Zuckerberg in tribunale: quando l’algoritmo smette di essere “servizio” e diventa dispositivo
Mark Zuckerberg, per la prima volta, non può rifugiarsi nella liturgia dei comunicati, nei report sulla sicurezza, nelle slide sul “valore della connessione”: è seduto, sotto giuramento, davanti a una giuria. E questo, comunque vada il processo, è già un fatto politico e culturale.
Roberto Bonuglia
2/19/20265 min read


C’è una scena, in questa vicenda, che vale più di cento convegni sulla “digital wellbeing”. In un’aula di tribunale a Los Angeles un avvocato disegna un omino stilizzato, un bambino vulnerabile, e chiede al CEO di una delle più potenti macchine di influenza del pianeta se un’azienda “ragionevole” dovrebbe aiutare quel bambino, ignorarlo o predarlo. A quel punto Mark Zuckerberg, per la prima volta, non può rifugiarsi nella liturgia dei comunicati, nei report sulla sicurezza, nelle slide sul “valore della connessione”: è seduto, sotto giuramento, davanti a una giuria. E questo, comunque vada il processo, è già un fatto politico e culturale.
Per anni la questione è stata trattata come se fosse un problema di costume: “i ragazzi stanno troppo sui social”, “servirebbe educazione digitale”, “bisogna insegnare a spegnere lo schermo”. Tradotto: colpa tua, che non sai gestirti; colpa del genitore che non controlla; colpa della scuola che non aggiorna i programmi. Il sistema, invece, veniva assolto in partenza, perché rivestito di un alone tecnocratico: la piattaforma è “neutrale”, l’algoritmo è “ottimizzazione”, l’engagement è “metrica”, la dipendenza è un termine “clinico” e quindi, comodo, discutibile, relativizzabile. Ora, per la prima volta, questo castello lessicale viene costretto a uscire dal salotto della narrazione e a entrare nel luogo dove le parole pesano: un’aula di giustizia.
Il procedimento nasce da un’accusa che, detta senza anestesia, suona così: le piattaforme non si limitano a raccogliere dati e profilare gusti, ma progettano ambienti digitali capaci di generare uso compulsivo, soprattutto nei più giovani, perché il tempo catturato è la materia prima del profitto. Non si sta parlando di un “effetto collaterale” imprevisto, ma di un’impostazione. I querelanti arrivano a paragonare la logica dei social a quella dei casinò: non perché ci siano le slot in home page, ma perché il meccanismo è simile—una sequenza di stimoli, premi intermittenti, micro-ricompense e frizioni ridotte al minimo per impedire l’uscita. Non è moralismo: è ingegneria dell’attenzione.
Zuckerberg, a quanto riportano le cronache, ha scelto la linea che ci si aspetta da un’azienda che vuole restare “ragionevole” agli occhi del pubblico: Instagram non sarebbe un prodotto nocivo, ma un servizio “di valore”; se le persone lo usano tanto è perché ne traggono beneficio. La dipendenza, in sostanza, sarebbe un’interpretazione malevola di un dato neutro: l’uso. E qui si vede tutta la distanza tra la realtà vissuta e la grammatica tecnocratica. Perché il punto non è mai stato stabilire se un social “sia buono” o “sia cattivo” come se fosse un romanzo con i personaggi divisi in eroi e cattivi. Il punto è capire che tipo di relazione costruisce con l’utente e con il suo sistema nervoso. E soprattutto: se quella relazione è progettata per rispettare l’utente o per trattarlo come una risorsa estraibile.
In aula, secondo quanto emerge, sono stati mostrati documenti interni, mail, memo, frasi che negli anni hanno alimentato l’impressione di una consapevolezza non episodica. Si è parlato di obiettivi legati al tempo trascorso, di “traguardi” su minuti medi, di competizione con piattaforme rivali misurata anche su quanto a lungo si riesca a tenere qualcuno dentro l’app. Ora, sia chiaro: non serve inventare il complotto. Basta prendere sul serio ciò che il modello di business dichiara implicitamente: se tu non paghi, il prodotto sei tu. E il tuo tempo—più ancora dei tuoi dati—è la valuta. I dati servono a raffinare l’estrazione del tempo, a renderla più efficiente, più personalizzata, più prevedibile. L’algoritmo non è un maggiordomo: è un estrattore.
La parte più insidiosa della questione, però, non è nemmeno la profilazione. È la dipendenza come “effetto sistemico”, perché la dipendenza non nasce solo da un contenuto, nasce dall’architettura del contesto: scroll infinito, notifiche, feed costruiti per non finire mai, video brevi che ti educano al consumo in apnea, filtri che trasformano il volto in un progetto e la persona in una bozza sempre insoddisfacente. Qui il tribunale, con un gesto quasi simbolico, ha persino imposto la rimozione di smart glasses temendo registrazioni o usi impropri: un dettaglio che sembra secondario, ma fotografa l’aria del tempo. Siamo arrivati a un punto in cui la tecnologia non è più soltanto “uno strumento”: è un ambiente, e in quell’ambiente la sorveglianza è sempre una possibilità, anche quando non viene dichiarata.
