Bullismo fuori e dentro la scuola: quando una comunità sceglie di non voltarsi dall’altra parte

Il pregio dell’evento è stato quello di non appiattire il bullismo sulla superficie del fenomeno. Non si è parlato soltanto di episodi, di cronache o di parole d’ordine. Si è cercato invece di leggere il meccanismo che lo rende possibile.

Ugo Ferrero

5/31/20265 min read

Ci sono serate pubbliche che si esauriscono nell’intenzione e ce ne sono altre che riescono davvero a lasciare un segno. L’incontro dedicato al tema del bullismo, svoltosi il 29 maggio alle 20.30 nella suggestiva cornice di Villa Altan, sede della Biblioteca Comunale di Campomolino, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non soltanto per la partecipazione, ampia e attenta, né soltanto per la qualità degli interventi, ma per la sostanza civile che è riuscito a esprimere. In un tempo in cui molti parlano e pochi costruiscono, l’iniziativa voluta da Marco Guglielmin, con il patrocinio del Comune di Gaiarine, il sostegno del Gruppo BCC ICCREA Banca della Marca e di ImpREsa Immobiliare e in collaborazione con Accademia del Senso Critico e Ponti di Legalità, ha avuto il merito non secondario di tradurre una preoccupazione diffusa in un momento vero di comunità.

Ed è giusto partire proprio da qui. Dal ruolo speciale di chi questo evento lo ha fortemente voluto. Perché l’attivismo civico, quando non si riduce a posa o a dichiarazione di principio, si misura nella capacità di creare occasioni utili agli altri, di mettere in rete competenze, di far nascere spazi di ascolto dove troppo spesso resta solo il rumore. Guglielmin ha introdotto la serata - trasmessa anche in live TikTok in sinergia con il Parlamento Digitale - spiegandone le ragioni con chiarezza: il bullismo non è un fatto laterale, né un problema da confinare nelle cronache scolastiche o nei casi estremi che arrivano ai giornali. È una questione educativa, sociale, culturale. E come tale chiede di essere affrontata.

L’incontro, moderato con equilibrio da Alberto Gava, ha visto i saluti del Sindaco di Gaiarine Diego Zanchetta e gli interventi del Prof. Roberto Bonuglia per l’Accademia del Senso Critico, della psicologa Serena Rossi e, in collegamento da Chieti, dell’educatrice infantile Erika Nolani. A chiudere il confronto, dopo le domande e gli interventi del pubblico, è arrivato anche il contributo del Comandante dei Carabinieri di Codognè Paolo Fulcheri, che ha ulteriormente arricchito una serata già densa di spunti.

Il pregio dell’evento è stato quello di non appiattire il bullismo sulla superficie del fenomeno. Non si è parlato soltanto di episodi, di cronache o di parole d’ordine. Si è cercato invece di leggere il meccanismo che lo rende possibile. Da questo punto di vista, Serena Rossi ha richiamato un punto che troppo spesso sfugge: il bullismo non coincide con un semplice conflitto tra pari, ma è una dinamica relazionale complessa, un fenomeno sociale di gruppo che coinvolge non solo il bullo e la vittima, ma anche gli spettatori, il clima, il contesto, la tacita legittimazione del branco. È proprio questa differenza a renderlo più insidioso e più dannoso: non una lite, ma una struttura; non un incidente, ma un sistema. A rendere il quadro ancora più netto concorrono tre criteri: intenzionalità, ripetizione nel tempo e squilibrio di potere. Non siamo di fronte a una perdita di controllo momentanea, ma a un comportamento voluto, che tende a ferire, umiliare o escludere, dentro una relazione asimmetrica nella quale la vittima non riesce a difendersi efficacemente. È lì che il disagio smette di essere episodico e incide sulla costruzione dell’identità .

