“Sicurezza” come parola magica: quando la prevenzione diventa pre-colpa
La sicurezza è diventata una formula che chiude le discussioni prima ancora che inizino. Non si punisce più ciò che fai: si governa ciò che potresti fare. Così il cittadino viene trattato come rischio, e la libertà come eccezione da autorizzare.
Roberto Bonuglia
3/11/20263 min read


La parola “sicurezza” oggi funziona come un lasciapassare. La pronunci e molte domande si ritirano. La pronunci e la discussione cambia tono: diventa urgente, emotiva, indiscutibile. È una parola che non argomenta: sospende. E proprio per questo è perfetta per il nostro tempo, che ha sempre meno pazienza per la complessità e sempre più appetito per le soluzioni rapide, magari “tecniche”, magari “inevitabili”.
Il problema non è desiderare sicurezza. Sarebbe ridicolo: chi non vuole vivere in un contesto ordinato, protetto, prevedibile? Il problema è la metamorfosi della sicurezza da fine legittimo a dispositivo politico. Quando la sicurezza diventa l’ultima parola, non è più una tutela: è un metodo. E il metodo è questo: non si governa più l’atto, si governa la possibilità dell’atto. Non si punisce ciò che hai fatto, si interviene su ciò che potresti fare. Si passa dalla responsabilità alla pre-colpa.
La responsabilità è una categoria adulta. Presuppone soggetti, scelte, conseguenze. Implica prova, giudizio, contraddittorio. La pre-colpa, invece, è una categoria infantile e potentissima: non ha bisogno di prove, perché lavora sul rischio. E il rischio, per definizione, non è un fatto: è una previsione. Una proiezione. Un modello. Qualcosa che “potrebbe” accadere. È qui che la politica trova la scorciatoia perfetta: non deve più dimostrare, deve solo prevenire.
Il passaggio avviene quasi sempre nello stesso modo. Si prende un caso, spesso reale e drammatico, lo si eleva a paradigma e lo si usa come trampolino per estendere poteri, sorveglianze, strumenti. La formula è sempre simile: “non possiamo aspettare”, “serve intervenire prima”, “basta lassismo”, “chi non ha nulla da nascondere non teme controlli”. È il linguaggio della protezione, certo. Ma anche il linguaggio dell’espansione. E il punto è che l’espansione, una volta avviata, raramente torna indietro: l’emergenza è una porta girevole che gira quasi sempre in una sola direzione.
In questo scenario, il cittadino cambia status. Non è più un soggetto da convincere, diventa un rischio da gestire. La libertà non è più il presupposto, diventa una concessione condizionata. E se guardiamo bene, è già successo: in molti ambiti la vita pubblica è piena di cartelli invisibili, di “vietato” impliciti, di spazi che si restringono senza bisogno di un divieto esplicito. Non serve la repressione dura: basta l’autoregolazione indotta dalla paura di sbagliare.
Qui la tecnocrazia entra in scena con il suo volto migliore, quello che non sembra potere. Perché se la sicurezza è rischio, allora servono strumenti per misurare il rischio. E chi misura? Chi possiede dati. Chi gestisce infrastrutture. Chi costruisce indicatori. Il potere diventa statistico. Non ti dice “ti proibisco”: ti dice “lo dice l’algoritmo”, “lo dicono i parametri”, “lo dice la valutazione”. E, di colpo, la decisione politica si traveste da necessità tecnica. Non si discute più il fine, si discute al massimo la taratura. È il punto in cui la democrazia si riduce a amministrazione: il governo non persuade, gestisce.
La pre-colpa produce anche un altro effetto, più sottile: sposta il baricentro morale. In una società fondata sulla responsabilità, l’errore è giudicabile, ma l’essere umano resta libero. In una società fondata sul rischio, l’essere umano è “potenzialmente colpevole” perché è potenzialmente pericoloso. E questo cambia il clima mentale: si diventa prudenti non perché si è maturi, ma perché si è osservati. Si diventa docili non perché si è convinti, ma perché conviene. È il passaggio dalla coscienza al calcolo. Ed è una frattura antropologica prima ancora che politica.
Qualcuno dirà: ma la prevenzione salva vite. Vero. Ma proprio per questo va maneggiata con rigore, altrimenti diventa un alibi infinito. La prevenzione ha un senso quando è proporzionata, temporanea, verificabile, reversibile. Quando invece diventa permanente, opaca, cumulativa, allora smette di prevenire: normalizza. Trasforma l’eccezione in regola. E una regola fondata sulla paura è sempre una regola instabile: per reggersi deve generare nuova paura, nuovi rischi, nuove emergenze. È un motore che non si spegne da solo.
Il senso critico, qui, non chiede di scegliere tra sicurezza e libertà come se fossero due squadre in campo. Chiede di rifiutare il ricatto concettuale. La domanda adulta non è “sicurezza o libertà?”, ma “quale sicurezza, a quale prezzo, con quali limiti, sotto quali controlli?”. E soprattutto: chi decide il rischio? Chi lo definisce? Chi lo misura? Chi lo certifica? Perché il rischio, se diventa categoria politica, non è più un dato: è una leva.
Quando la sicurezza diventa parola magica, il potere non deve più convincere: deve solo proteggere. E chi protegge, per definizione, non si discute. È qui che la pre-colpa diventa un regime di normalità: non ti punisce perché hai fatto, ma ti governa perché potresti fare. E in quel “potresti” la libertà, lentamente, impara a chiedere permesso.
Roberto Bonuglia