Ci sono poi i minori. E qui cade la maschera più ipocrita. Ufficialmente, sotto i 13 anni non si dovrebbe stare su Instagram. Nella realtà—sempre secondo quanto emerso—già in anni passati venivano stimati milioni di utenti sotto soglia. Zuckerberg dice: mentono sull’età. Certo che mentono. È ciò che fanno i bambini quando trovano una porta socchiusa. Ma la domanda giusta non è: “perché mentono?”. È: “perché quella porta è socchiusa?”. Perché un sistema che sa misurare ogni micro-variazione del tuo comportamento, che sa prevedere cosa guarderai fra trenta secondi, che sa distinguere i tuoi desideri dalle tue abitudini, dovrebbe essere improvvisamente cieco quando si tratta di capire se dall’altra parte dello schermo c’è un dodicenne? L’innocenza tecnologica è un lusso retorico, non un fatto.
E a questo punto la vicenda si allarga, perché il processo non riguarda solo Meta o un singolo caso: è un “caso pilota” in mezzo a una marea di azioni legali. Famiglie, distretti scolastici, procuratori: una geografia sociale che, finalmente, smette di sussurrare e inizia a presentarsi in blocco. Quando un sistema produce danni diffusi, la società prova prima a negare, poi a normalizzare, poi a psicologizzare (“fragilità individuale”), e solo dopo—molto dopo—tenta la via dell’accountability. Siamo in quella fase. Tardiva, sì. Ma necessaria.
Ora, l’Accademia del Senso Critico lo dice da tempo: la tecnocrazia non è semplicemente “tecnologia”. È un modo di governare il reale attraverso procedure, metriche e dispositivi che spostano la responsabilità altrove. Se il ragazzo sta male, è “un caso complesso”. Se una piattaforma lo ha tenuto incollato per ore, è “valore”. Se l’algoritmo lo ha spinto verso contenuti che alimentano ansia, ossessione estetica, isolamento, è “personalizzazione”. In questa lingua, tutto diventa neutro. E quando tutto è neutro, nessuno è responsabile. È la forma più elegante di potere: quella che non si riconosce come potere.
C’è un passaggio che, in aula, sembra aver fatto da filo rosso: l’idea che la piattaforma debba “aiutare” l’utente vulnerabile, non predarlo. Ma “aiutare” non significa aggiungere un’opzione nel menu impostazioni. Aiutare, se si vuole usare questa parola seriamente, significa cambiare architettura, accettare che il profitto non possa dipendere dalla cattura sistematica dell’attenzione, e soprattutto riconoscere che esiste un conflitto di interessi strutturale: ciò che massimizza il tempo trascorso non coincide necessariamente con ciò che massimizza il bene della persona. E quando in mezzo ci sono i minori, quel conflitto diventa intollerabile.
Il punto, allora, non è demonizzare i social come se fossero una tentazione medievale. Il punto è pretendere che smettano di essere ciò che, di fatto, sono diventati: infrastrutture private della psiche collettiva. Perché quando un’azienda ha in mano il rubinetto dell’attenzione di miliardi di persone, non sta “offrendo un servizio”: sta modellando abitudini, desideri, linguaggi, gerarchie emotive. Sta contribuendo a scrivere, giorno dopo giorno, la grammatica dell’interiorità. E se questa grammatica viene costruita con l’unico fine di tenerti dentro—ancora un minuto, ancora un video, ancora un confronto—non siamo più nella libertà. Siamo nell’addestramento.
Ecco perché vedere Zuckerberg davanti a una giuria non è un dettaglio di cronaca, ma un segnale: per la prima volta, la dipendenza digitale smette di essere un fastidio privato e viene trattata come questione pubblica. Non è ancora la verità, ma è un varco. Il tecnocrate—o meglio, l’impero tecnocratico—è costretto a rispondere in un luogo dove non basta ripetere “state mischaracterizing this”. Dove, almeno in teoria, contano i fatti, i documenti, le scelte progettuali, la catena delle responsabilità.
Accogliamo dunque la notizia per ciò che è: un primo passo. Piccolo, tardivo, forse insufficiente. Ma necessario. Perché finché continueremo a chiamare “connessione” ciò che spesso è cattura, e “valore” ciò che spesso è dipendenza, resteremo prigionieri della lingua del potere. E non c’è algoritmo più pericoloso di quello che ci persuade a non vedere il dispositivo mentre lo stiamo usando.
