Tre domande e tre risposte su secolarizzazione, capitalismo e sonnambulismo

Dal Medioevo mercantile alla società dei consumi, fino al sonnambulismo contemporaneo: una risposta alle tre domande di Martino Mora per ricostruire, senza semplificazioni, il legame tra secolarizzazione, autonomia dell’economia e trasformazione dell’uomo occidentale.

Martino Mora e Roberto Bonuglia

10/10/20268 min read

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un ulteriore spunto di riflessione dal Prof. Martino Mora autore di Dissoluzione. Perché la nostra civiltà sta morendo che dopo il suo primo articolo Cadaveri viventi del 20 luglio 2026 è stato seguito da una live su YouTube sul nostro canale e da un articolo del Prof. Bonuglia del 7 agosto 2026 dal titolo Cadaveri viventi? Consumismo, destoricizzazione e il ritorno del senso critico. Il dibattito continua con tre domande e tre risposte su questi temi di assoluto interesse e valore intellettuale.

Tre domande al Prof. Bonuglia

Il professor Roberto Bonuglia nel suo articolo “Cadaveri viventi? Consumismo, destoricizzazione e il ritorno del senso critico” ha ripreso un mio commento precedente intitolato “Cadaveri viventi” (ma senza il punto di domanda finale), in cui lo citavo come lucido indagatore del rapporto tra la società dei consumi e la scristianizzazione delle masse. Citavo in particolare una sua frase lapidaria: “Penso che la causa principale della secolarizzazione sia il consumismo, il prevalere del modello capitalistico”. Nel suo commento di risposta, lo storico romano ha voluto fare alcune precisazioni riguardo al proprio pensiero. Ciò mi spinge quindi a proporre alla sua cortese attenzione alcune domande dirette, in modo che possa proporre ai lettori in modo ancora più preciso e circostanziato le sue riflessioni sui processi plurisecolari di scristianizzazione e di economicizzazione.

Prima domanda. Ha scritto il professor Bonuglia: “Il consumismo non ha inventato la secolarizzazione. Sarebbe storicamente insostenibile affermarlo”, ma “assolutamente la accelera, la rende quotidiana e soprattutto la trasforma in un fatto antropologico”. Se quindi la secolarizzazione o scristianizzazione è stata accelerata dal consumismo, ma non dipende, storicamente parlando, in prima istanza da esso, quali sono, secondo Bonuglia, le cause primarie del processo storico di secolarizzazione?

La seconda domanda. Se Roberto Bonuglia riconosce, come Karl Polanyi da egli stesso citato, il progressivo emergere egemonico dell’economia durante l’epoca moderna e contemporanea, che rapporto intercorre, secondo lui, tra il “disincastrarsi” progressivo e irresistibile dell’economia dal sociale descritto da Polanyi, e il fenomeno plurisecolare della secolarizzazione/scristianizzazione? Aveva ragione o torto, ad esempio, Gianfranco Miglio quando scriveva che con la “comparsa alla fine del XII secolo di un’attività mercantile sempre più intensa indirizzata a commercializzare i prodotti dell’artigianato comincia la lunga marcia verso il sistema sociale e politico che caratterizzerà l’età moderna. Laicizzando profondamente la cultura del tempo tali passaggi mettono in crisi il valore attribuito alla trascendenza, senza dubbio la caratteristica centrale della mentalità medioevale“ (Lezioni di Politica vol-1, pag. 134). Che ne pensa il professor Bonuglia?

La terza domanda. Bonuglia ha individuato con grande acutezza il legame tra consumismo economico (di merci) , e consumismo istintuale ed emozionale (di corpi e di relazioni) tipico della rivoluzione sessuale. . Afferma però che ridurre la rivoluzione sessuale “a un’invenzione del capitalismo sarebbe eccessivo”. Semmai fu il mercato – continua lo storico- a imparare “a commerciare la liberazione. La trasgressione poteva vendere... il corpo poteva vendere”. E questo è indiscutibile. D’altronde molti (non tutti) dei principali teorici e propagandisti dell’”amore libero” si definivano anticapitalisti.

Eppure nonostante questo - e giungo alla domanda vera e propria - se il capitalismo e la società opulenta hanno prodotto il consumismo commerciale, come non vedere nel consumismo istintuale/emozionale ad esso legato per mentalità, caro professor Bonuglia, (anche) una filiazione dallo stesso spirito del capitalismo e dalla stessa società opulenta?

Ringrazio Roberto Bonuglia per la sua estrema disponibilità al dialogo.