Su un piano complementare si è collocato l’intervento di Erika Nolani che ha spostato il fuoco sul versante familiare e relazionale, offrendo ai genitori una chiave di lettura concreta e preziosa. Il punto richiamato è di quelli che andrebbero fissati bene: il silenzio degli adolescenti non è un’eccezione, ma spesso la norma. Non sempre chi subisce racconta. Più spesso segnala, si chiude, cambia abitudini, lascia tracce indirette che gli adulti hanno il dovere di saper leggere. Il compito dell’adulto, in fondo, non è aspettare la confessione, ma imparare a riconoscere i segnali. Da qui l’importanza dei segni da cogliere: isolamento improvviso, evitamento delle situazioni sociali, iper-connessione ansiosa o ritiro digitale, ma anche ansia, irritabilità, vergogna, calo dell’autostima, somatizzazioni, rifiuto della scuola, abbassamento del rendimento, difficoltà di concentrazione. Sono indizi che, presi isolatamente, possono sembrare confusi; osservati nel tempo, compongono invece un pattern che chiede attenzione adulta, non superficialità.

Il Prof. Roberto Bonuglia ha provato a collocare il bullismo sotto una lente insieme sociologica e pratica. Ed è qui che il discorso si è allargato, uscendo dalla sola descrizione del fenomeno per toccarne il nucleo. Il bullismo, infatti, non è soltanto un problema di comportamento. È un problema di potere. Una forma di prevaricazione che sceglie una vittima, la isola, la riduce a bersaglio e costruisce intorno a lei un piccolo regime di umiliazione quotidiana. Cambiano i contesti, cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti, ma la logica resta sorprendentemente stabile. Per questo non è sbagliato vedere nel bullismo una parentela profonda con altre forme di sopraffazione: il movente di fondo resta il medesimo, cioè la riduzione dell’altro a oggetto su cui esercitare dominio.

È qui che il tema tocca il senso critico. Perché il primo passo non consiste nel moltiplicare gli slogan, ma nel chiamare le cose con il loro nome. La prevaricazione non è “ragazzata”. La persecuzione non è “scherzo”. L’isolamento non è “carattere”. Quando una comunità educativa usa parole piccole per fenomeni grandi, ha già smesso di vedere. E quando smette di vedere, finisce col proteggere più la quiete che la verità.

La tecnologia, oggi, rende il quadro ancora più delicato. Non perché basti dare la colpa agli schermi, ma perché il cyberbullismo non è un mondo separato: è un’amplificazione di ciò che già avviene offline. L’umiliazione non finisce con la campanella; prosegue nella chat, nello screenshot, nella storia rilanciata, nell’offesa che resta appesa allo schermo. E soprattutto si aggiunge una distanza morale nuova: ferire diventa più semplice quando l’altro appare come un profilo, non come un volto. In questo senso, la rete può trasformarsi in acceleratore del branco e abbassare la soglia del limite, rendendo la crudeltà più rapida, più economica, più facile da ripetere .

Per questo la risposta non può essere né moralistica né impulsiva. Bisogna evitare gli errori più frequenti: minimizzare, drammatizzare, agire d’impulso, colpevolizzare la vittima, promettere soluzioni immediate. Il primo aiuto, in fondo, non è “salvare”, ma diventare per il ragazzo una base sicura. Non risolvere tutto al posto suo, ma fargli sentire che non è solo dentro il problema .

È probabilmente questo il lascito più serio della serata di Gaiarine. Aver mostrato che il bullismo si combatte davvero solo quando una comunità smette di trattarlo come accidente privato e lo assume come questione pubblica. Quando famiglia, istituzioni, professionisti e cittadinanza accettano di fare rete. Quando chi ha competenze le mette a disposizione. Quando chi ha responsabilità non si nasconde dietro le procedure. Quando chi vede non ride, non gira lo sguardo, non finge di non aver capito.

In questo senso, l’incontro di Villa Altan non è stato soltanto riuscito. È stato utile. E oggi l’utilità, quando coincide con la verità di un tema e con il coraggio di affrontarlo bene, è già un fatto politico nel senso più alto del termine.

Se il bullismo è una cultura della sopraffazione, allora il primo antidoto non è la formula, ma l’educazione al limite, al rispetto, alla responsabilità. In una parola: al senso critico. Ed è precisamente da qui che bisognerebbe ripartire.

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