Stretto di Hormuz: perché la partita non si vince con le portaerei (e cosa ci dice sul nostro tempo)

C’è un punto geografico che, più di molti summit e più di molte dichiarazioni muscolari, decide il tono reale della politica mondiale: lo Stretto di Hormuz. Una gola d’acqua stretta, nervosa, affollata, dove la geopolitica smette di essere teoria e torna a essere materia: correnti, coste, distanze, missili, mine, assicurazioni, paura. E dove una verità, spesso rimossa per ragioni narrative, tende a imporsi con brutalità

Roberto Bonuglia

4/1/20264 min read

C’è un punto geografico che, più di molti summit e più di molte dichiarazioni muscolari, decide il tono reale della politica mondiale: lo Stretto di Hormuz. Una gola d’acqua stretta, nervosa, affollata, dove la geopolitica smette di essere teoria e torna a essere materia: correnti, coste, distanze, missili, mine, assicurazioni, paura. E dove una verità, spesso rimossa per ragioni narrative, tende a imporsi con brutalità: uno stretto non “si apre” perché una potenza lo pretende; si riapre quando chi può renderlo impraticabile decide di consentirne la praticabilità.

È qui che l’idea di un passaggio “forzabile” da parte della superiorità tecnologica occidentale comincia a scricchiolare. Perché in mare aperto l’egemonia navale è un fatto; in acque ristrette diventa un problema. La dottrina distingue bene tra impedire al nemico di manovrare (sea denial) e garantire la sicurezza del traffico (sea control): nel primo caso basta rendere rischioso il mare per l’avversario; nel secondo bisogna renderlo affidabile per tutti gli altri. E la differenza non è accademica: è esattamente ciò che separa una dimostrazione di potenza da un risultato politico.

La tentazione ‒ soprattutto quando la leadership politica ha costruito la propria immagine su un lessico di “forza”, “decisività”, “pressione” ‒ è credere che il mare si comporti come una conferenza stampa: alzi la voce, mostri i mezzi, e la realtà si allinea. Ma Hormuz non è un palco. È un imbuto. E in un imbuto il vantaggio non è sempre di chi ha la flotta più grande: è spesso di chi può saturare il passaggio con armi relativamente economiche, riproducibili, e difficili da neutralizzare in modo definitivo.

Qui entra in scena la lezione più contemporanea delle guerre recenti: la massa di strumenti relativamente rudimentali ma performanti ‒ droni, missili antinave, ordigni galleggianti, mine improvvisate ma efficaci ‒ può mettere in crisi apparati costosissimi, sofisticati, numericamente finiti e lenti da rimpiazzare. Non è un giudizio morale sulla tecnologia: è un dato strategico. E implica una conseguenza spesso ignorata: l’asimmetria dei costi. Un intercettore moderno, una difesa antimissile, una scorta organizzata, consumano risorse ad altissima intensità; la minaccia può essere replicata a costo inferiore e in quantità potenzialmente “inesauribile” lungo costa. Non serve annientare una flotta per ottenere un effetto politico. Basta rendere il transito non assicurabile. Basta colpire poche petroliere, o anche solo dimostrare che possono essere colpite, perché il sistema economico si “auto-interrompa”.

Ed è qui che la guerra moderna mostra la sua forma più subdola: non è solo il colpo che affonda una nave; è la polizza che non viene più firmata. È l’armatore che devia. È il mercato che impazzisce senza che nessuno debba “vincere” militarmente. Se le compagnie assicurative si sfilano, lo stretto si chiude anche senza una barricata visibile. Non serve occupare: basta contaminare la percezione del rischio.

Qualcuno potrebbe obiettare: si possono organizzare convogli scortati. È vero. Ma la scorta, per quanto potente, ha due limiti che non si eludono con l’ottimismo: il primo è logistico (celle e depositi non sono infiniti); il secondo è temporale (la sostenibilità di uno sforzo ad alto consumo non coincide con la durata di una crisi politica). La protezione continua del traffico commerciale in un corridoio stretto e minacciato non è un “intervento”: è un regime. E un regime, se dura settimane o mesi, diventa una forma di logoramento.

A questo punto emerge l’idea che molti preferiscono non nominare: se davvero si volesse “risolvere” il problema con una soluzione militare definitiva, bisognerebbe conquistare e tenere il litorale. Cioè trasformare una questione marittima in un’operazione terrestre, con la conseguenza più prevedibile di tutte: entrare in una guerra di attrito, lunga, costosa, politicamente tossica. E qui la storia si fa maestra non per nostalgia, ma per analogia strutturale. In acque ristrette, le marine più avanzate del loro tempo hanno già scoperto che cannoni giganteschi e navi prestigiose non bastano a neutralizzare postazioni costiere ben disposte e sbarramenti esplosivi collocati nel punto giusto. Quando il passaggio non si apre dal mare, l’unica alternativa è la terra. Ma la terra, in quell’area, non è un dettaglio: è un fronte. E ogni fronte aperto ha la caratteristica di diventare più facile da aprire che da chiudere.

Intanto, mentre si discute di “azioni risolutive”, il tempo lavora in una direzione precisa: quella del danno cumulativo alle economie dipendenti dal flusso energetico. Qui compare una frattura che merita attenzione perché spiega molte posture pubbliche: chi è più esposto alla strozzatura, pagherà prima; chi è relativamente più autosufficiente, può permettersi una postura più dura ‒ e persino giocare di sponda sul rialzo dei prezzi. In altre parole, non tutti hanno lo stesso incentivo a “farla finita” rapidamente. E quando gli incentivi divergono, la crisi tende a prolungarsi, perché ciascuno spera di uscirne con un vantaggio relativo.

C’è poi un ulteriore elemento che rende la chiusura dello stretto un dispositivo strategico formidabile: la possibilità di resistere. Chi non deve “conquistare” ma solo “tenere chiuso” può limitarsi a sopravvivere politicamente e militarmente, lasciando che la pressione economica, diplomatica e sociale si accumuli altrove. È una guerra al contrario: non punta a prendere territorio, punta a rendere il costo dell’intervento superiore al beneficio della sua prosecuzione. E questa è la parte più inquietante, perché è perfettamente compatibile con una fase lunga, fatta di scaramucce, annunci, “missioni” e contro-misure che non risolvono, ma amministrano.

Per questo, quando si osserva Hormuz, conviene diffidare di due illusioni speculari. La prima è l’illusione della potenza: l’idea che la tecnologia trasformi automaticamente la geopolitica in un problema di rapidità e superiorità. La seconda è l’illusione dell’evento: l’idea che ci sarà un colpo, una notte, una firma, e poi si torna alla normalità. La normalità, in questi casi, non torna da sola. E spesso non torna affatto nello stesso modo.

Se vogliamo un criterio di realismo ‒ non partigiano, non ideologico, semplicemente realistico ‒ dovremmo ripeterci una frase elementare: le guerre finiscono quando si ricostruisce un equilibrio che renda il costo della prosecuzione superiore a quello della composizione. Finché ciascuno crede di poter “reggere” un po’ di più, la guerra non finisce; si trascina.

Ecco perché, in chiusura, l’esortazione alla pace non è un abbellimento morale: è un imperativo di intelligenza politica. Perché ogni giorno in più in cui un corridoio vitale resta ostaggio del rischio, non è solo un giorno di tensione: è un giorno in cui si normalizza l’idea che la forza sia una scorciatoia. Le scorciatoie, nella storia, hanno un vizio: ti portano sempre più lontano da dove volevi arrivare.

Roberto Bonuglia