Secolarizzazione, capitalismo e sonnambulismo: tre risposte a Martino Mora

Ringrazio a mia volta il Prof. Martino Mora per aver voluto proseguire un confronto che, partito dai suoi Cadaveri viventi, sta assumendo una forma che considero particolarmente feconda in quanto dialogo tra studiosi e non una gara a chi pronuncia la formula più definitiva. Opportunità assai preziosa quanto rara nei “normali” dibattiti rinvenibili “online”. Le sue tre domande non chiedono una replica. Chiedono di scavare. E obbligano a fare ciò che ogni autentico esercizio di senso critico dovrebbe imporre alla luce dell’onestà intellettuale: tornare sulle proprie affermazioni, precisarle, eventualmente correggerle, senza per questo rinunciare al nucleo della propria lettura. Del resto, già nel primo intervento Mora aveva raccolto e sviluppato alcune mie osservazioni sul rapporto tra consumismo, secolarizzazione e «mentalità dominante» dell’economia, mettendole attentamente in dialogo con Sombart, De Bonald, Pasolini, Evola e Todd (Mora, 2026). Partirei esattamente da lì.

La prima domanda riguarda le origini della secolarizzazione. Se il consumismo l’ha accelerata, ma non l’ha prodotta, dove va cercata la causa?

Non credo esista una causa unica. La scristianizzazione europea è un processo plurisecolare, diseguale, talvolta contraddittorio. La frantumazione dell’unità religiosa occidentale, la Riforma, le guerre confessionali, il razionalismo, l’Illuminismo, il positivismo e infine le grandi ideologie moderne appartengono, con peso diverso, a questa storia. Anche per gli anni Sessanta, spesso assunti come anno zero della frattura, la ricerca mostra processi di declino religioso già precedentemente in corso (Field, 2017; Brown, 2019). Da una prospettiva cristiana, tuttavia, il punto più profondo è un altro: la trascendenza cessa progressivamente di rappresentare la misura condivisa dell’ordine umano. Non scompare il bisogno di assoluto. Si sposta.

È una chiave che ho ripreso recentemente in Voci e visioni attraverso Voegelin: quando il fondamento trascendente viene espulso, l’uomo tende a trasferire l’assoluto dentro la storia, attribuendolo allo Stato, alla classe, alla razza, al progresso, alla scienza o, oggi, alla tecnica. La salvezza smette di essere ricevuta e diventa progetto (Voegelin, 1993; Bonuglia, 2026). Il consumismo, però, arriva molto dopo. Ma arriva su un terreno già preparato.

E qui aggiungerei qualcosa che Mora, con la sua interessante “provocazione”, mi ha aiutato a vedere ancora meglio: il miracolo economico italiano non portò soltanto frigoriferi, automobili, televisori e una prosperità che sarebbe sciocco rimpiangere di non avere conosciuto. Modificò anche la grammatica della vita quotidiana. Il passaggio dalla parsimonia al consumo fu insieme economico, sociale e antropologico (Aliberti, 2003). La vita di ringhiera, le porte che potevano restare aperte, il pianerottolo abitato, il cortile nel quale i bambini inventavano un pallone con quello che trovavano non devono essere trasformati in un presepe sociologico. C’erano povertà, conflitti, invadenza, assenza di privacy. Ma c’era una cosa che abbiamo progressivamente perduto: la necessità dell’altro.

Il cortile obbligava alla relazione. Il consumo tende invece a privatizzare la soddisfazione. Il televisore portò il mondo dentro casa; poi sarebbero arrivati più televisori, una stanza per ciascuno, il computer, Internet, lo smartphone. Le porte si sono chiuse. In molti casi sono diventate blindate. I pianerottoli si sono svuotati. La diffidenza ha sostituito una parte della prossimità. Il bambino che doveva cercare altri bambini per giocare può oggi trascorrere ore in una stanza senza averne bisogno. Naturalmente sarebbe assurdo tracciare una linea causale dal frigorifero agli hikikomori. Ma sarebbe altrettanto ingenuo non vedere la direzione antropologica: dalla comunità necessaria all’autosufficienza apparente dell’individuo consumatore. Pasolini aveva intuito proprio questa mutazione quando denunciava il potere omologante della società dei consumi (Pasolini, 1975).

La seconda domanda di Mora ci porta più indietro: Miglio aveva ragione a collocare già nella rinascita mercantile del XII secolo una premessa della laicizzazione moderna?

Direi: in larga misura sì. Il commercio, però, da solo non secolarizza. Ma quando produce accumulazione, monetizzazione crescente, credito, nuove tecniche finanziarie e gruppi sociali ‒ o etnici ‒ la cui forza dipende sempre meno dalla terra e sempre più dalla circolazione del denaro, qualcosa nell’ordine precedente comincia effettivamente a muoversi. La nascita e il consolidamento delle attività bancarie sono parte di quella frattura. Persino il problema dell’usura è rivelatore. La Chiesa medievale continuò a condannarla; la crescita degli scambi impose però distinzioni, adattamenti e compromessi sempre più sofisticati. Le Goff ha mostrato quanto la figura dell’usuraio e quella del banchiere appartengano precisamente alla tensione fra salvezza eterna e nuova potenza del denaro (Le Goff, 2003).

