Ugo Ferrero e il dono della fragilità: le labbra, il silenzio e la parola in "Telegramma" nella mostra Fragile ergo sum
Alla mostra Fragile ergo sum, l’opera "Telegramma" di Ugo Ferrero trasforma le labbra in simbolo di parola, silenzio e fragilità donata. Un percorso dentro la poetica di un artista che intreccia pittura, poesia e comunicazione, restituendo alla vulnerabilità un valore umano, relazionale e sorprendentemente generativo.
Roberto Bonuglia
3/8/20264 min read


Nel quadro della collettiva Fragile ergo sum, allestita presso la Biblioteca Vallicelliana di Roma e costruita attorno all’idea della fragilità come condizione costitutiva dell’umano, l’opera di Ugo Ferrero si impone con una forza quieta, quasi disarmante. La mostra, curata da Roberto Gramiccia e Alberto Dambruoso, muove infatti da un assunto preciso: la fragilità non è soltanto una mancanza, né un semplice segno di vulnerabilità, ma può diventare soglia di consapevolezza, energia generativa, spazio di relazione e di trasformazione. In questo orizzonte teorico, il lavoro di Ferrero trova una collocazione particolarmente felice, perché riesce a tradurre tale intuizione in una forma essenziale, immediata e insieme densissima di risonanze.
"Telegramma", l’opera presentata da Ferrero, si concentra sulle labbra. È una scelta che potrebbe apparire minima, quasi parziale, e invece si rivela subito centrale. Le labbra, infatti, sono uno dei luoghi più esposti e più ambigui del corpo. Sono la soglia della parola, ma anche il punto in cui la parola si arresta. Sono organo del dire, e contemporaneamente figura del trattenere, del tacere, del non voler o non poter esprimere. In esse si manifesta una duplicità radicale: comunicazione e sospensione della comunicazione, verbalità e gesto, confessione e reticenza, apertura e difesa. Ferrero coglie con lucidità questa natura doppia e la affida a un’immagine che non descrive semplicemente delle labbra, ma le trasforma in un campo semantico, in una vera e propria soglia simbolica.
A rendere ancora più incisivo il lavoro interviene il breve testo che accompagna l’immagine, costruito come un haiku o, meglio, come una folgorazione poetica di ascendenza orientale: “La mia fragilità / per voi / che testardamente amo”. Qui il nucleo dell’opera si chiarisce. La fragilità non viene esibita come ferita narcisistica, né come domanda di protezione. Viene offerta. Diventa dono. E questo dono passa, non a caso, proprio per le labbra: passa cioè per il luogo in cui l’interiorità si fa parola, ma anche per il luogo in cui il corpo, prima ancora del discorso, comunica da sé. Ferrero afferma qualcosa di molto raro: che la fragilità può essere una forma di generosità. Non il cedimento di chi si arrende, ma l’atto di chi sceglie di esporsi, di non blindarsi, di restare accessibile all’altro.
In questo senso il lavoro tocca un punto umano profondissimo. Amare “testardamente” significa infatti continuare a esporsi pur sapendo che l’esposizione comporta rischio, incomprensione, perfino dolore. La testardaggine evocata nel testo non ha nulla di capriccioso: assomiglia piuttosto a una fedeltà ostinata, a una perseveranza affettiva che accetta la possibilità della ferita pur di non rinunciare al legame. La fragilità, allora, non è il contrario dell’amore. Ne è una delle prove più alte. Chi ama davvero non si presenta al mondo in forma corazzata. Porta con sé una parte disarmata, e proprio quella parte diventa il segno più vero della sua umanità.
Ferrero riesce a far emergere tutto questo evitando ogni retorica. L’immagine delle labbra, così intensa e concentrata, non cerca effetti illustrativi o sentimentalismi. Lavora per sottrazione. L’isolamento del dettaglio anatomico, il contrasto cromatico, la vibrazione quasi carnale della superficie fanno sì che il soggetto non sia mai semplice figura decorativa, ma presenza mentale prima ancora che visiva. Chi guarda è chiamato a misurarsi con un enigma familiare: quante cose passano dalle labbra senza ridursi alle parole? Quanta verità si deposita in una chiusura, in una piega, in una tensione del volto? E quanto della nostra fragilità viene affidato, ogni giorno, a segnali minimi che precedono o sostituiscono il linguaggio?
Per comprendere fino in fondo la portata di quest’opera, del resto, occorre collocarla nel percorso complessivo dell’artista. Ugo Ferrero, nato a Roma nel 1955, è una figura difficilmente riducibile a un’unica etichetta. Poeta, narratore, studioso della comunicazione, autore attento ai rapporti tra linguaggio, immagine, psicologia e presenza simbolica, Ferrero appartiene a quella rara schiera di artisti che non separano mai davvero il gesto visivo dall’elaborazione verbale e concettuale. La sua biografia racconta un itinerario inconsueto: la poesia giovanile, l’esperienza espositiva precoce, la laurea in Sociologia della comunicazione, il lavoro nella pubblicità e nella psicolinguistica applicata al marketing, la produzione musicale, la riflessione teorica, il ritorno costante alla scultura e alla pittura. Ma più ancora della varietà delle esperienze conta la coerenza profonda che le tiene insieme.
Ferrero, in effetti, è un artista che pensa per immagini ma anche per parole. E questa doppia fedeltà si avverte con chiarezza. Nella sua opera non c’è mai un puro gusto della forma isolata; c’è semmai una tensione continua a fare della forma un passaggio verso il senso. Anche quando affronta temi astratti, filosofici o esistenziali, non li irrigidisce mai in un apparato teorico. Li lascia respirare dentro simboli, segni, materie, volti, frammenti corporei. È qui che si riconosce la sua singolarità. Non rincorre la freddezza di molta arte concettuale contemporanea, ma non scivola neppure in una pittura di pura emozione indistinta. Tiene insieme intelletto e sensibilità, riflessione e pietas, rigore e tenerezza.
Da questo punto di vista, l’opera sulle labbra appare quasi esemplare. In piccolo, contiene molti dei suoi temi maggiori: il linguaggio, il silenzio, la finitezza, la relazione, il mistero dell’espressione, la dignità del vulnerabile. E li contiene senza proclami. È un’opera che non urla. Resta lì, e tuttavia insiste. Proprio per questo convince. Nella cornice di Fragile ergo sum, titolo che rovescia il paradigma cartesiano per affermare che l’esistenza passa anche attraverso la vulnerabilità, Ferrero offre una delle formulazioni più persuasive del tema: siamo fragili non solo perché esposti al limite, ma anche perché capaci di dono. E in certe circostanze il dono più grande coincide con il mostrarsi senza schermi, con il lasciare che la parola e il silenzio si incontrino sulla soglia sottile delle labbra.
È un’immagine semplice. Non finisce presto. Rimane. E questo, in arte, accade soltanto quando una forma riesce a toccare qualcosa di essenziale.
