorni a settimana, a cottimo; compensi medi tra due e quattro euro lordi a consegna, dentro cui “c’è tutto”, compresi tempi morti, attese, carburante, manutenzione, usura, rischio (Cimmarusti, 2026). A quel punto la parola “lavoretto” diventa una barzelletta, e anche l’idea di “flessibilità” cambia sapore: non è libertà, è esposizione. Sei flessibile perché sei sostituibile. Sei flessibile perché il sistema non promette continuità e tu, per sopravvivere, devi inseguirla.
Qui entra il primo punto che va difeso con decisione, perché è la principale forma di depotenziamento del problema: ridurre la condizione dei rider a “questione immigratoria”. È una scorciatoia comoda, perché sposta il discorso dall’organizzazione del lavoro alla sociologia del lavoratore. Si finisce così per fare due errori insieme: da un lato si alimenta una lettura cinica (“è un lavoro da stranieri”), dall’altro si lascia intatto il modello (“il problema è chi lo fa, non come è fatto”). E invece il nodo è strutturale. Anche se una parte importante del settore è composta da lavoratori migranti, la frattura non riguarda l’origine: riguarda il potere. Riguarda l’asimmetria tra chi progetta la piattaforma e chi la subisce. Riguarda il fatto che la dipendenza non è solo economica: è decisionale. Se il tuo reddito dipende da un sistema opaco che assegna consegne, calcola percorsi, misura tempi, valuta performance e stabilisce chi è “meritevole” di lavorare, allora l’autonomia è una parola di scena.
E infatti la ricerca citata mostra anche altro: moltissimi rider lavorano su più piattaforme, e questa non è “libera concorrenza” in senso romantico, è necessità (Cimmarusti, 2026). Sommare app, sommare turni, sommare consegne: è il modo in cui si tenta di comporre un reddito che, da una sola fonte, non regge. È la precarietà che si organizza da sola perché nessuno la organizza per te. E quando un lavoratore è costretto a essere contemporaneamente dipendente da più sistemi, non è “multitasking”: è fragilità resa struttura.
A questo si aggiunge una dinamica che è, se possibile, ancora più rivelatrice: l’opacità. Pochi rider dichiarano di capire davvero come si compone il compenso (Cimmarusti, 2026). Tradotto: l’algoritmo decide, ma non spiega. È una formula perfetta del post-capitalismo: la decisione è automatizzata, la responsabilità è evaporata. Non sai perché ti arriva una consegna e non un’altra, non sai perché quel tragitto vale così poco, non sai perché oggi il sistema ti “premia” e domani ti raffredda. Sei dentro un ambiente in cui la regola è invisibile e la conseguenza è concreta. È un diritto come clima, applicato al lavoro: non c’è bisogno di minacciare, basta rendere incerto. E l’incertezza, quando devi pagare l’affitto, è già un comando.
Poi ci sono i costi vivi, che sono la parte più crudele del racconto perché smontano definitivamente la favola dell’autonomia: oltre il 90% usa un mezzo proprio (Cimmarusti, 2026). Significa che il capitale minimo - bici, scooter, auto - lo metti tu. Significa che manutenzione, carburante, telefono, usura li metti tu. Significa che se piove, se c’è traffico, se ti rubano il mezzo, se ti fai male, il sistema continua a funzionare e tu no. E siccome il sistema non ama i corpi, ama le prestazioni, il corpo diventa una variabile sacrificabile. Qui l’Espresso ha ragione a parlare di “eredità” della globalizzazione: la catena del valore si è fatta più elegante, ma non meno brutale. Ha solo spostato il peso dal centro alla periferia, dal contratto al cottimo, dal datore al lavoratore.
E attenzione: la questione non è soltanto economica. È antropologica. Perché nel modello platform, il lavoro viene spezzettato in micro-task, e il micro-task viene presentato come libertà. Ma l’effetto reale è un’altra cosa: frammentazione dell’esistenza. Non lavori “otto ore”, lavori un tempo incerto e modulato, sempre pronto, sempre connesso, sempre disponibile a inseguire la prossima chiamata. È un pezzo di vita che resta in sospensione. Ed è così che il capitalismo contemporaneo ottiene il massimo: non compra solo il tuo tempo, compra la tua attenzione, la tua prontezza, la tua disponibilità a essere interrotto.
Qui arriva il secondo messaggio che mi interessa far passare, perché riguarda non solo i rider ma tutti noi: questo non è un problema “basso”. È un laboratorio. La gig economy non si ferma allo zaino termico: si espande. Cambiano gli strumenti, cambiano le competenze richieste, ma la logica resta. Lavoratori con istruzione alta, creativi, consulenti, professionisti a chiamata, tecnici che vendono prestazioni su piattaforme diverse: la forma cambia, il dominio resta. Anche lì, spesso, c’è un algoritmo che ordina visibilità, che distribuisce opportunità, che valuta reputazione, che decide chi sale e chi sparisce. Tu credi di essere un professionista libero, e magari lo sei formalmente, ma se il tuo accesso al lavoro passa per una piattaforma che detta regole unilaterali, allora la tua libertà è condizionata. È un’autonomia con il guinzaglio, solo che il guinzaglio è digitale.
E l’utente finale? L’utente finale è la parte più interessante perché è la più innocente e la più complice. È convinto di comprarsi un maggiordomo per quindici minuti, un servizio “frictionless”, una comodità meritata. Non vede il prezzo perché il prezzo non è nel suo scontrino: è nel corpo di qualcun altro. È nel tempo di attesa non pagato. È nel rischio stradale. È nell’opacità contrattuale. È nella normalizzazione di un lavoro senza garanzie. Questa è la vera astuzia del sistema: non ti chiede di essere cattivo. Ti chiede solo di essere comodo. E la comodità, oggi, è una religione diffusissima.
Il punto finale, allora, è semplice e non negoziabile: la questione rider non è un tema “di nicchia”, né un segmento folkloristico della modernità urbana. È la prova generale di una società in cui le grundnorm costituzionali - dignità del lavoro, tutela, sicurezza, proporzione - vengono aggirate non con un colpo di Stato, ma con una app. Si evita il conflitto sindacale perché si evita il rapporto di lavoro. Si evitano le responsabilità perché si spezzetta l’attività. Si evita il volto del potere perché il potere diventa interfaccia.
Ecco perché parlarne in chiave di senso critico è necessario: perché non è solo “povertà”. È un modello di governo delle vite. E se lo accettiamo qui, lo accetteremo ovunque. Non ci sarà più uno zaino termico, magari; ci sarà un profilo. Un punteggio. Un ranking. Ma la sostanza resterà la stessa: la libertà venduta come autonomia, e l’autonomia ridotta a obbedienza ottimizzata.
Roberto Bonuglia
Riferimenti:
I. Cimmarusti, Per i rider del food delivery 10 ore di lavoro al giorno con 2 euro a consegna, in “Il Sole 24 Ore” del 7 febbraio 2026, in https://www.ilsole24ore.com/art/la-trappola-food-delivery-i-rider-10-ore-lavoro-giorno-2-euro-consegna-AI9kNcHB
G. Riva, Glovalizzazione, in “L’Espresso”, del 20 febbraio 2026, pp. 12-15
L. Stasi, Il caporalato è un modello di business, in ivi, pp. 16-18.