Non è ancora capitalismo globale. Ma qualcosa si emancipa e proprio Polanyi ci consente di capire il seguito: il problema non è l’esistenza dei mercati, antichissima, bensì la progressiva formazione di una società di mercato, nella quale non è più l’economia a essere contenuta nei rapporti sociali; sono i rapporti sociali a essere riorganizzati secondo la logica economica (Polanyi, 2001 [1944]). Avevo già provato a descrivere questa mutazione in Dalla globalizzazione alla tecnocrazia: «l’economico da aspetto particolare della vita, è divenuto mentalità dominante e principio formante delle relazioni sociali» (Bonuglia, 2022, p. 62). È precisamente qui che lo scambio cessa di essere una funzione della società e comincia a fornire alla società stessa la propria grammatica. La lunga durata arriva fino a noi. Nella fase contemporanea, l’accumulazione finanziaria e la globalizzazione compiono un salto ulteriore: capitali, grandi gruppi e mercati acquistano una capacità di movimento superiore a quella degli Stati. È allora ‒ molto più tardi ‒ che la sovranità nazionale comincia realmente a essere erosa da poteri economici transnazionali.

Ed eccoci alla terza domanda.

Il consumismo sessuale ed emozionale è figlio del capitalismo? Continuo a rispondere: non secondo una genealogia semplice; sì, se guardiamo alla convergenza antropologica. De facto, come ben rileva Mora, molti protagonisti della rivoluzione sessuale erano anticapitalisti. Ma il capitalismo maturo ha dimostrato una straordinaria capacità di metabolizzare ciò che nasceva contro di esso. Bell aveva già individuato la contraddizione fra una struttura economica fondata sulla disciplina e una cultura orientata alla gratificazione immediata (Bell, 1996 [1976]). Il mercato ha imparato così a vendere perfino la ribellione: negli anni Settanta il corpo è diventato prodotto. La trasgressione ‒ “rainbow pride” docet (sic!) ‒ stile. L’anticonformismo brand. La relazione esperienza sostituibile. In Voci e visioni, attraverso Bauman, ho insistito su questo punto: il consumatore contemporaneo non consuma più soltanto merci. Consuma identità, rapporti, versioni provvisorie di sé. E finisce per credersi libero perché può scegliere continuamente, senza accorgersi che spesso il catalogo delle possibilità gli è stato preparato da altri.

Qui ritrovo il sonnambulismo.

Il sonnambulo si muove, ma non sa pienamente perché lo faccia. Anche l’uomo contemporaneo sceglie, compra, cambia, desidera, respinge, sostituisce. Il vero problema comincia quando smette di domandarsi da dove arrivino quei desideri. Secolarizzazione, autonomizzazione dell’economia e consumismo possono non necessariamente coincidere se sovrapposte. Hanno genealogie differenti. A un certo punto, però, si saldano. Ne consegue che la perdita della trascendenza lasci un vuoto e l’economia fattasi finanza tende a occuparlo. Il consumo rende quella sostituzione piacevole e quotidiana.

Ed è probabilmente qui che il dialogo con l'autore dell'illuminante Dissoluzione trova, almeno provvisoriamente, il suo punto più fertile: comprendere che il contrario del consumismo non è la povertà. È la misura. Il contrario del sonnambulismo, come ho scritto altrove, non è avere tutte le risposte. È tornare coscienti.

Bibliografia e riferimenti

Aliberti, G. (2003), Dalla parsimonia al consumo. Cento anni di vita quotidiana in Italia (1870-1970), Firenze, Le Monnier.

Bauman, Z. (2008), Consumo, dunque sono, Roma-Bari, Laterza.

Bell, D. (1996 [1976]), The Cultural Contradictions of Capitalism, 20th Anniversary Edition, New York, Basic Books.

Bonuglia, R. (2022), Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio, Torino, Larsen Edizioni.

Bonuglia, R. (2026), Voci e visioni. 15 autori contro il sonnambulismo contemporaneo, Lecce, Youcanprint.

Brown, C.G. (2019), The Battle for Christian Britain. Sex, Humanists and Secularisation, 1945-1980, Cambridge, Cambridge University Press.

Field, C.D. (2017), Secularization in the Long 1960s. Numerating Religion in Britain, Oxford, Oxford University Press.

Le Goff, J. (2003), La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere, trad. di S. Addamiano, Roma-Bari, Laterza.

Miglio, G. (2011), Lezioni di politica. I. Storia delle dottrine politiche, Bologna, il Mulino.

Mora, M. (2026), «Cadaveri viventi», Arianna Editrice, 20 luglio 2026.

Pasolini, P.P. (1999), «Bisognerebbe processare i gerarchi Dc», in Id., Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, p. 634 [ed. orig. in Il Mondo, 28 agosto 1975].

Polanyi, K. (2001 [1944]), The Great Transformation. The Political and Economic Origins of Our Time, Boston, Beacon Press.

Voegelin, E. (1993), La politica: dai simboli alle esperienze, vol. I, Le religioni politiche, Milano, Giuffrè.

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