Sharenting: quando i genitori trasformano i figli in contenuto digitale prima che possano dire no
Milioni di bambini crescono con un'identità digitale costruita da altri, prima ancora di averne una propria. Non è solo una questione di privacy: è una questione di potere. Il genitore che posta diventa il primo algoritmo che decide come il figlio viene visto - e giudicato - dal mondo.
Roberto Bonuglia
3/25/20263 min read


Profili Instagram aperti alla nascita, video su YouTube che documentano i primi passi, i primi pianti, i primi imbarazzi. «Family account» con decine di migliaia di follower che seguono la crescita di un bambino come si segue una serie televisiva. Il fenomeno ha un nome - sharenting, dalla crasi di sharing e parenting - e ha dimensioni che il dibattito pubblico italiano stenta ancora a misurare con la serietà che merita.
La tentazione, anche qui, è di ridurre tutto a una questione di privacy. È la scorciatoia più comoda: ci si interroga sui dati, sui rischi di esposizione, sulle insidie dei malintenzionati in rete. Tutto reale, tutto legittimo. Ma fermarsi lì significa non vedere il nodo più profondo, quello che riguarda non la sicurezza del bambino ma la sua identità. Non cosa gli può capitare, ma chi sta diventando - o meglio, chi qualcun altro sta decidendo che sia - prima ancora che lui possa avere voce in capitolo.
La questione, formulata con precisione, è questa: cosa significa crescere sapendo che la propria infanzia è già stata narrata, filtrata, monetizzata e consegnata a un pubblico da qualcun altro? Ogni essere umano costruisce nel tempo una propria narrazione di sé: seleziona i ricordi, decide cosa mostrare e cosa tenere nell'ombra, elabora il passato attraverso il filtro della propria coscienza in formazione. È un processo lento, faticoso, essenziale. Lo sharenting lo anticipa e lo scavalca: l'archivio digitale del bambino esiste già, è pubblico, è indicizzato, è commentato. L'identità è stata pre-costruita prima che il soggetto esistesse come tale.
Il genitore che posta diventa, in questo senso, il primo algoritmo della vita del figlio: seleziona le immagini, sceglie i frame, decide il tono della narrazione, stabilisce cosa è degno di essere mostrato e cosa no. Esattamente come un algoritmo di piattaforma, opera per ottimizzazione - massimizzare il coinvolgimento, aumentare i follower, costruire un'immagine coerente e appetibile. La differenza è che l'oggetto di questa ottimizzazione non è un prodotto: è una persona. Ed è una persona che non ha ancora gli strumenti per capire cosa sta accadendo, né per opporsi.
Va detto con chiarezza: non si tratta di demonizzare il genitore che condivide una foto del figlio. Il confine non è lì. Il confine - sottile ma decisivo - è tra il condividere un momento e il costruire sistematicamente un personaggio. Tra il mostrare e il produrre. Tra l'affetto che vuole raccontarsi e l'ambizione che usa il figlio come mezzo. Quando il bambino diventa il protagonista di un canale che genera visualizzazioni, sponsorizzazioni, collaborazioni commerciali, si è già oltre la spontaneità familiare: si è dentro una logica estrattiva nella quale il minore è, a tutti gli effetti, forza lavoro inconsapevole.
La legislazione italiana e quella europea si muovono con il passo tipico del diritto davanti alle trasformazioni tecnologiche: in ritardo strutturale. Il GDPR tutela i dati, non l'identità narrativa. Il codice civile tutela l'immagine, ma con strumenti pensati per un mondo analogico. Nel frattempo, la giurisprudenza di altri Paesi comincia a interrogarsi - timidamente - sul diritto del minore a rivendicare, una volta adulto, la cancellazione della propria presenza digitale pre-consensuale. È il cosiddetto right to be forgotten applicato alla propria infanzia: poter chiedere che quella narrazione altrui venga rimossa, che l'archivio venga chiuso, che il personaggio costruito da altri smetta di circolare.
Ma il danno più difficile da risarcire non è quello giuridico. È quello psicologico. Un bambino che cresce con la consapevolezza - graduale, inevitabile - di essere stato esposto, commentato, valutato da migliaia di sconosciuti nei momenti più vulnerabili della propria esistenza, porta con sé un peso specifico: l'idea che il proprio valore dipenda dalla visibilità, che l'intimità sia una risorsa da sfruttare, che il confine tra sé e il proprio «profilo» sia, in fondo, irrilevante. Sono esattamente le categorie mentali che la società digitale vorrebbe normalizzare in tutti noi. La differenza è che agli adulti viene almeno chiesto di sceglierle. Ai bambini dello sharenting, no.
L'infanzia ha bisogno di ombra per crescere. Non di oscurità, ma di quello spazio protetto in cui si può sbagliare, cadere, essere brutti, essere imperfetti, essere incompiuti - senza che nessuno stia guardando. Quando quell'ombra viene tolta prima ancora che il bambino la possa abitare, ciò che si ottiene non è un figlio più connesso al mondo: è un adulto che non ha mai imparato a stare con se stesso senza un pubblico.
Roberto Bonuglia
